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Posso rifiutarmi di fare i turni

5 Aprile 2020 | Autore:
Posso rifiutarmi di fare i turni

I diritti dei dipendenti che non hanno lo stesso orario ogni giorno della settimana: quando possono dire di no all’azienda e che cosa rischiano.

Sei stanco di non avere una continuità di orari al lavoro? Probabilmente, rimpiangi l’epoca in cui ti potevi alzare tutti i giorni a un’ora decente la mattina, fare colazione con la famiglia, portare i bambini all’asilo o a scuola e poi andare al lavoro, sapendo che avresti anche la serata libera per cenare con i tuoi o, magari, portarli in pizzeria. Da quando fai i turni, invece, sei costretto a guardare il calendario imposto dall’azienda prima di sapere a che ora puntare la sveglia o quando guardare un film la sera con i figli. Probabilmente, qualche volta ti sarà passata per la testa questa domanda: «Ma posso rifiutarmi di fare i turni?».

Forse quello che vorresti è parlare con l’ufficio del personale o direttamente con il datore di lavoro per chiedere di reimpostare la tua attività. Se ti dicessero di sì, saresti a cavallo. Ma se ti negassero questa possibilità, potresti pretendere qualcosa? In altre parole, potresti rifiutarti di fare i turni senza rischiare alcunché?

Lo stesso può valere per chi, tutto sommato, non ha grossi problemi a lavorare con questo sistema ma deve adattarsi con una certa frequenza ad un cambio di orario: può rifiutarsi di fare i turni in questo modo?

Ci sono alcune circostanze in cui è possibile dire di no. Il problema è che, spesso, si teme che il rapporto con l’azienda si possa incrinare. Non si vorrebbe passare per una persona poco disponibile e, quindi, si finisce per accettare quello che il datore chiede senza fare troppe storie. Va da sé, però, che un conto è essere disponibili ed un altro ben diverso è farsi sbattere di qua e di là in continuazione senza un motivo giustificato. Ecco, allora, quando ci si può rifiutare di fare i turni e quando, invece, si deve accettare l’impostazione dell’azienda.

Turni di lavoro: come vanno impostati?

Va detto, innanzitutto, che un lavoro viene considerato a turni quando un certo numero di dipendenti è impegnato in successione nella stessa attività e con un determinato ritmo, continuo o discontinuo.

Organizzare i turni di lavoro è un compito che spetta all’azienda. Deve, però, tenere conto di quello che c’è scritto sul contratto nazionale di categoria (il Ccnl), che può variare da un settore all’altro. Tuttavia, tra i vari accordi con i sindacati ci sono delle norme comuni. Se il contratto collettivo applicato non contempla alcuna regola sulla turnazione, sarà il datore di lavoro ad organizzare l’attività come meglio ritiene, purché mantenga i princìpi di correttezza e di buona fede che sono alla base di qualsiasi contratto e non discrimini alcuni dipendenti piuttosto che altri.

In ogni caso, l’azienda deve organizzare i turni ispirandosi, oltre che ai princìpi di ragionevolezza, correttezza e buona fede, ai sacrosanti diritti dei lavoratori a:

  • il riposo;
  • la sicurezza;
  • la libertà;
  • la dignità;
  • la salute.

Se viene a mancare uno solo di questi princìpi, il dipendente può rifiutarsi di fare i turni.

Per quanto riguarda gli orari, il concetto di base è il rispetto delle 40 ore settimanali, distribuite su 5 giorni, oppure su 6 giorni nel caso in cui le esigenze produttive lo richiedessero. In quest’ultimo caso, vanno sentiti i rappresentanti sindacali ed il lavoratore ha diritto ad una maggiorazione sullo stipendio dell’8% per essere costretto a lavorare il sabato. La maggiorazione viene corrisposta, ovviamente, anche se si lavora di domenica, come può succedere in un supermercato. Oltre le 40 ore settimanali, scatta lo straordinario. Il limite giornaliero è fissato in 10 ore.

Turni di lavoro: va comunicato in anticipo?

Il datore è tenuto a comunicare i turni di lavoro con un congruo preavviso, in modo da consentire al lavoratore si organizzare la sua vita privata. Tuttavia, non esiste una regola precisa su quanto tempo prima un dipendente debba venire a conoscenza dei suoi turni. Diciamo che anche in questo caso subentrano la correttezza e la buona fede.

Se la comunicazione arriva troppo tardi, il lavoratore può rifiutarsi di fare i turni? Tecnicamente no, perché – come detto – non esiste una norma che imponga al datore di lavoro un termine. Quello a cui ha diritto, però, è ad avere un risarcimento nel caso in cui l’essere costretto a lavorare senza essersi organizzato prima possa provocargli un danno.

Turni di lavoro: cosa rischia chi si rifiuta di farli?

Abbiamo detto in precedenza che il lavoratore può rifiutarsi di fare i turni nel caso in cui il datore di lavoro non abbia rispettato i princìpi di correttezza e di buona fede o abbia calpestato i diritti fondamentali dei lavoratori al momento di organizzare l’attività aziendale. Al di fuori di queste motivazioni, dire di no alla turnazione può diventare un problema.

Nel caso in cui il dipendente sia convinto di essere stato discriminato o costretto a fare dei turni senza che siano tenuti in considerazione i suoi diritti, può far valere le sue ragioni anche in tribunale. Se, però, il lavoratore non rispetta i tre doveri principali di qualsiasi dipendente, cioè i doveri di obbedienza, diligenza e fedeltà e si rifiuta di fare i turni per un motivo non valido, rischia delle sanzioni che vanno dal richiamo verbale e/o scritto alla multa, alla sospensione dello stipendio e dal servizio, al trasferimento o, nel casi più gravi, al licenziamento per giusta causa.

Turni di lavoro: può rifiutarlo chi beneficia della legge 104?

No. L’unica cosa che può rifiutare chi fruisce dei permessi della legge 104 è di fare il turno di notte: la legge, infatti, esclude i beneficiari dal lavoro notturno. Per il resto, dovrà adattare i giorni o le ore di permesso alle sue turnazioni.

Turni di lavoro: possono essere cambiati?

Può capitare che per esigenze aziendali i turni di lavoro subiscano delle modifiche. Il dipendente può rifiutarsi di cambiare orario?

Se il rapporto è a tempo parziale, la variazione deve essere appositamente accordata attraverso le cosiddette clausole elastiche. Si tratta di intese tra le parti che consentono delle modifiche all’orario di lavoro in corso di rapporto. Il dipendente avrò diritto ad una maggiorazione dello stipendio.

Chi, invece, lavora a tempo pieno non è soggetto a queste norme, poiché non hanno le stesse possibilità di un dipendente part-time di svolgere un’altra attività in grado di condizionare eventuali variazioni di orario. In sostanza, il lavoratore a tempo pieno deve sottostare alle decisioni dell’azienda, sempre entro i limiti di correttezza e di buona fede sopra citati.



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