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Controllo conto corrente bancario

5 Aprile 2020
Controllo conto corrente bancario

Come l’Agenzia delle Entrate, la Guardia di Finanza, l’esattore, l’ex coniuge e i creditori possono accedere alle informazioni riservate del conto corrente di ogni cittadino.

Se un tempo l’unico soggetto legittimato ad eseguire il controllo del conto corrente bancario era il fisco, nella figura dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza, oggi la platea degli aventi diritto si è estesa. Lo può fare, innanzitutto, l’agente per la riscossione esattoriale, legittimato a verificare quanti soldi e presso quale istituto di credito il contribuente possiede i propri risparmi: lo scopo è chiaramente quello di procedere a colpo sicuro con il pignoramento dei beni. Allo stesso modo, il controllo del conto corrente bancario può essere effettuato – anche se in forma meno invasiva – da qualsiasi creditore privato, dall’ex coniuge che cerca di recuperare l’assegno di mantenimento o che intende agire per ottenere la separazione e il divorzio. 

In cosa si sostanzia il controllo del conto corrente bancario e quali sono le garanzie previste dalla legge per il correntista? Le regole sono, per come intuibile, diverse a seconda del tipo di soggetto agente e della finalità perseguita. Approfondiremo tali aspetti nelle seguenti righe.

Controllo conto corrente bancario da parte del fisco

Ci sono due metodi che l’Agenzia delle Entrate può utilizzare per controllare i conti correnti dei contribuenti. Il primo, che potremmo definire “a tavolino”, si basa su un collegamento telematico a un database: quest’ultimo è costituito dalle informazioni che, per legge, le banche sono tenute a fornire sui dati dei propri clienti. Il secondo, invece, avviene attraverso un accesso fisico alla filiale da parte degli ispettori, con richiesta della documentazione e successiva verifica della stessa. Li analizzeremo qui di seguito nel dettaglio.

Controllo del conto corrente tramite l’Anagrafe tributaria

Nel primo caso, il funzionario dell’ufficio delle imposte che sta indagando su un contribuente, si collega da remoto ad una apposita sezione dell’Anagrafe tributaria, detta Archivio dei rapporti finanziari. Si tratta di una banca dati ove sono contenute una serie di informazioni essenziali a ricostruire il patrimonio dei cittadini: l’istituto di credito ove questi hanno il proprio conto corrente, la lista di tutte le movimentazioni in entrata e in uscita, il saldo finale, eventuali depositi di titoli e qualsiasi altro contratto con la banca, ivi compreso quello per le cassette di sicurezza (il cui contenuto può, però, essere conosciuto solo con accesso diretto in loco).

Il controllo del conto corrente eseguito tramite l’Archivio dei rapporti finanziari ha, di solito, lo scopo di verificare eventuali versamenti di contanti o bonifici ricevuti che non sono stati riportati nella dichiarazione dei redditi (fatto che, da solo, è sufficiente a giustificare un accertamento fiscale). 

Non sussiste, invece, alcuna forma di controllo sui prelievi di contanti, salvo per le aziende e gli imprenditori per i quali sussiste il limite di 1.000 euro giornalieri e, comunque, di 5.000 euro mensili.

Una recente forma di controllo (detta Risparmiometro) si spinge a verificare il volume dei risparmi accumulati sul conto: se questi dovessero essere sproporzionati rispetto al reddito conseguito, ne potrebbe derivare un accertamento. L’intento del fisco è verificare se gran parte dello stipendio resta sul conto corrente, senza essere intaccato dai consueti prelievi, necessari alle spese di sostentamento (circostanza che fa presumere l’esistenza di altri redditi non dichiarati).

L’Agenzia delle Entrate non ha l’obbligo di informare il contribuente dell’avvio del controllo sul conto corrente; questi cioè non ha diritto a sapere dello svolgimento delle indagini nei suoi confronti. Sicché, questi potrebbe trovarsi direttamente dinanzi a un avviso di accertamento o a una richiesta di chiarimenti cui sarebbe tenuto a rispondere o a difendersi.

Tale controllo può essere eseguito anche dalla Guardia di Finanza, nell’ambito dei propri poteri di indagine.

Controllo del conto corrente tramite accesso diretto in banca

La seconda forma di controllo del conto corrente è quella dell’accesso diretto presso la filiale ove il contribuente ha concluso il proprio contratto. Lo scopo è acquisire tutte le notizie e documentazioni inerenti al rapporto finanziario per accertare l’evasione delle imposte sui redditi e Iva [1] nonché ulteriori illeciti tributari (in particolar modo, eventuali reati). I funzionari possono chiedere anche l’apertura delle cassette di sicurezza. 

Le attività possono essere delegate anche alla Guardia di Finanza.

Anche qui, l’accertamento non può derivare da controlli eseguiti in modalità casuale, sulla base di un “sorteggio”, ma deve trattarsi di indagini mirate, avviate sulla base della previa acquisizione di indizi di irregolarità. In pratica, ci deve essere un fondato sospetto da cui prendere le mosse e avviare i controlli sul conto corrente. Di norma, a far sospettare le irregolarità è proprio l’accesso all’Archivio dei rapporti finanziari di cui abbiamo parlato prima. 

Anche in tale ipotesi, il contribuente non deve essere avvisato preventivamente dell’avvio dei controlli. Tuttavia l’ufficio può procedere solo previa autorizzazione del capo ufficio che, per quanto riguarda l’Agenzia delle Entrate, è quella del Direttore Centrale dell’Accertamento o del Direttore Regionale, mentre, per quanto riguarda la Guardia di Finanza, è quella del Comandante regionale, da funzionari con qualifica non inferiore a quella di funzionario tributario e da ufficiali della Guardia di Finanza di grado non inferiore a capitano.

Maggiori informazioni in: 

Controllo conto corrente di Agenzia Entrate Riscossione

Finalità completamente diversa ha il controllo del conto corrente da parte dell’esattore che, per i crediti dell’erario, è Agenzia Entrate Riscossione. Come noto, tale ente pubblico ha lo scopo di riscuotere le imposte e le sanzioni non versate in via bonaria dai contribuenti, previa notifica delle famigerate cartelle esattoriali o degli avvisi di presa in carico. 

Ebbene, l’Agenzia Entrate Riscossione può affacciarsi all’Archivio dei rapporti finanziari per verificare presso quale banca il contribuente possiede il conto corrente e quanti soldi vi sono depositati. In tal modo, può procedere, a colpo sicuro, al pignoramento del conto corrente. Pignoramento che, tuttavia, deve seguire alcune regole di garanzia per il debitore. In particolare, se il conto corrente è funzionale solo all’accredito di pensione o stipendio, il pignoramento delle somme già preesistenti può avvenire solo per la parte che eccede il triplo dell’assegno sociale (ossia solo le somme che superano circa 1.350 euro); per quelle successivamente accreditate, il pignoramento può essere massimo di un quinto.

Controllo del conto corrente da parte dell’ex coniuge

Una recente giurisprudenza si è aperta alla possibilità, per le coppie che stanno per separarsi o che l’hanno già fatto, di chiedere all’Agenzia delle Entrate l’esibizione della dichiarazione dei redditi dell’ex, in modo da verificare le possibilità economiche di questi e, di conseguenza, rapportare ad esse la richiesta degli alimenti. 

Una volta ottenuta la sentenza di condanna al versamento del mantenimento, il coniuge beneficiario che non abbia ottenuto le somme dovutegli può procedere con un pignoramento dei beni. A tal fine, per sapere presso quale banca pignorare il conto corrente, può accedere (previa autorizzazione del presidente del tribunale) all’Anagrafe tributaria. 

Controllo del conto corrente da parte dei creditori

Anche tutti gli altri creditori – seguendo lo stesso iter dell’ex coniuge appena descritto – possono controllare il conto corrente del debitore tramite un accesso all’Anagrafe dei conti correnti e, più in particolare, all’Archivio dei rapporti tributari.

A tal fine, però, è necessario seguire questa procedura:

  • ottenimento di sentenza di condanna o decreto ingiuntivo definitivo;
  • notifica dell’atto di precetto;
  • richiesta di autorizzazione al presidente del tribunale di ricerca telematica dei beni del debitore;
  • accesso all’Anagrafe tributaria per il tramite dell’ufficiale giudiziario.

note

[1] Art. 32 del Dpr 600/73 (per le imposte sui redditi) e Art. 51 del Dpr 633/72 (per l’Iva).


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