Reati tributari: cosa cambia per chi evade le tasse

2 Aprile 2020 | Autore:
Reati tributari: cosa cambia per chi evade le tasse

La nuova disciplina penale per chi falsifica le dichiarazioni dei redditi o Iva e le fatture o distrugge la contabilità: tentare di ridurre così le imposte può costare caro.

Nel pieno dell’emergenza Coronavirus, mentre sono sospesi quasi tutti gli adempimenti ed i versamenti fiscali e con lo stop agli accertamenti, all’invio di nuove cartelle ed ai pagamenti delle rate di quelle già pervenute, conviene dedicarsi all’esame delle novità in materia di reati tributari e capire cosa cambia per chi – nonostante la chiusura della maggior parte delle attività produttive, commerciali e di servizi, tranne quelli essenziali che restano apertievade le tasse.

Molti con l’epidemia in corso hanno dimenticato che la legge di Bilancio 2020 ed il decreto fiscale ad essa collegato [1] hanno apportato notevoli modifiche alla disciplina precedente arrivando a prevedere il carcere anche per i piccoli evasori; un giro di vite che è stato poi allentato in sede di conversione in legge, ma solo parzialmente, come ora vedremo, perché permane l’atteggiamento di fondo del Governo di contrastare severamente l’evasione fiscale in tutte le sue forme; quindi rafforzando le sanzioni penali.

Dichiarazione fraudolenta

Il reato più grave [2] riguarda i casi di chi falsifica la dichiarazione dei redditi o Iva inserendo elementi passivi fittizi, cioè gonfiando i costi per abbattere i redditi imponibili, avvalendosi di fatture per operazioni inesistenti, in quanto relative a prestazioni che in realtà non sono mai avvenute, oppure perché il documento è stato emesso da un soggetto diverso da quello che le ha eseguite.

Per queste condotte ora è prevista la reclusione da un minimo di 4 anni  fino ad un massimo di 8 anni; fino allo scorso anno la pena era compresa tra un 1 anno e 6 mesi a 6 anni, limite che rimane tuttora quando l’ammontare è inferiore a 100.000 euro.

Ma ci sono anche “altri artifici” – così li chiama il legislatore [3] – diversi dalle fatture e che consentono di ottenere come risultato una dichiarazione fraudolenta, con minori imposte da pagare rispetto a quelle che si dovrebbe. I metodi possono essere i più vari ma sono tutti puniti se hanno questo fine e sono idonei a raggiungere questo scopo. Anche qui la pena massima stabilita può arrivare a 8 anni, mentre la minima scende a 3.

Ma per entrambi i casi c’è una scappatoia: i reati non sono punibili [4] se i debiti tributari (non più solo le imposte e iniziali, ma anche le sanzioni applicabili per l’omesso o ritardato pagamento e gli interessi dovuti) vengono interamente e spontaneamente pagati prima che il contribuente abbia avuto notizia di accessi, ispezioni, verifiche o dell’inizio di un’attività di accertamento da parte dell’Agenzia Entrate o di procedimenti penali che riguardano la vicenda.

Dichiarazione infedele

È il reato più diffuso ad anche il più preoccupante per i contribuenti, perché dipende dalla contestazione degli organi di verifica e di accertamento – Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate – all’esito delle loro attività di indagine e tutti i calcoli per dimostrare la divergenza tra il dovuto e il dichiarato possono utilizzare anche metodi di tipo induttivo, come il redditometro.

Analizzando la sproporzione tra i ricavi dichiarati e le spese fatte o il tenore di vita mantenuto, oppure verificando un’attività produttiva, commerciale o professionale e scoprendo documentazione che rivela incassi maggiori rispetto a quelli contabilizzati, è abbastanza facile per le Fiamme Gialle e gli Uffici finanziari rideterminare gli importi imponibili che avrebbero dovuto essere indicati e riportati in dichiarazione.

Da qui il reato di dichiarazione infedele [5] che però si configura solo quando l’imposta evasa – può essere l’Irpef, l’Ires o l’Iva a seconda dei casi – supera i 100.000 euro (prima della riforma la soglia era di 150.000 euro) e l’ammontare degli elementi attivi sottratti all’imposizione, cioè i redditi, ricavi o compensi non dichiarati, supera i 2 milioni di euro ed il 10% del totale. La pena va da un minimo di 2 anni ad un massimo di 4 anni e 6 mesi, mentre fino al 2019 andava da 1 a 3 anni.

