Negozi aperti di domenica: colpo della Cassazione ai Comuni

3 Aprile 2020
Negozi aperti di domenica: colpo della Cassazione ai Comuni
È lo Stato ad avere competenza in materia di liberalizzazioni, dice la Cassazione, che cita la “deregulation” contenuta nel decreto Bersani del 1998.

Le aperture nei giorni festivi non sono affare degli enti locali. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con una nuovissima sentenza [1] disapplicando il provvedimento di un Comune che interferiva su alcune specifiche del fatturato come criterio per consentire l’apertura domenicale.

Il perché della decisione sta principalmente nei motivi di competenza. In sintesi, non sono gli enti locali, come le Regioni o i Comuni, a poter decidere autonomamente in materia. Semmai, è lo Stato che prende provvedimenti in fatto di politica economica e liberalizzazioni.

La normativa di riferimento è il decreto Bersani sulla riforma del commercio [2] che, tra l’altro, prevede siano gli esercenti a fissare liberamente gli orari di apertura e chiusura nelle città d’arte. È la cosiddetta “deregulation” in vigore da anni e che non può essere compressa da provvedimenti comunali in senso contrario.

Nella sentenza si parlava, in particolare, dell’apertura di un mobilificio di domenica. L’ordinanza comunale disapplicata pretendeva una specializzazione merceologica del 75% del fatturato in uno dei prodotti indicati dal decreto Bersani, per permettere al negozio di lavorare nel giorno festivo.

È una circolare del ministero dell’Industria risalente ai primi anni Duemila a spiegare che, per aprire di domenica, basta che il fatturato complessivo del negozio sia composto almeno per metà dalla vendita dei beni indicati dal decreto Bersani, che comprende anche i mobili. Criterio in cui il negozio in questione rientrava perfettamente.

La Cassazione ha escluso che l’apertura domenicale possa essere interpretata come concorrenza sleale, come sosteneva, invece, un’associazione di commercianti il cui ricorso è stato respinto. I giudici hanno spiegato che non basta la violazione amministrativa di un negoziante per ritenere che abbia danneggiato la concorrenza. Bisogna dimostrare che c’è stata una lesione dei diritti dei concorrenti tramite un’alterazione rilevante delle condizioni di mercato.


note

[1] Cass. sent. n. 7676/20 del 3 aprile 2020.

[2] D.Lgs. 31 marzo 1998, n.114.


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