Diritto e Fisco | Articoli

Si possono scaricare sulla società le spese per lavori in casa?

1 Aprile 2020
Si possono scaricare sulla società le spese per lavori in casa?

Fatture intestate alla società per lavori edili svolti nell’abitazione di uno dei soci: è frode fiscale.

Chi vuol recuperare parte dei costi sostenuti per i lavori edili nel proprio appartamento può avvantaggiarsi del “bonus ristrutturazioni”, una detrazione fiscale oramai consolidata che lo Stato riconosce sugli interventi straordinari in casa. 

Ma c’è chi non si accontenta e, superati i limiti di detrazioni consentiti dalla normativa di favore, vorrebbe ottenere di più. Ecco allora che quale imprenditore fa intestare le fatture a carico della società di cui è al timone. Ma cosa si rischia se si viene scoperti dal fisco? Si possono scaricare sulla società le spese per lavori in casa? 

La questione ha avuto un secco chiarimento da parte della Cassazione che, con una recente sentenza [1], ha dichiarato colpevole un uomo per aver indicato, nella dichiarazione dei redditi presentata dalla propria società, elementi passivi fittizi, avvalendosi di fatture per operazioni inesistenti in quanto relative a prestazioni effettuate presso gli immobili di cui questi era proprietario e non presso gli immobili della società firmataria dei documenti (come invece falsamente indicato nelle causali emesse dalla ditta edile). 

Secondo la Cassazione non ci sono dubbi: va processato e condannato per frode fiscale l’imprenditore che deduce dal reddito d’impresa fatture per lavori nelle abitazioni private dei soci. Sono infatti da ritenere soggettivamente falsi i documenti che non rappresentano la realtà dei fatti in relazione all’emittente e al destinatario.

E non solo: la Suprema Corte estende la responsabilità anche allo studio del commercialista per aver consigliato all’imprenditore l’operazione fiscale penalmente rilevante.

Gli Ermellini hanno spiegato che in casi come questi si può parlare di fatture soggettivamente e oggettivamente false. Motivo per cui non hanno esitato a confermare la responsabilità penale per frode fiscale tanto dell’imprenditore quanto dei professionisti che avevano suggerito la strategia. 

Se, infatti, per molti reati di evasione fiscale, la responsabilità penale scatta al raggiungimento di predefinite soglie di denaro sottratte all’erario, quando si ha a che fare con le fatture il reato scatta a prescindere dagli importi evasi. 

Il ragionamento della Corte non fa una piega: emettere una fattura per lavori commissionati e svolti in favore di un soggetto terzo rispetto alla società implica che tali fatture possano dirsi, così per come redatte, inesistenti. 

Il punto controverso analizzato dai giudici supremi attiene alla qualificazione giuridica delle fatture, ossia se possa dirsi che le stesse rientrino nella categoria delle fatture emesse a fronte di operazioni oggettivamente e/o soggettivamente inesistenti; la legge, infatti, definisce “fatture per operazioni inesistenti” non solo quelle emesse a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano corrispettivi o imposte superiori a quella reale, ma anche le fatture che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi. Le fatture soggettivamente inesistenti sono perciò quelle caratterizzate dalla divergenza tra la rappresentazione documentale e la realtà attinente a uno dei soggetti che intervengono nell’operazione. 

Per la Cassazione, nel caso esaminato, bene hanno fatto i giudici di primo grado a ritenere che le fatture emesse avessero riguardato operazioni inesistenti, seppure in parte, anche sotto il profilo oggettivo, dovendo essere compresa nell’inesistenza giuridica oggettiva qualunque discrasia tra le indicazioni contenute nel documento fiscale e l’operazione effettuata.


note

[1] Cass. sent. n. 10916 del 1.04.2020.


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