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Come il Coronavirus frena l’immigrazione

8 Aprile 2020
Come il Coronavirus frena l’immigrazione

L’Italia chiude i porti agli sbarchi fino alla fine dell’emergenza Covid-19. È la risposta alla richiesta di soccorso della nave dell’ong tedesca Alan Kurdi.

La notizia circolava da ieri: il progetto dei porti chiusi, non riuscito al ministro dell’Interno Matteo Salvini, riesce al Coronavirus. Oggi la conferma. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha affermato “l’impossibilità di garantire porti sicuri in Italia a navi battenti bandiera straniera”. Così è scritto in una nota, diramata dopo la richiesta di soccorso della nave tedesca Alan Kurdi, con a bordo 150 migranti, ma era nell’aria già dal 7 aprile che l’Italia si stesse mettendo sulla strada dei porti chiusi. Lo aveva anticipato l’Adnkronos, annunciando la bozza di un decreto firmato ieri dai ministri di Trasporti, Interni, Esteri e Salute.

Il decreto, datato 7 aprile, ha efficacia per tutta la durata dell’epidemia. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, dice che “per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus Covid-19 i porti italiani non assicurano i requisiti necessari per la classificazione e definizione di place of safety (luogo sicuro). In assenza di questa caratteristica il ministero dell’Interno non può dare l’ok allo sbarco. La norma riguarda “i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area Sar italiana”.

In una nota, oggi, il Mit ha ribadito il concetto: “Attualmente, a causa dell’emergenza pandemica Covid-19, i porti non presentano più i necessari requisiti sanitari”. Il ministero sottolinea come il decreto sia “ispirato ai principi di tutela della salute dei passeggeri e di eguaglianza di trattamento dei cittadini italiani ai quali le attuali ordinanze hanno impedito anche lo spostamento da un comune all’altro e dettato norme stringenti per il rientro dai Paesi esteri”.

Il ministero dei Trasporti, ora, si appella alla Germania, in qualità di Stato di bandiera: “È stato chiesto di assumere la responsabilità di ogni attività in mare, compreso il porto di sbarco, della Alan Kurdi che in questo momento, non è ancora entrata in acque territoriali italiane. Nella certezza che la Germania manterrà gli impegni assunti, l’Esecutivo italiano è pronto a collaborare e il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il ministero della Salute, a intervenire se necessario anche con l’utilizzo di mezzi propri, secondo i principi di solidarietà e fraternità con cui da sempre il Paese ha affrontato queste emergenze”.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Per il deputato di +Europa Radicali Riccardo Magi il decreto del governo è “falso dal punto di vista tecnico oltre che grave e sbagliato politicamente. Andrebbero messe in atto tutte le misure necessarie atte a scongiurare la diffusione del contagio a partire dalle più stringenti misure di quarantena, ed è inconcepibile che si arrivi ad auto-negarsi la definizione di porto sicuro”.

E su Twitter Matteo Orfini (Pd): “Chiudere i porti a chi salva vite era inaccettabile quando lo faceva Salvini, lo è anche oggi. Si può garantire la sicurezza ad esempio con la quarantena a bordo della nave. Non rinunciamo a salvare vite, soprattutto in giorni in cui tutti misuriamo l’importanza della solidarietà”.

Un gruppo di consiglieri regionali, parlamentari ed europarlamentari ha indirizzato un appello al governo. “Il decreto emanato nella serata di ieri dai ministri dei Trasporti, degli Esteri, dell’Interno e della Salute che di fatto sospende la classificazione di Place of Safety (luogo sicuro) per i porti italiani, per i casi di soccorso effettuati da unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area Sar italiana, è sbagliato e incomprensibile. I porti non si chiudono mai, perché a nessuno e in nessun caso può essere negato il soccorso e la protezione dai rischi della navigazione”.

“Siamo perfettamente consapevoli – continua l’appello – che, nell’emergenza sanitaria drammatica che la pandemia impone al nostro Paese e al mondo intero, la tutela della salute ha un’assoluta priorità. Per questo, fuori da ogni approccio ideologico, pensiamo che sia necessario individuare ogni utile strumento a definire protocolli in grado di assicurare la sicurezza e la salute pubblica. Questo vale per i naufraghi salvati nelle operazioni di ricerca e soccorso (qualunque sia la bandiera della nave che li opera e la nazionalità delle persone soccorse), e, nello stesso modo per le comunità costiere potenzialmente esposte a rischi di contagio”.



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