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Occupazione abusiva case popolari

2 Aprile 2020
Occupazione abusiva case popolari

Occupare una casa popolare è reato se l’appartamento è disabitato? Esiste una sanatoria?

Occupare una casa disabitata è reato. Lo è anche se si tratta di una casa popolare. Qualcuno ha voluto giustificare il gesto di tale occupazione dell’edificio di edilizia pubblica appellandosi allo stato di necessità che gli imporrebbe di trovare una sistemazione al coperto per non morire di freddo o non far ammalare i propri figli. Insomma, la necessità di salvare la pelle. E siccome il diritto alla sopravvivenza viene prima di qualsiasi interesse di natura economica – anche pubblica – ecco che gli avvocati si sono buttati a capofitto in questo genere di difesa. 

Ma si può ritenere sussistente lo stato di necessità quando l’abusivo ha ormai preso possesso, da molto tempo, dell’alloggio pubblico senza preoccuparsi nel frattempo di una sistemazione alternativa e, soprattutto, di legalizzare la sua condizione? 

La questione sull’occupazione case popolari è stata più volte affrontata dalla giurisprudenza. L’orientamento, ormai consolidato, che la Cassazione ha sposato da più tempo è il seguente: l’occupazione dell’alloggio di edilizia popolare costituisce reato quando non c’è lo stato di necessità. 

Di qui l’interrogativo si sposta su quest’ultimo concetto: quando si può ritenere che sussistano le condizioni per poter abitare in un immobile del Comune? Quando, in altri termini, la necessità di un tetto si trasforma in «stato di necessità»? Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Quando c’è occupazione abusiva di casa popolare

L’erogazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica è regolata da una speciale disciplina normativa che subordina il godimento beneficio a specifici presupposti e requisiti previsti dalla legge la cui verifica avviene da parte dell’amministrazione stessa attraverso idonee procedure. Ai sensi dell’art. 11 D.P.R. n. 1035/1972 infatti, la detenzione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica è considerata legittima solo in presenza di un provvedimento formale di assegnazione emesso nel rispetto dei requisiti predetti. 

Di conseguenza, in assenza di un valido titolo costituito da un provvedimento amministrativo di assegnazione o da una situazione prevista dalla legge quale presupposto del subentro in un rapporto già in essere, si può parlare di occupazione abusiva della casa popolare. 

È irrilevante ai fini della esclusione del carattere abusivo dell’occupazione, la modalità di immissione nel possesso del bene, nel caso di specie l’ospitalità offerta dall’assegnatario. L’ospitalità o comunque il consenso da parte dell’assegnatario all’ingresso nell’immobile non costituisce valido titolo ai fini dell’assegnazione o del subentro.  Allo stesso modo né il perdurare nel tempo dell’occupazione, né l’esercizio da parte dell’occupante delle prerogative del conduttore può valere a rendere legittima la stessa occupazione. Non si può quindi mai parlare di acquisizione di un diritto anche attraverso l’usucapione, atteso che l’usucapione non può mai verificarsi con riferimento a beni pubblici. 

Occupazione casa popolare e stato di necessità

Il principio generale seguito dalla giurisprudenza è il seguente: nella specifica ipotesi di occupazione di abitazione altrui, come un edificio di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari, lo stato di necessità può essere invocato solo per un pericolo attuale e transitorio. Come anticipato in partenza, non è il caso di chi fissa la propria dimora in modo durevole. Sistemarsi per qualche notte all’interno di un alloggio IACP, magari per proteggersi dalla neve e dall’acquazzone, non è reato, specie se si ha famiglia. Ma quando l’occupazione si protrae nelle settimane – cosa ricavabile anche dal modo in cui l’alloggio viene “adattato” alle personali esigenze – non è più possibile invocare lo scudo dalla contestazione penale. 

In concreto, quando ricorre l’effettivo stato di necessità? Secondo una pronuncia recente della Cassazione [1], nella limitata ipotesi di occupazione di beni altrui, lo stato di necessità può essere richiesto solo per un pericolo attuale e transitorio non per sopperire alla necessità di trovare un alloggio al fine di risolvere, definitivamente, la propria esigenza abitativa. Insomma, lo stato di necessità non può essere a tempo indeterminato, «tanto più che gli alloggi IACP sono proprio destinati a risolvere esigenze abitative di non abbienti, attraverso procedure pubbliche e regolamentate». 

Il diritto di proprietà di terzi non può essere del resto compresso in maniera permanente, posto che, se così fosse, si verificherebbe un alterazione della destinazione della proprietà al di fuori di ogni procedura legale.

Anche il Tar Lombardia ha confermato questa tesi. «In materia di edilizia residenziale pubblica – si legge in una recente pronuncia [2] – lo stato di necessità non può prorogarsi per un periodo così lungo (quasi due anni), nel quale l’interessato ben potrebbe fare ricorso agli strumenti ordinari approntati dall’ordinamento per risolvere la propria situazione.

L’illecita occupazione di un alloggio popolare discriminato dallo stato di necessità solo se è attuale il pericolo di un danno grave alla persona escludendo tutte quelle situazioni caratterizzate da una sorta di cronicità essendo  datate e destinata a protrarsi nel tempo. In un caso deciso dal tribunale di Pescara [3], un donna che aveva abitato arbitrariamente una casa popolare con i propri figli si era giustificata affermando che non aveva possibilità economiche di continuare a pagare l’affitto della casa, precisando che il marito era disoccupato e svolgeva attività lavorativa saltuaria e che era rimasta nell’immobile per circa sei mesi. Tale giustificazione, per quanto umanamente toccante, non può però essere fatta rientrare nello stato di necessità.

