Coronavirus, la ricetta per la ripresa

6 Aprile 2020
Coronavirus, la ricetta per la ripresa

L’infettivologo Massimo Galli spiega in un’intervista come preparare il ritorno alla normalità. Due componenti saranno decisive: tamponi e test rapidi.

C’è chi parla già di “fase 2“, come se le buone notizie sul numero dei decessi e dei ricoveri in diminuzione potesse già farci pregustare il ritorno alla normalità, dopo il nefasto Coronavirus. Bisogna essere cauti e non allentare subito il freno delle misure anticontagio. “Se non si vuol ricominciare da capo bisognerà riprogrammare la ripresa. Ripresa che non dovrà avvenire prima del dovuto. La via da percorrere, a mio avviso, è quella di trovare il giusto mix fra utilizzo dei tamponi e dei test rapidi e di procedere per gradi cominciando a valutare le persone chiamate per prime a rientrare al lavoro”. È la visione dell’infettivologo Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano e docente di Malattie infettive all’università Statale del capoluogo lombardo. Lo ha intervistato l’agenzia di stampa Adnkronos, cui ha offerto una sua idea di com’è opportuno preparare il dopo-virus. Ma senza un’irresponsabile fretta.

“Io suggerisco di operare sulle persone che devono rientrare una prima valutazione con i test rapidi degli anticorpi, per poi procedere con il tampone su quelli che hanno il test rapido positivo. Chi avesse anche il tampone positivo deve continuare la quarantena, gli altri a tampone negativo (discutendo se farne uno o due di verifica) potremmo considerarli guariti. I negativi al test rapido vanno al lavoro. Tutti dovranno utilizzare misure di protezione e rispettare il distanziamento“. Il che significa che non è ancora tempo di abbracci ed effusioni e non lo sarà finché la curva dei contagi non sarà diminuita ulteriormente. “Programmare la ripresa è giusto, anticipare è pericoloso”, avverte Galli.

“Finora – continua l’infettivologo – ci si è concentrati tanto sul dilatare il più possibile i posti di terapia intensiva come era indispensabile, ma non si è moltiplicata la linea della diagnostica come era altrettanto indispensabile, nell’ottica di una ripresa vitale. Il primo pensiero è ovviamente salvare vite, ma se ne salvano ulteriori se si evita l’ulteriore diffusione e questo è uno dei compiti che si possono svolgere con una copertura diagnostica più ampia. Si salva anche il paese se ci mettiamo nelle condizioni di riprendere e di farlo in sicurezza. Al momento non vedo altra strada”.

“È questa – ragiona Galli – una materia difficile. Stiamo capendo cosa si può fare, perché non c’è un ‘golden standard’ che ci può dire ‘si fa così’. Quello che è sicuro è che non riusciremo a processare centinaia di migliaia di tamponi che rischiano di essere anche ripetuti e di diventare milioni. Bisogna dunque trovare una via, incrociare due modalità – test rapidi per selezionare chi sottoporre a tampone – per facilitare il ritorno al lavoro delle  persone il più rapidamente possibile”.

“Penso quindi – riepiloga – che gli strumenti a rapido utilizzo abbiano una possibilità di impiego importante, insieme ai tamponi, in prospettiva di una riapertura quando sarà. I test sierologici che si fanno direttamente sul sangue sono più precisi, ma prima bisogna averli e potrebbero essere un test di verifica, rispetto alla sensibilità dei test pungidito”.



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