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Auto bloccata nel parcheggio e risarcimento danni

8 Aprile 2020
Auto bloccata nel parcheggio e risarcimento danni

Cosa fare contro chi parcheggia in modo da non consentire di entrare o uscire di casa, dal cortile, dal garage o dal proprio parcheggio.

Uno dei tuoi vicini ti ha bloccato il passaggio. Non è la prima volta che lo fa. È vero, il cortile condominiale è stretto, ma proprio per questo – sostieni da più tempo – bisognerebbe fare maggiore attenzione, quando si parcheggia la macchina, a lasciare lo spazio necessario a tutti per fare manovra. Ora, per colpa di questo comportamento, hai dovuto dire addio a un importante appuntamento di lavoro. Hai tutta l’intenzione di rivolgerti al responsabile per chiedergli i danni. Puoi farlo?

Il tema dell’auto bloccata nel parcheggio e risarcimento danni è stato affrontato a più riprese dalla giurisprudenza ma, in realtà, più sotto un profilo penale che civilistico. Perché mai? Molto semplice: secondo la Cassazione – seguita a ruota dai vari tribunali italiani – chi blocca il passaggio dell’auto a un vicino commette un reato. Così come lo commette chi parcheggia così “a filo” rispetto allo sportello del lato conducente da impedire a questi di aprirlo ed entrare nell’abitacolo (anche questa è stata una preziosa precisazione della giurisprudenza). 

In ogni caso, il penale va a stretto braccio con il civile e, laddove vi sia un reato, è sempre possibile costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento. In che termine e secondo quali forme lo scopriremo in questo articolo. Ma procediamo con ordine.

Auto bloccata: è reato? 

Bloccare il passaggio di un’auto – sia che ciò avvenga nel cortile condominiale che in un parcheggio pubblico – integra il reato di violenza privata. Lo ha chiarito la Cassazione [1] secondo cui integra la violenza privata parcheggiare l’auto in modo tale da bloccare il passaggio alla persona offesa. E, difatti, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente la vittima della libertà di determinazione e di azione.

Il reato di violenza privata scatta quando, per effetto di violenza o minaccia, si costringe taluno a fare, tollerare od omettere qualcosa. È, quindi, necessario che vi sia uno stretto collegamento tra la condotta, necessariamente violenta o minacciosa, e l’evento, consistente nella incisione della autodeterminazione altrui. Nello specifico, integra l’elemento della violenza, la condotta che impedisca il libero movimento del soggetto passivo, ponendolo nell’alternativa di non muoversi o di muoversi e subirne un grave danno.

In un’altra pronuncia sempre a firma della Corte Suprema si è ribadito che: «Integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio, impedendo l’accesso alla persona offesa, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione».

Accertato che bloccare il passaggio e impedire di entrare o uscire con l’auto costituisce reato, vediamo a quale pena va incontro il responsabile. L’articolo 610 del codice penale stabilisce la reclusione fino a 4 anni: una sanzione molto severa per chi parcheggia male, ma che chiaramente il giudice ha il potere di graduare secondo la gravità del caso.

Si tenga tuttavia conto che, in base a una recente riforma, il codice penale garantisce il “perdono” automatico per tutti i reati puniti con la reclusione fino a 5 anni e/o con la pena pecuniaria. La fedina penale resta tuttavia “sporca”. È la cosiddetta «particolare tenuità del fatto».

Ciò implica che chi si macchia di violenza privata, come nel caso di specie, evita tutte le sanzioni penali. Non però quelle civili: egli cioè resta tenuto a risarcire il danno alla vittima. 

Auto bloccata: come avere il risarcimento del danno?

La vittima a cui è stato bloccato il passaggio ha, a questo punto, due modi per difendersi. 

Innanzitutto, può denunciare il colpevole, dimostrando con prove fotografiche le proprie dichiarazioni. Se compie questa scelta già sa che l’imputato otterrà il beneficio dell’archiviazione del processo per “particolare tenuità del fatto”; tuttavia, potrà ugualmente chiedergli il risarcimento del danno in un separato giudizio civile (non potrà farlo nel giudizio penale con la costituzione di parte civile visto che, come detto, tale procedimento viene archiviato).

La seconda strada è quella di agire direttamente con una causa civile di risarcimenti, senza scomodare il penale.

Non basta, però, dimostrare l’esistenza dell’illecito per ottenere il risarcimento: l’attore deve anche dimostrare i danni concretamente subiti. Danni che non si possono, quindi, presumere e non sono insiti nel fatto di sé per sé. Quindi, ad esempio, nel caso di rinuncia a un importante appuntamento di lavoro, bisognerà provare quale occasione è andata persa e quale vantaggio questa avrebbe potuto concretamente (e non ipoteticamente) determinare per la vittima. 


note

[1] Cassazione penale sez. V, 16/10/2019, n.51236.

[2] Cassazione penale sez. V, 16/10/2017, n.1913


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