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Pagamento in contanti: limiti

27 Giugno 2020 | Autore:
Pagamento in contanti: limiti

La soglia oltre la quale, dal 1° luglio 2020, scatta l’obbligo di tracciabilità tramite moneta elettronica, assegno o bonifico. Chi ci guadagna?

Portafogli più leggeri per non cadere nella testazione dell’evasione fiscale. Si può riassumere così il principio della normativa che, poco alla volta, abbassa la soglia consentita del pagamento in contanti. Limiti che portano pian piano verso il cosiddetto cashless, cioè all’acquisto di qualsiasi tipo di merce soltanto con moneta elettronica. Altro non è che uno strumento tracciabile per far sapere al Fisco quanto si spende e quanto si incassa.

Già, perché grazie ai limiti al pagamento in contanti non solo si guadagna in comodità (come vedremo, da un certo punto di vista conviene sia al cliente sia all’esercente). A beneficiare sarà anche l’Agenzia delle Entrate: attraverso l’obbligo di pagamento con la carta di credito o prepagata oppure con un assegno o con un bonifico, gli agenti del Fisco vengono a sapere da un lato se qualcuno spende più di quello che dichiara (e, quindi, avrà delle entrate in nero) e, dall’altro, se qualcuno incassa più di quello che dichiara (idem come prima, cioè avrà delle entrate in nero).

Contenti tutti? Quasi. Perché, come spesso succede, la legge non è perfetta, soprattutto sul fronte del pagamento con carta di credito o con Bancomat. Alcuni commercianti lamentano costi molto alti per l’installazione del Pos, cioè del lettore di moneta elettronica che esegue le transazioni. Succede, così, che finiscono per non metterlo e per costringere ancora i clienti a pagare in contanti. Tanto – e questa è l’altra falla della legge – non sono previste delle multe per chi non mette in Pos nel proprio esercizio.

Ecco che cosa c’è da sapere sui limiti al pagamento in contanti.

Pagamento in contanti: quali sono i limiti?

La Legge di Stabilità del 2016, firmata dal Governo Renzi, triplicò il limite dei contanti dai 1.000 euro stabiliti nel 2011 a 3.000 euro. E così è stato fino all’approvazione della Legge di Stabilità 2020, che ha rivisto questa soglia al ribasso.

Dal 1° luglio 2020, quindi, sono consentiti pagamenti in contanti fino a 1.999,99 euro. Dai 2.000 euro in su, occorre utilizzare la moneta elettronica, l’assegno o il bonifico bancario o postale. Ma non è finita qui. Tale limite resterà in vigore fino al 31 dicembre 2021. Dal 1° gennaio 2022, infatti, scenderà di nuovo a quota 999,99 euro, cioè a quello che era stato fissato dal Governo Monti nel dicembre del 2011.

Come detto in precedenza, l’obiettivo del Governo è quello di combattere in modo più determinato l’evasione fiscale attraverso il cosiddetto «Piano per la rivoluzione cashless». È possibile, infatti, monitorare più facilmente i movimenti di denaro costringendo i consumatori ed i contribuenti a pagare in modo tracciabile una cifra relativamente bassa.

Ad ogni modo, indipendentemente dalla cifra, rimane valida la norma che vieta il pagamento degli stipendi in contanti, sempre per lo stesso motivo. Significa che chi ha un qualsiasi tipo di rapporto di lavoro, che si tratti di contratto a tempo determinato, a termine o di collaborazione, deve ricevere la sua retribuzione o compenso attraverso uno strumento tracciabile.

Pagamento in contanti: che succede con prestiti o donazioni?

La regola del limite dei contanti vale per qualsiasi tipo di transazione. Questo vuol dire che se dal 1° luglio 2020 un genitore deve prestare al figlio, ad esempio, 2.500 euro, dovrà fare un bonifico o un assegno. Dovrà, inoltre, precisare nella causale che si tratta di una donazione o di un prestito di denaro e se si tratta di un prestito a fondo perso oppure da restituire con o senza interessi.