Occupazione abusiva casa popolare e sanatoria

Quanto alla sanatoria delle occupazioni abusive queste sono di competenza della Regione che spesso prevede il pagamento di una sanzione economica per regolarizzare gli inquilini “senza titolo” ossia privi di una effettiva assegnazione. L’ente locale fissa anche le condizioni per accedere alla sanatoria, partendo dai requisiti di reddito. 


note

[1] Cass. sent. n. 27 giugno 2018, n. 29437.

[2] Tar Lombardia, sent. n. 1857/2019.

[3] Trib. Pescara, sent. n. 1641/2019.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 18 maggio – 27 giugno 2018, n. 29437

Presidente Prestipino – Relatore Messini D’Agostini

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con sentenza dell’11/4/2016, la Corte di appello di Messina confermava la sentenza emessa il 19/6/2012 con la quale il Tribunale di Messina aveva condannato P.F. e Pr.Ro. alla pena ritenuta di giustizia per concorso nel reato di invasione di edificio (abitazione di proprietà dell’Istituto Autonomo Case Popolari).

2. Propongono distinti ricorsi, dall’identico contenuto, P.F. e Pr.Ro. , chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

2.1. Con un primo motivo si deduce vizio motivazionale in quanto la Corte territoriale ha disatteso l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale lo stato di indigenza può costituire un giustificato motivo dell’occupazione di una casa, bene primario: nel caso in esame sarebbe stato provato che i ricorrenti versavano e versano in uno stato di indigenza, unitamente al proprio nucleo familiare.

2.2. Con un secondo motivo si sostiene che il giudice di appello ha erroneamente escluso l’applicabilità nella fattispecie dell’art. 131 bis del codice penale.

3. I ricorsi sono inammissibili.

3.1. Secondo il diritto vivente, “lo stato di necessità, nella specifica e limitata ipotesi dell’occupazione di beni altrui, può essere invocato solo per un pericolo attuale e transitorio non certo per sopperire alla necessità di trovare un alloggio al fine di risolvere, in via definitiva, la propria esigenza abitativa, tanto più che gli alloggi IACP sono proprio destinati a risolvere esigenze abitative di non abbienti, attraverso procedure pubbliche e regolamentate” (così Sez. 2, n. 4292 del 21/12/2011, dep. 2012, Manco, Rv. 251800; in senso conforme v., ad es., Sez. 2, n. 19147 del 16/04/2013, Papa, Rv. 255412; Sez. 6, n. 28115 del 05/07/2012, Sottoferro, Rv. 253035; Sez. 2, n. 8724 del 11/02/2011, Essaki, 04/03/2011, Rv. 249915).

Anche di recente la Suprema Corte ha ribadito che, “venendo in rilievo il diritto di proprietà, un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 54 c.p., alla luce dell’art. 42 Cost., non può che pervenire ad una nozione che concili l’attualità del pericolo con l’esigenza di tutela del diritto di proprietà del terzo che non può essere compresso in permanenza perché, in caso contrario, si verificherebbe, di fatto, un’alterazione della destinazione della proprietà al di fuori di ogni procedura legale o convenzionale” (Sez. 2, n. 28067 del 26/03/2015, Antonuccio, Rv. 264560).

La sentenza si è attenuta a detti principi, evidenziando peraltro che l’affermazione degli imputati era priva di “alcun supporto probatorio ovvero semplicemente deduttivo”.

Il dedotto stato di indigenza, comunque, sarebbe da solo inidoneo ai fini del riconoscimento della scriminante invocata.

3.2. Il secondo motivo è del tutto generico, non essendosi confrontato con le argomentazioni della sentenza impugnata, che ha escluso che il fatto commesso dagli imputati presentasse connotati tali da essere considerato di particolare tenuità, sì da rendere applicabile la causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis del codice penale.

I ricorrenti hanno soltanto dedotto l’erroneità della valutazione della Corte territoriale, senza neppure dedurre in base a quali elementi, per le modalità della condotta e l’esiguità del danno, l’offesa sarebbe stata di particolare tenuità ed il comportamento non abituale.

Va peraltro evidenziato che l’applicazione della causa di non punibilità non fu neppure richiesta nel giudizio di appello, come risulta dalle conclusioni riportate nel verbale di udienza, circostanza questa che costituisce una ulteriore ragione di inammissibilità del motivo di ricorso.

4. All’inammissibilità dell’impugnazione proposta segue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento nonché, ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di Euro 2.000 ciascuno, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila ciascuno a favore della cassa delle ammende.

Motivazione semplificata.


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2 Commenti

  1. E dato sapere, che chiunque si appropria indebitamente di cosa altrui, non ci può essere nessuna scusa ne di povertà ne di stato di bisogno.
    Entro nel merito dettagliatamente sulla vicenda, qualche anno fa ho fatto richiesta di un alloggio di edilizia popolare, dove , avendo avuto tutti i requisiti necessari sia alla partecipazione sia al concorrere sul diritto degli alloggi, dopo svariati mesi nonché anni, mi sono trovato in graduatoria degli aventi diritto, così dopo i tanti tentativi di snellire la burocrazia x avere le chiavi di uno degli alloggi che mi spettava di diritto. gli stessi sono stati occupati abusivamente, nessuno ha provveduto a far rispettare le norme che sanciscono il reato penale x gli abusivisti, ma neanche a vedere lo stato di bisogno di questi soggetti abusivisti, e a mio parere non esiste , dal solo fatto che nel parcheggio degli alloggi stesso le auto che tengono….

    1. Resta da vedere se gli occupanti siano allo stato attuale ancora residenti nella casa. Considerati i tempi della causa iniziata presumibilmente prima del 2012 e definita nel 2018, i 4000 Euro da pagare oltre le spese processuali potrebbero “Compensare i circa 10 anni di occupazione, senza contare se, nel frattempo la Regione non abbia emanato una Legge a Sanatoria!

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