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Coronavirus in Europa: la strana diffusione dei contagi

2 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus in Europa: la strana diffusione dei contagi

Il primo caso in Germania, poi in Spagna. In Italia soltanto un mese dopo. Ma è stato il nostro Paese ad avere l’evoluzione peggiore. Fino a domani.

È circa un mese e mezzo che l’Italia si sente dare dell’untore in giro per il mondo per avere avuto il triste primato di essere stato il primo Paese europeo a sviluppare velocemente il coronavirus. I nostri voli venivano controllati più degli altri e poi sospesi, le nostre navi non potevano avvicinarsi ai porti, i vicini di casa ci sbarravano le frontiere. Il mondo al contrario, come abbiamo avuto modo di dire altre volte: l’Italia che discuteva arrabbiata sull’opportunità di chiudere allo straniero «che porta malattie» si trovava respinta alle frontiere altrui per lo stesso motivo. Come nei giorni scorsi gli americani che volevano sconfinare in Messico per scappare da una minaccia. Stessa cosa.

Basterebbe, però, guardare bene le statistiche ed il calendario per rendersi conto che le cose non sono proprio andate così. Se prendiamo in mano i dati ufficiali, prima che all’alba del 21 febbraio scorso venisse annunciata la positività del «paziente 1» di Codogno al virus, c’erano già dei casi in almeno due Paesi europei, Germania e Spagna.

Il 24 gennaio, quindi quasi un mese prima del caso del 38enne ricercatore di Codogno, si è sentito male un uomo d’affari di 33 anni: mal di gola, brividi, dolori ai muscoli, febbre oltre i 39°, tosse. Un paio di giorni dopo si è sentito meglio. Il 27 gennaio, cioè appena tre giorni dopo aver manifestato i sintomi, senza sapere di avere addosso il coronavirus è tornato al lavoro. Pochi giorni prima di essersi sentito male, aveva partecipato ad un convegno a Monaco di Baviera. Lì sarebbe stato a contatto con una collega cinese che, in quel momento, non accusava sintomi ma che poi – come lui – è risultata positiva al Covid-19. E così anche altri partecipanti all’evento e, successivamente, i colleghi del 33enne. La diffusione dell’epidemia in Germania era iniziata. Come detto, negli ultimi 10 giorni del mese di gennaio.

Non c’era stato il tempo di voltare la pagina del calendario che, il 31 gennaio (siamo sempre a quasi un mese prima del caso di Codogno) viene riscontrato il primo contagio da coronavirus in Spagna. Succede in una delle isole delle Canarie e, probabilmente, qualcuno dalle parti di Madrid deve aver pensato che, trattandosi di un’isola, il problema resterà lì. Quell’ultimo giorno del mese di gennaio viene ricoverato in un ospedale della Gomera (la più piccola delle «sette sorelle» canarie) un turista. Tedesco, e forse non è un caso: era una delle cinque persone che si trovavano monitorate perché erano state a contatto con una persona risultata positiva al virus. Tedesca pure lei.

Il 10 febbraio, in Italia si lavorava, ci si trovava con gli amici, si prendeva l’aperitivo, si affollava i mezzi di trasporto, si baciava la fidanzata e si andava allo stadio a Salerno per vedere il posticipo di serie B tra la squadra locale e il Trapani. Nel frattempo, a Palma de Mallorca (sempre di un’isola si trattava, guarda un po’) saltava fuori il secondo caso di coronavirus registrato in Spagna. Si trattava, questa volta, di un inglese residente nella città di Rafael Nadal e di Jorge Lorenzo. Venne messo in isolamento in ospedale insieme alla moglie e alle due figlie.

Due giorni dopo, il 12 febbraio, cioè quando in Spagna erano stati dichiarati ufficialmente appena due casi, uno nelle Canarie e l’altro nella parte opposta, cioè nelle Baleari, a Barcellona viene sospeso il Mobile World Congress, cioè il più grosso evento tecnologico al mondo. Secondo le autorità sanitarie, non c’erano dei rischi. Ma le aziende più importanti (Facebook, LG, Vodafone, Sony, per citarne alcune) avevano dato forfait per paura di un contagio di massa. Proprio il giorno prima, l’11 febbraio, a Milano si era conclusa la tre giorni di Bit, la Borsa internazionale del Turismo, che si era svolta normalmente e alla quale avevano partecipato 40mila persone, tra visitatori, giornalisti ed operatori del settore. Siamo a 10 giorni dal caso di Codogno.

Si arriva a quel fatidico 21 febbraio in cui Mattia, il 38enne ricercatore della provincia di Lodi, viene dichiarato il primo caso ufficiale di coronavirus, in Italia. Le autorità bypassano la coppia di cinesi ricoverata allo Spallanzani di Roma a fine gennaio: avevano contagiato alcuni italiani, tra cui un 30enne di Luzzara, ma gli episodi erano rimasti circoscritti. A Codogno era diverso: lì, come ormai tutti sappiamo, c’era il primo focolaio di Covid-19. Il giorno dopo, il 22 febbraio, si contavano già 76 casi e due vittime. In una settimana, il numero dei contagi superava il migliaio, quello dei morti continuava a lievitare. E così via, tra raccomandazioni, divieti, decreti, autocertificazioni, scene isteriche nelle stazioni e ai supermercati, e due frasi ormai diventate più di altre il simbolo della quarantena forzata in cui vive il Paese da circa un mese: «Io resto a casa» e «Andrà tutto bene».

Il 23 febbraio, in Italia c’erano più di 150 casi. Il 26 febbraio, in Spagna – dove il primo caso era stato riscontrato quasi un mese prima – ce n’erano 14. Quello stesso giorno, in Germania venivano dichiarati 26. Tenete in mente queste cifre. Una sproporzione di cui ci siamo già occupati (leggi l’articolo Morti da Coronavirus: i conti non tornano) e che è aumentata a dismisura nel tempo, probabilmente perché altrove non veniva fatto lo stesso numero di tamponi rispetto all’Italia. Così, il nostro Paese ha occupato per lunghi giorni il primo posto in Europa nel drammatico elenco di contagi e di vittime.

Una situazione che cambierà nell’arco di pochi giorni, perché mentre in Italia si registra un certo rallentamento nella diffusione del virus, la Spagna si prepara a prendere questo scottante testimone. Ad oggi, 2 aprile, i casi confermati hanno superato le 110mila unità e sono appena 200 in meno rispetto all’Italia. Ora di domani il sorpasso sarà compiuto, quando solo un mese fa il numero dei contagi nel nostro Paese era 10 volte superiore rispetto a quello iberico. I morti sono 3.000 in meno, quindi hanno già sfondato quota 10mila. Corre meno velocemente la Germania, ancora ferma a meno di 75mila casi. Forse guardando queste cifre si capisce meglio perché proprio i capi dei governi di Roma e di Madrid hanno picchiato i pugni sul tavolo dell’Europa, mentre Angela Merkel osservava un «rigoroso» silenzio.



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