In altre parole, il Fisco vuole sapere perché una determinata cifra passa da una mano all’altra, anche per capire se e quanto deve tassare quell’operazione.

Pagamento in contanti: si può frazionare?

Attenti a non fare i furbi, perché il Fisco mangia la foglia. C’è chi può pensare: se devo pagare 2.400 euro quando la soglia minima è collocata sotto i 2.000 euro, basta frazionare l’importo in tre rate da 800 euro in contanti ed ecco aggirato l’ostacolo. Non va bene così. O meglio, non sempre.

Immagina, ad esempio, di ricevere la fattura del dentista per gli interventi fatti a te e a tutta la famiglia. Interventi, in qualche caso, anche importanti che hanno fatto lievitare il conto. Vorresti dividere i 3.000 euro che ti ha chiesto il dentista in tre pagamenti in contanti da 1.000 euro ciascuno, per aggirare il limite dei 1.999,99 euro. Non si può: ogni pagamento dovrà essere tracciabile, cioè effettuato con bonifico, carta di credito, ecc.

Ci sono, però delle eccezioni. È possibile, ad esempio, suddividere l’importo di una fattura superiore alla soglia consentita e pagare in contanti più cifre inferiori al limite consentito in questi casi:

  • quando la pratica del commercio di quel particolare settore è solita prevedere pagamenti dilazionati. È il caso dell’impresa edile che costruisce o ristruttura un immobile e stabilisce insieme al cliente degli stati di avanzamento dei lavori, pur emettendo un’unica fattura;
  • quando le parti si accordano in modo esplicito nel contratto per effettuare un pagamento rateale, come può essere, appunto, il dentista o la concessionaria presso la quale viene acquistata una moto e la si vuole pagare in diverse tranches inferiori alla soglia massima dei contanti.

Pagamento in contanti: le sanzioni per chi supera il limite

Chi non osserva i limiti di un pagamento in contanti si può trovare una sanzione piuttosto elevata. La Legge di Bilancio l’ha stabilita in un minimo di 3.000 euro e in un massimo di 50.000 euro. Ovviamente da pagare con strumenti tracciabili.

Bada bene al fatto che è passibile di sanzione non solo chi paga ma anche chi riceve i soldi contanti oltre la soglia prestabilita. Questo significa che cliente e commerciante oppure genitore e figlio possono essere multati per una transazione oltre i limiti consentiti.

Pagamento in contanti: chi ci guadagna con i limiti?

Si può dire che il primo a guadagnarci con i limiti al pagamento in contanti è il Fisco. Tenere d’occhio ogni movimento di denaro al di sopra di una certa cifra significa sapere quanto si spende e quanto si incassa. E questo consente all’Agenzia delle Entrate di verificare se le dichiarazioni dei redditi di coloro che spendono e che incassano possono essere più o meno veritiere.

Certo, ci sono alcuni casi in cui è raro muovere più di 1.000 euro. Pensiamo al prestito dei genitori di qualche centinaio di euro oppure al bar, che con caffè, aperitivi, panini e quant’altro non arriva certamente a quella cifra. Come può controllare il Fisco questi movimenti di soldi?

Ci prova premiando il contribuente, per far sì che sia anche lui a guadagnarci ed invogliarlo a fare tutto alla luce del sole. Ad esempio, tramite la lotteria degli scontrini. Sempre da luglio 2020 (lo stesso mese della soglia dei contanti a 2.000 euro) il cittadino può richiedere al commerciante prima dell’emissione dello scontrino elettronico il suo codice lotteria. Pagando in contanti, il cliente deve comunicare il suo codice fiscale. Pagando con moneta elettronica (tracciabile, dunque), non solo non deve rilasciare il numero di codice fiscale ma raddoppia, addirittura, la possibilità di vincita.


note

Autore immagine: Canva.com


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