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Mi spetta la tredicesima in caso di separazione

8 Aprile 2020
Mi spetta la tredicesima in caso di separazione

Alimenti all’ex coniuge e ai figli: quanti mesi vanno versati e come ci si regola a dicembre?

Da quando avete fatto la separazione, il tuo ex marito ti sta versando un assegno di mantenimento nella misura fissata dal tribunale. È ormai trascorso più di un anno dalla sentenza e ti chiedi se le mensilità che ti devono essere corrisposte siano 12 o 13. Di tanto il giudice non ha fatto alcuna menzione, specificando solo l’importo mensile dovuto sia per te che per i tuoi figli. Mossa dal dubbio, telefoni al tuo avvocato e gli chiedi: mi spetta la tredicesima in caso di separazione? 

Ecco cosa ti risponderà il tuo difensore.

Quando deve essere pagato l’assegno di mantenimento?

A stabilire importo e termini di versamento dell’assegno di mantenimento sono gli ex coniugi in caso di separazione consensuale o il giudice in caso di separazione giudiziale. In questo secondo caso, di norma, il magistrato si limita a indicare la cifra che deve essere erogata mese per mese dal coniuge con il reddito più elevato in favore di quello più “povero”. 

Il pagamento va fatto alla data indicata nella sentenza o, in mancanza, entro l’ultimo giorno del mese. Non è, quindi, possibile pretendere il pagamento “anticipato”. 

Nella maggioranza dei casi, il tribunale non indica un importo unitario annuale da frammentare in 12 mensilità, ma una cifra mensile. Proprio per questo, è naturale chiedersi se spetta la tredicesima in caso di separazione.

Mantenimento dei figli: c’è la tredicesima?

C’è un importante chiarimento da fare prima di andare avanti e che spiegherà molto di ciò che stiamo per dire. Il riferimento è all’assegno per i figli ma il discorso può essere esteso anche a quello per il coniuge. 

Ci si è spesso chiesti se, nel periodo in cui il figlio va a vivere a casa del genitore tenuto a versare il mantenimento (si pensi al mese di agosto), tale pagamento debba essere ugualmente fatto. La Cassazione ha dato risposta positiva sulla base di questa spiegazione.

Trattandosi, assai spesso di un onere rilevante, il giudice, al solo fine di agevolare il debitore, può stabilire che il pagamento avvenga in misura rateale o frazionata. Ne deriva la prassi di fissare l’assegno di mantenimento secondo rate mensili, di regola in dodici rate mensili. Di conseguenza, nessuna sospensione o riduzione è ammissibile per i mesi estivi, nemmeno nel mese di agosto, mese in cui assai spesso il genitore non collocatario ospita la prole: l’importo della rata mensile di agosto altro non è che la “rata” della somma globale (annuale) che va erogata per quella periodicità.

Mantenimento all’ex coniuge: c’è la tredicesima?

Lo stesso discorso può, quindi, essere fatto con riferimento all’assegno di mantenimento dovuto all’ex coniuge. Il giudice, infatti, calcola l’importo sulla base delle spese che il beneficiario deve sostenere in un anno. Se così non fosse si avrebbe la paradossale conseguenza di dover fissare un assegno in misura variabile, tenendo conto che in alcuni mesi si spende di più ed in altri di meno (le stesse bollette arrivano con cadenza bi o trimestrale; durante l’inverno si spende più in energia elettrica, riscaldamenti e abbigliamento, ecc.). Invece, non è così: l’importo è determinato à forfait, sulla base delle spese cui si deve far fronte in un anno. 

Del resto, la previsione della cosiddetta “tredicesima” è un’invenzione tipica del diritto del lavoro: si tratta cioè di una aggiunta alla retribuzione che non trova corrispondenza nel diritto di famiglia. La stessa Cassazione ha specificato che l’assegno di mantenimento non è un vitalizio né una rendita ma semplicemente il contributo, con funzione assistenziale, che va versato al coniuge con il reddito più basso.

Si tenga peraltro conto che le parti, in caso di separazione consensuale, potrebbero accordarsi, in luogo dell’assegno mensile, per l’erogazione di un assegno una tantum, ossia di un importo unitario, da versare in un’unica soluzione. Attenzione però: secondo la Cassazione, l’una tantum in sede di separazione non esclude la possibilità di chiedere, in un successivo momento, l’assegno di divorzio. L’accordo concluso dai coniugi alla separazione e concretizzatosi nel versamento alla donna di un’unica cifra forfettaria – anche se cospicua – non è sufficiente per escludere l’ulteriore onere a carico del marito, cioè girare alla prima, ogni mese, un assegno divorzile se ne sussistono i presupposti.



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