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Coronavirus: il grave impatto psicologico che avrà sulla popolazione

7 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: il grave impatto psicologico che avrà sulla popolazione

Superata l’emergenza sanitaria bisognerà ripartire dai sogni e dall’entusiasmo creativo.

Ormai, non si fa altro che parlare di Coronavirus. Tutti siamo in attesa di conoscere gli sviluppi della ricerca per il contenimento della diffusione del Covid-19. Ogni giorno, siamo incollati al televisore, ai nostri smartphone, tablet o pc per seguire gli aggiornamenti in tempo reale ed essere informati sulle ultime news. Spesso, l’eccessiva informazione e le brutte notizie fanno aumentare i livelli di ansia, di tensione e di stress della popolazione.

Secondo psichiatri e psicologi, una volta superata questa emergenza sanitaria, si registerà un picco di disturbi post traumatici. Uno studio, condotto dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB, rivela quali sono gli stadi psicologici in cui si trovano gli italiani in questo periodo: allerta; accettazione ed equilibrio (Per maggiori informazioni leggi il mio articolo Coronavirus: i tre livelli di allerta).

In questo articolo, analizzeremo il grave impatto psicologico che il Coronavirus avrà sulla popolazione. Inoltre, scopriremo come bisogna ricostruire la propria soggettività, come concentrarsi sul mondo interno, emozionale, sul mondo relazionale e degli affetti. A tal proposito, abbiamo intervistato il dr. Maurizio Cottone, specialista in psicoterapia psicoanalitica.

Ecco quali sono i consigli dell’esperto.

Che impatto ha il Coronavirus sulla popolazione?

Per usare un’espressione di Spinoza, ripresa oggi da noti filosofi e psicoanalisti, da parecchi anni siamo sprofondati dentro il tempo delle passioni tristi. Un tempo a-progettuale, dove pare venire meno ogni aspirazione all’ideazione, alla creazione, al senso di appartenenza. All’interno di questo progressivo vuoto di valori e idee ecco arrivare il Coronavirus (covid-19) a provocare nell’umanità un periodo di sospensione e forzato isolamento, un periodo di “stop” alla deriva edonista in cui era precipitata la nostra comunità.

Certo, il passato crollo delle ideologie politiche ha innescato un vero e proprio declino esistenziale. Ciò ha fatto sì che non ci fosse più un luogo o un’idea intorno a cui avvolgere le passioni individuali, diventate quelle cose misere che già Nietzsche definiva, riferendosi alla borghesia dell’epoca, come “pruriginose voglie”.

Un’epoca spassionata la nostra, che identifica le passioni con gli oggetti da possedere e mostrare, persone comprese. Un’epoca che ha nutrito ed educato una collettività arida, priva di ideali, unicamente venduta alla merce di consumo. Se da un lato la nostra generazione soffre di un vuoto creativo, dall’altro ha generato una società sempre più omologata, sempre più conformista, sempre più duttile e liquida, sempre più governabile, sempre più triste.

L’Occidente è affetto da una depressione significativa: il 50% della sua popolazione usa farmaci a sfondo depressivo, secondo le ultime statistiche della Organizzazione Mondiale della Sanità. Viviamo in un tempo di disincanto, totalmente soggiogato al capitale, in cui non si crede più a nulla se non al mercato. In nome dell’individualismo dominante, la salvezza della nostra specie non è più pensata al plurale, come salvezza collettiva, ma per lo più declinata in salvezza individuale, egoistica, misera, mortifera.

Quanto è importante avere fiducia nella politica, specialmente in questo periodo?

L’attuale capo del consiglio, Giuseppe Conte, travolto dall’emergenza pandemica, è stato costretto suo malgrado a prendere decisioni a nome della collettività, da buon padre di famiglia, che detta regole non in maniera repressiva, dispotica, ma democratica: procedendo per tentativi ed errori.

Si badi bene, si parla di Conte non in merito alla sua appartenenza politica, ma in relazione al valore simbolico di quello che è accaduto non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Ma forse noi italiani, per le note vicende sociali e politiche degli ultimi quaranta anni, avevamo più bisogno di altri di un “taglio” esterno inatteso (ma preannunciato da più parti), decretato dal presidente del consiglio e avvallato dal presidente della repubblica italiana.

Così l’epoca del Covid-19 improvvisamente resuscita il Padre freudiano e, insieme a lui, l’intera comunità.

Che epoca stiamo vivendo?

La nostra epoca iper-moderna, iper-edonista, ha visto purtroppo (e con grave compiacimento di alcuni) il transito dalla “ragion pratica” – ideale trasformativo il nome del quale riconfigurare le simmetrie dell’esistente- alla “ragion cinica” individualista, perversa, corrotta e corruttibile.

Un mondo, il nostro, totalmente permeato dalla forma merce e dalla sua spettacolarizzazione, verosimilmente il peggiore dei mondi possibili, e nondimeno considerato, fino ad oggi, l’unico dei mondi possibili.

Il futuro è ancora visto come orizzonte di speranza e di progettualità?

Il passaggio dall’interesse collettivo a quello individuale, dal vivere creativo al vivere concreto, ha generato un senso mortifero di impotenza, di fatalità: la desertificazione dell’avvenire, il lasciare stare le cose come sono, non perché siano buone o positive, bensì perché non possano essere altrimenti.

Tale presente, prima del Covid-19, era destinato a saturare con le sue logiche anche il futuro, come se non fosse possibile altro modo di pensare, di esistere, di produrre, se non quello di comprare e mostrare merce in un eterno presente. Occorre quindi individuare e lavorare sulle passioni tristi in questo presente interlocutorio, di sospensione, messo in “quarantena”.

Il Coronavirus può essere inteso come una nuova sfida politico-culturale da affrontare con idee e soluzioni nuove?

Si. Stiamo vivendo un presente in cui la comparsa del Coronavirus ci costringe a ripensare totalmente il nostro approccio alla salute mentale, alla socialità. Ed è proprio in tale presente che può esserci di aiuto il ricorso a percorsi psicoanalitici che facciano risorgere passioni creative.

Un limite imposto dall’esterno, dalla Legge, può davvero costituire una risorsa nel processo di ripensamento e ricostruzione della nostra soggettività: sapere chi siamo veramente al di fuori di proiezioni genitoriali e/o sociali.

Il nostro tempo, iper-moderno, iper-edonista, è un tempo maledetto, cioè profondamente incestuoso. A lungo, abbiamo assistito inermi al Desiderio, che svincolandosi dalla legge diventava volontà infinita di godimento. Godimento mortale. Oggi, in epoca di Covid-19, si ristabilisce la legge. che dice “no, tu stai a casa. Tu non puoi più avere tutto, fare tutto, godere di tutto”.

Il rischio del contagio può far riscoprire il senso del limite?

Assolutamente, si. La morte ora appare nitida. Una rieducazione al legame è possibile; essa può accompagnare gradualmente esperienze alternative; permettere che il comportamento si modifichi secondo il regime del simbolico della mancanza.

Un percorso psicoanalitico in tempi di Covid-19 può essere utile?

Si può assumere un significato e un valore “rivoluzionario”. Dobbiamo cominciare a pensare nuove forme e nuovi interventi di solidarietà e vicinanza con cui ricreare il tessuto relazionale, in caso contrario i segni inferti da questa sospensione forzata della normale vita sociale saranno indelebili.

Quali sono le conseguenze sul piano psicologico dell’isolamento forzato?

Precedenti ricerche condotte per le quarantene dovute alla Sars, in Australia e a Taiwan, mostrano come quattro settimane di quarantena bastino a generare nel 28% dei soggetti sintomi da stress post-traumatico. Lo stesso studio ci dice che tre anni dopo la fine della quarantena, il 10% dei soggetti sottoposti al provvedimento dimostravano sintomi di depressione acuta, legata al trauma non curato del periodo di isolamento.

Quali sono i possibili danni piscologici a cui possono andare incontro gli operatori sanitari?

La percentuale di danni psicologici di cui soffre il personale medico e infermieristico è molto alta: il 34% sviluppa stress post traumatico dovuto al mix fra isolamento forzato e all’eccesso di lavoro a cui era sottoposto prima di essere contagiato.

Oltre allo stress post traumatico, quali altri disturbi possono manifestarsi?

Quasi la metà della popolazione sottoposta alla quarantena mostra aumenti significativi di irritabilità, insonnia, ansia e apatia, un mix che facilita esplosioni di violenza ai danni di soggetti deboli come donne, bambini e disabili.

Cosa suggerisce per non crollare nell’apatia ed evitare la comparsa di queste conseguenze?

Dovremmo sfruttare l’occasione, occupare tutto questo spazio mentale ora disponibile per riflettere, reinventarci, anche insieme a professionisti del mio settore che lavorano via Skype.

Questo virus ha messo in ginocchio e sullo stesso livello la maggior parte di noi. E mentre la Natura riprende il suo spazio, mentre il Pianeta respira, ci accorgiamo che attualmente non c’è spazio per l’odio, per le invidie, le rivalità individuali, ma solo per la solidarietà.

Dopo il Coronavirus, da dove bisognerà ripartire?

Durante questo periodo di emergenza sanitaria dovremmo prendere l’esempio dai bambini: hanno una risorsa incredibile: la capacità di immaginare, creare mondi possibili. Loro non dispongono più di parchi giochi, di interazioni scolastiche, di compagni e amici del cuore con cui giocare.

Se non ci faremo seppellire dalla noia, dal vuoto mentale riempito unicamente di nevrosi; se riusciremo a ribaltare questo tempo delle passioni tristi a nostro favore, riscoprendo le passioni creative, probabilmente ricorderemo questo momento come qualcosa di costruttivo per noi, per le nostre famiglie, per la nostra collettività.

Se riusciremo a concentrarci sul mondo interno, emozionale, sul mondo relazionale e degli affetti, se ci accorgeremo di potere fare a meno di “oggetti” che, fino ad ora, erano stati sempre disponibili ai nostri “bisogni” di consumo e alle nostre aspirazioni di effimera apparenza, forse qualcosa potrà cambiare in noi stessi e nel nostro rapporto con l’Altro.

Forse allora si potrà riscoprire il significato di collettività, il senso della solidarietà sociale.



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