Il Coronavirus ha riportato la Pasqua sulle strade

4 Aprile 2020 | Autore:
Il Coronavirus ha riportato la Pasqua sulle strade

Non sarà la solita festa. Ma il calvario di chi oggi chiede aiuto e l’umanità di chi asciuga il loro volto riportano allo spirito di 2.000 anni fa.

Niente pranzi al ristorante, niente gelati in piazza, niente grigliate in riva al lago, niente passeggiate in montagna, niente vacanze al mare, ammesso che il tempo l’avesse concesso. Guai, però, a dire «niente Pasqua». Perché il coronavirus ha riportato la Pasqua nelle strade. Non quella fatta di bambini a spasso con il viso ancora sporco di uovo di cioccolato. Non quella di chi spesso confonde il Triduo con la «triade» di week end fuori porta in primavera (Pasqua, appunto, 25 aprile e 1° maggio). Ma quella vera, quella che invita a riflettere sul significato autentico di una festa svuotata, come il Natale, dal significato originale. Non occorre attendere il 12 aprile: la Pasqua è già in città, da diversi giorni. Ed è curioso, per non dire impressionante, il legame tra ciò che sta succedendo attorno a noi e ciò che era successo più di 2.000 anni fa, quello, cioè, per cui si celebra la Pasqua.

A Padova, come sicuramente altrove, le mense della Caritas sono aperte. Conoscono gli effetti del coronavirus non perché debbano chiudere le porte per decreto ma per la coda di chi attende il piatto caldo che in questo momento non si può permettere. E tra i volti dei più assidui, dei disoccupati che proprio adesso non troveranno un lavoro, dei divorziati il cui conto è prosciugato da assegni di separazione e affitto da pagare, degli stranieri in cerca di fortuna, ci sono anche quelli delle prostitute. Donne che, dopo essere state derubate dalla loro dignità, ora hanno anche perso la loro unica forma di sostentamento. Le limitazioni che impediscono di uscire di casa e di avere un contatto fisico le hanno portate via i clienti. «Abbiamo fame», dicono, «e nessuno ci aiuta. Nemmeno i nostri clienti più facoltosi. Senza lavoro non possiamo pagare l’affitto di una stanza». Così si sono ridotte a dormire con l’unico riparo di uno scatolone. Se prima qualcuno tendeva loro la mano per pagare una prestazione, ora che non ci sono dei soldi da dare quella mano è sparita.

Resta quella della Caritas, un’organizzazione di ispirazione cristiana. Sono le suore ad offrire a loro, come a tutti gli altri, un sostegno materiale per tamponare l’emergenza e far dimenticare la fame per qualche ora. La «donna della strada» non si vergogna di chiedere aiuto. La suora, per carità umana o cristiana poco importa, non si tira indietro. Non può non venire in mente quell’altra prostituta che, 2.000 anni fa, trovò conforto non dai clienti o da chi la sfruttava ma da chi avrebbe potuto condannarla. «La vergona questa volta può fare una strage», dice una delle ragazze. Oggi, come allora, in questa Pasqua nuova e diversa, si valorizza la persona puntando alle sue necessità anziché – come spesso succede – lasciarla affondare o metterla al muro per amplificare i suoi difetti.

A Canonica d’Adda, in provincia di Bergamo (probabilmente quella in cui il coronavirus ha lasciato il segno più drammatico), vive e lavora Sameh Ayad, un fruttivendolo egiziano di 34 anni immigrato dieci anni fa in uno dei territori dove essere stranieri risulta più complicato che altrove. Sameh, però, non ha trovato ostilità, anzi: si è inserito bene, ha aperto il suo negozio di frutta e verdura, è stato accettato e si è inserito. Un percorso che il giovane egiziano non dimentica. A tal punto che fuori dal suo piccolo negozio ha messo un tavolo colmo di prodotti ed un cartello: «10 anni fa mi avete accolto…Ora voglio dirvi grazie!!! Andrà tutto bene». E sotto: «Se avete bisogno, prendete GRATIS (scritto proprio in maiuscolo) la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo». Firmato: Sameh. Chi di voi ha frequentato poco o tanto la chiesa in qualche momento della sua vita, ricorderà queste parole del Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato». Ecco il suo ringraziamento, il suo gesto di umanità con cui, anche lui, riporta la Pasqua nelle strade.

Prostitute, suore ed immigrati e chissà quanti altri ancora tra coloro che hanno sempre trascorso la loro vita «in sordina» e sono abituati a combattere ogni giorno con mille difficoltà: sono loro ad indicare oggi la via da seguire, segnata loro malgrado da una pandemia che cambierà il mondo. Quale insegnamento trarre da questa rappresentazione della «Pasqua vivente» che vede come attori nelle strade gli ultimi e i dimenticati insieme ai Cirenei che aiutano loro a portare una croce troppo pesante, alle Veroniche che asciugano il loro volto, dipende da ciascuno di noi. «Questo virus sconvolge anche il profilo delle emergenze», avverte la Caritas padovana. «I prossimi mesi, per chi precipita nella povertà, si annunciano durissimi». Come a dire: dopo questo Calvario, dopo che il mondo è stato messo in croce dal Covid-19, ci vorranno ben più di tre giorni per ricostruire il Tempio dell’Umanità.



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