Coronavirus: la falsa sicurezza dei test

3 Aprile 2020
Coronavirus: la falsa sicurezza dei test

I test rapidi utilizzati da alcune Regioni sbagliano dal 20% fino al 60% dei casi e così non forniscono informazioni certe; ma possono essere validati in 2 giorni.

Come alternativa al tampone negli ultimi giorni si sono affacciati numerosi test sierologici, alcuni anche di tipo rapido, che promettono di rivelare la positività all’infezione da Covid-19. Alcune Regioni italiane (Veneto, Emilia Romagna, Puglia, Marche e Piemonte) già li stanno utilizzando per individuare i casi di chi ha sviluppato l’immunità al Coronavirus. Altre Regioni, come la Lombardia ed il Lazio, attendono le indicazioni degli scienziati prima di procedere in questo senso.

Ma gli esperti mettono in guardia dalla falsa sicurezza che questa indagine può ingenerare: secondo Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli (Associazione microbiologi clinici italiani), soprattutto “con i test rapidi che si fanno con una punturina sul dito, il tasso di falsi negativi oscilla dal 20 al 60%, ma noi dobbiamo dare alle persone informazioni certe: se diciamo a un soggetto che è negativo, dobbiamo essere sicuri”.

Per questo – spiega l’esperto all’Adnkronos Salute – “chiediamo di verificare i test e chiediamo che le Regioni si coordinino: possiamo esaminare questi prodotti con delle analisi su 10mila casi, per validarli. E possiamo stilare un protocollo nazionale per evitare false sicurezze“.

“Il fatto è che su questi test ci sono ancora troppe incertezze. Il nostro censimento dei test sierologici disponibili sul mercato mondiale annovera 108 prodotti di varie aziende. Di questi, i prodotti di cui è autocertificata la marcatura Ce – e che, pertanto, sarebbero utilizzabili per prove che comportano la refertazione dell’esito – costituiscono l’80% del totale”, spiega il microbiologo.

Perciò – prosegue Clerici – “prima di usarli vanno validati“. Il procedimento non sarebbe affatto lungo, anzi potrebbe realizzarsi in tempi molto brevi: “noi grazie alle nostre biobanche in appena due giorni potremmo valutare i test sierologici e dire quali sono affidabili e quali no”. Ma che succede se in una Regione si usa un test meno affidabile? “Occorre evitare differenze da Regione a Regione. Noi siamo a disposizione del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità e possiamo stilare un protocollo nazionale per evitare false sicurezze“.

Clerici, che è anche il direttore dell’Unità operativa di Microbiologia dell’Asst Ovest Milanese, ci avverte anche su come interpretare i risultati forniti di test e come utilizzarli al meglio: “Gli anticorpi hanno la loro utilità, e la avranno ancora di più, con la ripresa delle attività. Possono dirci chi ha già sviluppato una sorta di immunità contro il virus, ma ci sono ancora troppe cose che non sappiamo: dopo quanto tempo si sviluppano gli anticorpi immunizzanti? Ci danno un’immunità duratura? Per quest’ultima risposta dovremo attendere almeno un anno e ricontrollare, ma per tutto il resto si può fare molto”.

“Il fatto è – ribadisce Clerici – che il test rapido ha tempi di risposta di circa 15 minuti. Potrebbe essere utilizzato anche in situazioni di reale emergenza, al di fuori del laboratorio. Ma proprio questi test sono quelli più gravati da sensibilità e specificità variabile (in particolare per IgM) e sono assolutamente ‘operatore-dipendente’ nella loro interpretazione, oltre a consentire una gestione assolutamente incontrollata del loro utilizzo se fossero autorizzati per un utilizzo anche extra-ospedaliero, venduti in farmacia e fatti a casa”.

A conferma dell’opinione degli esperti arriva proprio oggi la nuova circolare del ministero della Salute: “I test rapidi basati sull’identificazione di anticorpi IgM e IgG specifici per la diagnosi di infezione da Sars-Cov-2, secondo il parere espresso dal Cts, non possono, allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica, sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di Rna virale dai tamponi nasofaringei secondo i protocolli indicati dall’Oms”. La circolare precisa che “tali test, qualora non marcati Ce ai sensi del D. Lgs. 332/00 come dispositivi per test autodiagnostici, non possono essere usati da chi non abbia qualificazione/competenza nel merito e, pertanto, l’eventuale fornitura al pubblico generale sarebbe incoerente con la loro destinazione d’uso”.



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