Dichiarazione omessa

L’omessa dichiarazione riguarda chi, essendovi obbligato, non presenta le dichiarazioni previste – quella dei redditi, dell’Iva ed anche del 770 per i sostituti d’imposta – entro 90 giorni dalla scadenza.

Quindi non fare la dichiarazione dei redditi  diventa reato [6] solo quando si supera questo termine, prima del quale la dichiarazione è considerata tardiva e non comporta conseguenze penali ma solo sanzioni amministrative, comunque pesanti perché variano tra il 120% ed il 240% dell’ammontare delle imposte dovute, con un minimo di 250 euro (leggi cosa rischio se non faccio la dichiarazione dei redditi per approfondire).

Il reato, invece, sussiste quando si oltrepassa il termine che abbiamo indicato, ma l’imposta evasa deve essere superiore a 50mila euro (prima il limite era 30mila), altrimenti la fattispecie penale non si configura e rimangono le sole sanzioni pecuniarie. La pena prevista è la reclusione da 2 a 5 anni (in precedenza era da 1 anno e 6 mesi a 4 anni).

Emissione di fatture false

Mentre il reato di dichiarazione fraudolenta che abbiamo esaminato riguarda chi utilizza, esponendole in contabilità e poi in dichiarazione, le fatture per operazioni inesistenti, quello che riguarda la loro emissione è stato previsto [7] per punire chi agevola altri a realizzare l’evasione, anche se poi l’utilizzo dei documenti non avviene.

Perciò le pene stabilite nei confronti dell’emittente sono le medesime previste per l’utilizzatore: reclusione da 4 a 8 anni, che si riduce al range che va da 1 anno e 6 mesi a 6 anni quando l’ammontare complessivo è inferiore a 100.000 euro.

Occultamento o distruzione della contabilità

Nascondere o distruggere le scritture contabili sperando di far sparire nel fuoco di un incendio o nelle acque di un allagamento le prove dell’evasione è una pessima idea. Innanzitutto perché la loro mancanza legittima il Fisco ad eseguire l’accertamento induttivo, ricostruendo redditi e proventi con qualsiasi mezzo, anche presuntivo e senza più speranza per il contribuente di ancorarsi ad una contabilità che potrebbe dimostrare importi inferiori.

Inoltre perché lo Stato è molto severo con chi compie queste condotte: quando si tratta di scritture contabili obbligatorie e la loro mancanza impedisce di ricostruire i redditi o il volume d’affari si integra un grave reato [8] che è punito con una pena minima di 3 anni (raddoppiata rispetto a quella previgente fino al 2019) ed una massima di 7 anni di reclusione (erano 6 prima della riforma).

Gli omessi versamenti

C’è infine chi dichiara ma non paga, cioè non versa le imposte dovute e liquidate in base alle dichiarazioni dei redditi o dell’Iva presentate. Non può essere considerato alla stregua di un vero e proprio evasore perché i motivi degli omessi versamenti possono essere i più vari, come una carenza di liquidità che impedisce di far fronte a questi pagamenti a scadenza; anche per questo il legislatore dell’emergenza Coronavirus ha sospeso i termini.

Ma al di là di queste norme temporanee che hanno prorogato di qualche mese le scadenze (con il decreto in arrivo ad aprile si prevede un ulteriore allungamento) l’omesso versamento costituisce reato quando si tratta di ritenute che oltrepassano il valore di 150mila euro oppure di Iva che supera la soglia di 250mila euro.

Leggi anche omesso versamento Iva e azienda in crisi e, per i casi che impediscono l’applicazione della pena durante l’emergenza, niente sanzioni fiscali con il Coronavirus.


note

[1] Decreto legge 26 ottobre 2019, n.124 convertito in Legge n. 157 del 19 dicembre 2019.

[2] Art. 2 D.Lgs. n.74/2000.

[3] Art. 3 D.Lgs. n.74/2000.

[4] Art. 13, comma 2, D. Lgs. n. 74/2000.

[5] Art. 4 D.Lgs. n.74/2000.

[6] Art. 5 D.Lgs. n.74/2000.

[7] Art. 8 D.Lgs. n.74/2000.

[8] Art. 10 D.Lgs. n.74/2000.


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