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Chiudere tutto per Coronavirus, c’è chi dice no

2 Aprile 2020
Chiudere tutto per Coronavirus, c’è chi dice no

La Svezia non ammette l’ipotesi del lockdown. Per un motivo semplice: non ne usciremo a breve e blindarsi per mesi non è possibile.

Coronavirus, c’è chi sceglie la via del contagio graduale. È la Svezia, che di blindarsi per la pandemia proprio non vuole saperne. E così, mentre si è parlato, in passato, di modello Cina e poi Corea del Sud, spunta adesso il modello Svezia, diverso da qualunque altro perché in controtendenza con le chiusure forzate e il distanziamento sociale. Un’isola a parte, considerando che tutti gli Stati intorno a lei hanno chiuso le frontiere e limitato al minimo indispensabile le uscite da casa. Proprio la sua differenza di approccio ci spinge a mettere in discussione il nostro e a chiederci se c’era davvero bisogno di chiudere tutto. Per gli svedesi no. Per un motivo semplice: pochi mesi non basteranno per contenere un’epidemia globale. E il lockdown per molto tempo è impensabile.

Ne parla oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di sanità pubblica svedese. Per un vaccino serviranno anni, sostiene Tegnell, e questa è già una garanzia di un danno a lungo termine. La Svezia non si blinda ma qualche precauzione è stata presa: “Abbiamo vietato da venerdì scorso gli assembramenti con più di 50 persone – racconta Tegnell al Corriere – rinviando tutti gli eventi sportivi e le manifestazioni politiche. Abbiamo introdotto da una settimana dei divieti per tutti i bar e locali di servire i clienti, se non al tavolo. Sono stati anche approvati degli incentivi, per spingere i lavoratori a stare a casa al primo sintomo di malattia e le scuole e università tengono ormai solo lezioni a distanza”.

Tegnell è scettico sul lockdown perché ritiene non basti a spezzare la catena dei contagi. Teme che, una volta riaperte le attività e riprese le scuole, il virus torni a infettare con la stessa aggressività. Come sta accadendo a Hong Kong e, parzialmente, anche in Corea del Sud, c’è stato un centinaio di nuovi contagi, dopo la fine dell’emergenza. E, con molto realismo, lo scienziato svedese fotografa un fatto oggettivo che è sotto gli occhi di tutti: su questo Covid-19 non abbiamo ancora abbastanza informazioni. Per questo alcuni settori della scienza sono divisi e sono possibili divergenze come quella tra un cospicuo numero di esperti, che ritiene che dovremo girare a lungo in futuro con le mascherine, e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che arriva a mettere in dubbio l’efficacia dell’uso esteso di questa protezione.

Il modello svedese, insomma, non è la soluzione. È solo uno dei possibili modi di affrontare il Coronavirus. Per ora, dal primo positivo il 31 gennaio, si contano più di 4900 malati e si viaggia a una media di 400 contagi al giorno circa. Se sia il modo giusto o sbagliato di combattere una pandemia, nella più totale incertezza scientifica cui la malattia ci condanna, “lo scopriremo solo vivendo”, come cantava qualcuno.



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