La vendetta dell’amante ripudiata

2 Aprile 2020
La vendetta dell’amante ripudiata

Pedinare la propria rivale in amore o inviarle ripetutamente messaggi offensivi sul cellulare è reato. Non grave come lo stalking ma punibile a norma di legge.

La rivincita dell’amante abbandonata. Anche in questa chiave, in effetti, può essere interpretata la sentenza della Corte di Cassazione in materia di mogli tradite e con scarso self-control. La cocente delusione per un tradimento, infatti, non giustifica la donna a mettere in atto comportamenti vessatori nei confronti della sua rivale in amore. Ed ecco che i giudici hanno deciso che va condannata per molestie chi insegue l’amante del proprio consorte o la insulta via smartphone. Valutando se di molestie si tratti o piuttosto di stalking, che però è un reato più pesante che richiede precisi requisiti che vedremo nelle prossime righe.

La sentenza riguardava il caso di una moglie condannata da una Corte d’Appello per molestie. La donna ha fatto ricorso in Cassazione, ritenendo di non essersi macchiata di alcun reato. Questo nonostante i pedinamenti all’amante del coniuge e gli sms dal contenuto offensivo e minaccioso, andati avanti almeno per circa sei mesi, dall’inizio del 2013 alla fine dell’estate. Atteggiamenti non petulanti al punto da interferire con la vita privata della vittima, come ha fatto notare ai giudici la difesa della signora.

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile dalla Cassazione, che ha ricordato che inseguire qualcuno o mandargli numerosi messaggi con insulti, anche se per breve tempo ma con una certa ripetitività, rientri a pieno titolo nell’ambito delle molestie, perché un fastidio alla persona che subisce questi atteggiamenti viene senza dubbio arrecato. Fastidio che non va confuso con lo stalking: per provare questo reato più grave, anche detto atti persecutori, è necessario dimostrare che la vita della vittima è cambiata perché è stata costretta a modificare le sue stesse abitudini, per via di un sentimento persistente di angoscia e paura per la propria incolumità causato dal comportamento dell’autore dello stalking.

In questo caso la vittima era arrivata anche a tentare il suicidio, non per gli atteggiamenti insistenti dell’imputata, hanno concluso i giudici, ma per la decisione dell’uomo di lasciarla e tornare con la moglie. Non c’era quindi un collegamento tra il gesto estremo che l’amante ha cercato di compiere e le molestie della rivale. Nessuna possibilità, quindi, di contestare alla moglie reati più pesanti. Ma le molestie restano. E, oltre alla condanna, la donna dovrà anche pagare le spese di parte civile all’ormai ex amante del marito.



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1 Commento

  1. Opportuno giunge questo chiarimento perché i 2 termini vengono spesso confusi.
    Tuttavia al di là delle definizioni ci sarebbe sempre da considerare la percezione della vittima per cui anche un semplice insulto può divenire motivo di angoscia, perdita di autostima e impulso suicida.

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