Cronaca | News

Coronavirus: la strategia per uscire dall’emergenza

2 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: la strategia per uscire dall’emergenza

La lettera-appello di 150 accademici di altissimo livello su come affrontare in questa fase l’epidemia ed evitare il fallimento dell’Italia.

L’Italia rischia di trovarsi più fragile e più povera, con un quadro sociale ed economico più devastante dello stesso coronavirus. Per questo, occorrono degli interventi precisi, prima sul fronte sanitario per mettere in sicurezza i cittadini ed i lavoratori, e poi su quello produttivo, per evitare che il nostro Paese subisca delle conseguenze irreversibili a lungo termine. È l’opinione di 150 accademici che hanno sottoscritto una lettera-appello con quella che – secondo loro – è la strategia per uscire dall’emergenza.

Tra i firmatari, ci sono giuristi, docenti e rettori di università, ricercatori di altissimo livello ma anche membri dell’Autorità contro la corruzione, scienziati e medici. Ecco la loro ricetta in questa lettera, pubblicata questa mattina dal Sole 24Ore.

«La situazione sanitaria ed epidemiologica indotta dalla diffusione del virus Covid-19 è drammatica. Bene ha fatto il Governo a disporre misure di contenimento che stanno iniziando a produrre qualche risultato incoraggiante, le attuali misure non solo sono importanti, ma vanno fatte rispettare con particolare rigore. È evidente tuttavia che non si può immaginare di tenere bloccato il Paese ancora per mesi perché le conseguenze sociali ed economiche rischierebbero di produrre danni irreversibili, probabilmente più gravi di quelli prodotti dal virus stesso.

Le prospettive economiche sono devastanti. Stando ai dati Ocse, il blocco delle attività produttive comporterà una diminuzione stimata del Pil di almeno il 2% per ogni mese di chiusura. Anche l’ufficio studi di Confindustria prevede un calo del Pil assai significativo, giungendo a stimarlo pari al 10% per il primo semestre 2020. Ogni settimana in più di blocco delle attività produttive costerà lo 0,75% di Pil. Molte imprese sono destinate a fallire e molti lavoratori a perdere l’occupazione. Tutto ciò si tradurrà in un inevitabile crollo delle entrate fiscali dello Stato.

I dati di un sondaggio Swg mostrano che la preoccupazione di perdere il lavoro sta superando quella per il contagio. Oltre il 60% degli italiani ritiene che dovrà mettere mano ai propri risparmi, oltre il 40% potrebbe non essere in grado di pagare affitti, mutui e tasse, e per quasi il 30% si apre la prospettiva di dover chiedere un prestito.

C’è poi un problema di tenuta della popolazione. Metà degli italiani è ormai insofferente a rimanere confinata in casa, mentre una persona su quattro è in difficoltà nel gestire le relazioni di coabitazione. Allo stesso tempo, il dato settimanale evidenzia una riduzione percentuale di chi condivide le limitazioni degli spostamenti. Si profila un quadro di fragilità e impoverimento del Paese, che rischia di non essere più in grado di garantire sul medio e lungo periodo servizi sociali e sanitari adeguati.

Occorre iniziare ad elaborare rapidamente una Fase 2 che, consenta di tutelare al meglio la salute dei cittadini e nel contempo rimettere in moto l’Italia, evitando tuttavia il riaccendersi virulento della pandemia. Per poter riavviare i motori del sistema produttivo bisogna innanzitutto mettere in sicurezza i lavoratori. Lo Stato deve dunque destinare risorse importanti per proteggere la salute di chi produce ricchezza, e contrastare in modo più moderno, e compatibile con la ripresa produttiva, la diffusione del virus.

L’esperienza della Corea del Sud, che sta utilizzando l’intelligenza artificiale, replicata in vario modo anche in Giappone, Taiwan, Singapore, e ora oggetto di attenzione da parte di diversi Paesi europei quali Francia, Germania, Polonia, può indicare una strada particolarmente utile.

Si è infatti riusciti a contenere la diffusione del virus senza bloccare l’intero sistema. La Corea del Sud, in particolare, da seconda nazione al mondo con più contagi, ha ora poco più di un decimo di quelli accertati in Italia. La diffusione del virus è tenuta sotto controllo con un grande numero di test mirati, isolamento dei soggetti positivi e loro tracciamento attraverso la geolocalizzazione. Il contenimento attivo della progressione del contagio ha evitato la saturazione degli ospedali, limitando la mortalità dei contagiati, con misure solo localizzate di quarantena generalizzata. Riteniamo che si possano ottenere risultati comparabili in Italia ampliando e potenziando la sorveglianza attiva, avviata con particolare efficacia in Veneto.

Occorrono pertanto tamponi e test sierologici generalizzati (che sono la risposta più rapida e sono fattibili anche nei laboratori privati) per quelle categorie professionali che operano a contatto con i pazienti o che hanno più contatti con il pubblico, lo stesso dicasi per tutti coloro che manifestano sintomi. Da questi poi, con allargamento a raggio, occorre coinvolgere tutte le persone incontrate negli ultimi giorni. Le App di tracciamento sono sotto questo profilo decisive, è dunque necessario l’avvio di una politica di geolocalizzazione che deroghi temporaneamente alle norme sulla privacy, con un termine certo e nel rispetto dei diritti costituzionali. Più in generale, il ricorso all’intelligenza artificiale è strategico per un efficace e risolutivo contrasto dell’epidemia.

Infine, obbligo delle mascherine per tutti coloro che frequentano luoghi pubblici o dove si possono comunque riunire più persone: uffici pubblici e privati, supermercati, mezzi di trasporto, etc. Si devono altresì prevedere forme di isolamento e monitoraggio con adeguata quarantena dei positivi per evitare il contagio dei conviventi e dei loro contatti stretti. Queste misure potrebbero richiedere l’utilizzazione di hotel e case vacanze, che al momento sono praticamente vuote, per mettere in quarantena centralizzata tutte le persone a rischio, opportunamente identificate. Tali strutture renderebbero anche più facile l’osservazione e l’assistenza tempestiva e sarebbero meno onerose per il servizio sanitario in caso di sintomi più severi. Inoltre, si deve prevedere la creazione di reparti ad hoc negli ospedali, per evitare la paralisi dell’assistenza.

Dal momento che è possibile un ritorno dell’epidemia in autunno, è fondamentale preparare e attivare fin da subito una Fase 2 che garantisca la tutela della salute dei cittadini e la sostenibilità dell’intero sistema sociale e produttivo. La sperimentazione di questa fase 2 potrebbe iniziare da una regione con pochi contagi per affinare in tempi rapidi le modalità operative. È comunque necessario far ripartire tutta l’Italia. Anche per le più colpite e grandi regioni del Nord non si può protrarre più a lungo che altrove il blocco, in considerazione del fatto che proprio lì è collocata gran parte della produzione di ricchezza del Paese. Nelle regioni più colpite dal virus l’investimento nella sicurezza dei lavoratori e nel tracciamento dei contagiati deve essere dunque particolarmente massiccio e prioritario rispetto ad altre considerazioni.

Infine, se è vero che in Italia ci sono circa un milione di contagiati (la maggior parte dei quali già guariti), occorre testarne la presenza di anticorpi al fine di avviarli gradualmente alla ripresa normale delle attività. Il tempo stringe, occorre agire rapidamente. Le prossime settimane saranno decisive sotto ogni profilo e le scelte che le istituzioni si apprestano a fare lasceranno il segno per mesi e anni. Proprio per questo non è consentito sbagliare».



Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube