Diritto e Fisco | Articoli

Posso rifiutarmi di andare a lavoro?

5 Aprile 2020
Posso rifiutarmi di andare a lavoro?

Ecco in quali casi il dipendente può non andare in azienda se il datore di lavoro non rispetta la legge sul pagamento dello stipendio, sicurezza, mansioni, trasferimenti, ecc.

Compito principale del dipendente è di svolgere la propria prestazione lavorativa; quello del datore, invece, è di proteggerlo e garantire i suoi diritti previsti dalla legge. Facile, in teoria; difficilissimo nella pratica. Le controversie nel mondo del lavoro sono infatti numerose, frutto di errate interpretazioni delle norme o di equivoci sulla loro effettiva portata. E siccome ottenere giustizia non è sempre facile, ma soprattutto richiede tempo e denaro, ecco che allora lo strumento dell’autodifesa è a volte quello più utilizzato per risolvere i problemi e le conflittualità. Un dipendente a cui, ad esempio, non vengono garantiti i permessi, le ferie e gli straordinari, a cui viene imposto un trasferimento illegittimo, che è costretto a lavorare in un ambiente insalubre o che non riceve lo stipendio da diversi mesi si farà spesso questa domanda: posso rifiutarmi di andare al lavoro?

Ecco cosa prevede a riguardo la legge.

Quando ci si può rifiutare di lavorare?

Il Codice civile fissa un principio molto chiaro [1]: in un contratto a “prestazioni corrispettive” (ove cioè entrambe le parti sono tenute a eseguire una propria prestazione) ci si può rifiutare di adempiere solo se l’altra parte è inadempiente. Ad esempio, se si acquista un abbonamento a una pay-tv e non si riceve più il servizio è possibile interrompere il pagamento delle rate. 

Per poter interrompere la propria prestazione, però, è necessario che l’inadempimento della controparte sia grave ossia di portata tale da far perdere ogni interesse al contratto. Così, ad esempio, un semplice rallentamento di qualche giorno della linea internet non giustifica il mancato pagamento delle bollette; l’omessa riparazione, da parte del padrone di casa, di un rubinetto rotto o di una parete con delle macchie di umidità non consente di smettere di pagare l’affitto.

Tali principi valgono anche nell’ambito dei rapporti di lavoro: non ogni inadempimento del datore di lavoro può consentire al dipendente di rifiutarsi di andare a lavorare. Si deve trattare di un inadempimento grave. 

Pertanto non è legittimo – ed è sanzionabile con il licenziamento per giusta causa – il rifiuto del lavoratore di andare a lavorare a causa di un affermato inadempimento parziale del datore di lavoro se questi però adempie a tutti gli altri obblighi derivanti dal contratto [2]. Si pensi a un ordine di servizio che adibisca il dipendente a mansioni che non gli sono proprie. 

È giustificato il rifiuto di adempiere alla propria prestazione solo se l’altra parte sia totalmente inadempiente; negli altri casi il lavoratore può solo rifiutare lo svolgimento di singole prestazioni lavorative non conformi alla propria qualifica, ma non può invece rifiutare lo svolgimento di qualsiasi prestazione lavorativa. 

Come stabilire quando si può non andare a lavorare?

La giurisprudenza si guarda bene dall’elencare le specifiche ipotesi concrete in cui il dipendente può legittimamente rifiutarsi di lavorare. Si limita piuttosto a chiarire che, ciò che conta, è il rispetto del principio di buona fede a cui entrambe le parti si devono uniformare. Il che vuol dire che, se non è oggettivamente impossibile o estremamente pericoloso andare a lavorare, bisogna farlo anche in presenza di una situazione illegittima, salvo comunque ricorrere al giudice per ottenere giustizia.

Qui di seguito faremo qualche esempio pratico.

Ma prima riportiamo le parole della stessa Cassazione [3]:

«In tema di licenziamento per giusta causa, il rifiuto del lavoratore di adempiere la prestazione secondo le modalità indicate dal datore di lavoro è idoneo, ove non improntato a buona fede, a far venir meno la fiducia nel futuro adempimento e a giustificare pertanto il licenziamento per giusta causa; l’inottemperanza ai provvedimenti dal datore, pur se illegittimi, deve essere valutata, sotto il profilo sanzionatorio, alla luce del Codice civile [1] secondo il quale la parte adempiente può rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo ove tale rifiuto non risulti contrario alla buona fede, avuto riguardo alle circostanze concrete (Nella specie, relativa a un contratto di lavoro “part-time” in cui la prestazione, pur fissata nella durata settimanale, non era collocata temporalmente, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore che, senza attivare la procedura ex art. 8, comma 2, del d.lgs. n. 61 del 2000, si era rifiutato reiteratamente di adempiere alla prestazione nei giorni e secondo l’orario richiesto, pur osservato pacificamente per sette mesi)».

Posso non andare nella nuova sede di lavoro?

Numerose sentenze hanno ritenuto illegittimo il rifiuto del dipendente di andare a lavorare presso la nuova sede di lavoro in presenza di un trasferimento non giustificato da ragioni produttive o organizzative. Il lavoratore può, al limite, fare ricorso in tribunale per chiedere l’annullamento dell’ordine di servizio ma, nel frattempo, deve svolgere la propria prestazione.

In ogni caso sono fatte salve le ipotesi in cui il trasferimento violi il principio di buona fede: si pensi a chi è in gravidanza e non può muoversi, a chi è portatore di handicap o si prende cura di un familiare disabile titolare della 104, ecc. In tali casi, il rifiuto di lavorare si porrebbe come una sorta di legittima difesa in attesa comunque dell’intervento del giudice.

Come chiarito dalla giurisprudenza (tribunale Roma del 10.11.2017) il trasferimento del lavoratore presso altra sede, giustificato da oggettive esigenze organizzative aziendali, consente al medesimo di chiederne giudizialmente l’accertamento di legittimità, ma non lo autorizza a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario (conseguibile anche in via d’urgenza), di eseguire la prestazione lavorativa richiesta, in quanto egli è tenuto ad osservare le disposizioni impartite dall’imprenditore, e può legittimamente invocare l’eccezione di inadempimento solo in caso di totale inadempimento dell’altra parte.

Posso non andare a lavorare se il datore non mi paga lo stipendio?

Il mancato pagamento dello stipendio è una valida causa di dimissione per giusta causa da parte del dipendente. A riguardo la giurisprudenza ritiene che anche una sola mensilità non versata possa giustificare il recesso unilaterale del lavoratore, purché non si tratti di un breve ritardo. Le dimissioni per giusta causa danno diritto all’assegno di disoccupazione dall’Inps.

Il dipendente però potrebbe voler conservare il posto e tuttavia astenersi dalla prestazione lavorativa in attesa di essere pagato. Può farlo? Sempre che non si tratti di un semplice ritardo, è consentito non andare a lavoro fino a pagamento della busta paga ma il dipendente dovrà seguire tali comportamenti:

  • inviare una lettera di diffida all’azienda con cui anticipa che il mancato pagamento dello stipendio comporterà una sospensione della prestazione lavorativa. In questa lettera dovrà assegnare al datore di lavoro un termine per adempiere che, per somme elevate, non può essere inferiore a 15 giorni. Per accelerare i tempi, si può inviare la diffida con Pec;
  • nel momento in cui intende sospendere la prestazione lavorativa e non presentarsi in azienda dovrà comunicare in anticipo tale intenzione al datore affinché questi possa organizzare l’attività e sostituirlo.

Leggi Se il datore di lavoro non paga lo stipendio posso stare a casa?

Se il datore chiede di svolgere altre mansioni 

Anche in caso di affidamento di mansioni diverse o superiori, al dipendente è consentito rivolgersi al giudice ma non rifiutarsi di lavorare. Ha detto la Corte di Appello di Roma [4]:

«Costituisce grave insubordinazione, come tale passibile del provvedimento disciplinare del licenziamento per giusta causa, il comportamento del lavoratore che si rifiuti di eseguire la prestazione, ritenendola estranea alla qualifica di appartenenza». 

Nel caso di specie era emerso come il rifiuto fosse fondato ab origine esclusivamente sull’assunto che la prestazione richiesta non rientrasse nelle mansioni del dipendente e che costui, addirittura, non fosse ascensorista. Circostanza quest’ultima del tutto smentita dalla produzione di regolare patentino.

Rifiuto di lavorare per pericolo per la salute

La sussistenza di un pericolo attuale e concreto per l’incolumità del dipendente potrebbe giustificare il rifiuto di prestare l’attività lavorativa, ma solo se si tratta di un rischio serio e concreto, non solo ipotetico. In tal caso non può più parlarsi di insubordinazione, ma affinché ciò avvenga, è necessario che tale predisposizione psicologica emerga al momento del fatto e sia posta a fondamento della motivazione addotta dal lavoratore al momento del rifiuto.  

Lavoro nei giorni di festa

Secondo la Cassazione [5], il provvedimento del datore di lavoro volto a esigere la prestazione del lavoratore in occasione delle festività infrasettimanali, in difetto di un consenso del lavoratore a prestare la propria attività, legittima l’eccezione di inadempimento costituita dal rifiuto di svolgere la prestazione lavorativa.


note

[1] Art. 1460 cod. civ.

[2] Tribunale Tivoli sez. lav., 23/07/2019, n.552

[3] Cass. sent. n. 12777/2019.

[4] C. App. Roma sent. n. 777/2018.

[5] Cass. sent. n. 16592/2015.

Autore immagine https://it.depositphotos.com/


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube