Contagio Coronavirus sul lavoro: come accertarlo

7 Aprile 2020
Contagio Coronavirus sul lavoro: come accertarlo

Il certificato medico di infortunio richiesto dall’Inail rende troppo difficile per il lavoratore provare che l’infezione da Covid-19 è avvenuta sul lavoro.

Molte categorie di lavoratori sono esposti al rischio di contrarre il Coronavirus: il personale sanitario innanzitutto, ma anche i dipendenti nelle fabbriche, nei negozi e negli uffici e i conducenti dei mezzi di trasporti pubblici, come i taxisti. Il decreto Cura Italia tiene conto di questa eventualità e prevede [1] che se un lavoratore, pubblico o privato, viene contagiato dal Coronavirus «in occasione di lavoro» il caso viene trattato come infortunio sul lavoro. Perciò il medico certificatore redige il certificato e lo invia all’Inail che avvia la pratica per garantire la tutela dell’infortunato.

La norma precisa che «Le prestazioni Inail nei casi accertati di infezioni da Coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro».  L’Inail recentemente ha anche emanato una circolare [2] con le disposizioni applicative, ma proprio su di esse si concentrano le critiche degli operatori.

Non è affatto semplice stabilire se il lavoratore ha contratto l’infezione sul luogo di lavoro o fuori e indipendentemente da ogni occasione di lavoro; ma la normativa sugli infortuni sul lavoro nell’interpretazione data dall’Inail con la nuova circolare non offre la flessibilità che i sindacati ritengono necessaria.

Oggi in particolare il sindacato Inca Cgil, in una nota diffusa dall’Adnkronos, lamenta che ”Avevamo tutti creduto che la circolare di Inail avesse sciolto ogni riserva sul diritto dei lavoratori contagiati da Covid-19 alla tutela antinfortunistica, saltando magari qualche passaggio burocratico di troppo, data l’emergenza sanitaria, ma così non è. All’Inca Cgil arrivano segnalazioni preoccupanti circa alcune ‘pretese insopportabili’ da parte di Inail per le denunce”.

Il sindacato spiega nel concreto i problemi riscontrati: “A Padova, 10 infermieri ospedalieri, 7 lavoratori di case di riposo, 2 dipendenti di una società, che fornisce servizi di pulizia in appalto presso l’ospedale e un sanitario dell’Istituto oncologico di Padova, si sono visti richiedere dall’Inail un altro adempimento per la denuncia di infortunio sul lavoro giustificandolo in questo modo: ‘il certificato medico di malattia Inps non può essere preso in esame perché non idoneo ai fini della tutela Inail’, in quanto ‘privo di alcune informazioni essenziali previste dall’articolo 53 del Testo Unico n.1124/1965 per poter trattare l’evento quale infortunio sul lavoro anche in caso di contagio accertato da Covid-19”’, riferisce.

”Per avere accesso – spiega l’Inca – alle prestazioni economiche previste dalla normativa antinfortunistica, nonostante l’emergenza sanitaria, per Inail il lavoratore contagiato da Covid-19 deve acquisire il ‘consueto certificato di infortunio‘, rilasciato dal medico certificatore (di famiglia o ospedaliero), al quale è giunta la segnalazione del contagio, da inviare telematicamente all’Inail, nel quale devono essere indicate tutte le circostanze, anche quelle temporali, in cui si è sviluppato il virus”.

Ma proprio qui sorgono enormi difficoltà, perché in esso bisogna riportare, prosegue il sindacato,”oltre alle generalità del contagiato, il giorno e l’ora in cui è avvenuto l’infortunio (come se fosse possibile), le cause e le circostanze di esso, anche in riferimento ad eventuali deficienze di misure di igiene e di prevenzione, la natura e la precisa sede anatomica della lesione, il rapporto con le cause denunciate, le eventuali alterazioni preesistenti”.

“Solo una volta acquisito questo consueto certificato di infortunio potrà essere formalizzata la denuncia, con il conseguente riconoscimento della tutela”. Tutte informazioni – spiega Silvino Candeloro, del collegio di presidenza di Inca – che, come considerando le scarse conoscenze scientifiche sulle modalità di diffusione del virus, sono davvero di difficile individuazione”.

“Una prova quasi impossibile – commenta Candeloro – che rischia di escludere dalla tutela Inail molti lavoratori che nell’esercizio delle loro funzioni hanno contratto il virus. Sarebbe stato più idoneo – aggiunge – incoraggiare il lavoratore a segnalare al medico l’evento infortunistico e rendere più agevole al medico la compilazione del certificato d’infortunio, delegando all’Inail l’onere di provare che il contagio non sia avvenuto in occasione di lavoro”.

“Questa procedura – dice – così irragionevole vale per tutti, anche per il personale sanitario, che pure è stato indicato tra le categorie, per le quali vale il principio della semplice presunzione dell’origine professionale della malattia; quel principio per cui si dà per scontato il nesso eziologico, sollevando il lavoratore dall’onere del nesso causale”.

”Paradossalmente quindi – osserva ancora Candeloro – e nonostante all’Inps spetti in via esclusiva la competenza di acquisire i certificati medici su tutto il territorio nazionale, si richiede anche al personale sanitario, indicato tra quelli più meritevoli di tutela, considerando l’alta esposizione al contagio, uno sforzo ulteriore per circostanziare le modalità del contagio, che devono essere avvalorate da un altro medico certificatore (anche medico di base). Senza questo passaggio, per Inail i casi non sono meritevoli di tutela”.

”Ci sta pure che – sottolinea il dirigente dell’Inca – nell’emergenza sanitaria qualcosa non funzioni come dovrebbe ma è davvero insopportabile il comportamento di Inail, che assume sempre più la forma di un accanimento su cittadini, che si sono contagiati svolgendo un lavoro straordinario per assicurare la cura di tanti malati e il contenimento della diffusione del virus”.

Secondo il patronato della Cgil “la questione dovrebbe essere affrontata e risolta semplicemente applicando quanto contenuto nella convenzione Inps/Inail, che è proprio finalizzata a semplificare gli adempimenti per il riconoscimento delle prestazioni economiche, posta dalla legge a carico dei due Istituti e alla velocizzazione dell’iter di definizione di tali casi. Per questo chiediamo all’Inail di chiarire la questione con le proprie sedi territoriali e di essere coerente con quanto contenuto nella circolare: è urgente un ripensamento da parte dell’Istituto per evitare che il diritto alla tutela, sancito per legge, si traduca in un nulla di fatto”, conclude.

note

[1] Art. 42, comma 2, Decreto Legge 17 marzo 2020, n.18.

[2] Circolare Inail n. 13 del 3 aprile 2020 “Tutela infortunistica nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro”.


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