Coronavirus, perché le restrizioni funzionano

8 Aprile 2020
Coronavirus, perché le restrizioni funzionano

Uno studio pubblicato su “Science” spiega che in Cina le restrizioni imposte hanno contribuito a fermare l’epidemia. Notizia rassicurante per chi è in lockdown.

Buone notizie in arrivo: i sacrifici che stiamo facendo, in termini di rinunce alla nostra vita normale causa Coronavirus, non sono vani. Lo dice finalmente una ricerca pubblicata su “Science”, di cui ci informa l’agenzia di stampa Adnkronos. L’approfondimento riguarda la Cina, ma funge comunque da importante indicatore di come le restrizioni funzionino per limitare il numero di contagi.

Secondo lo studio, firmato dai ricercatori tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino e della Humboldt-University of Berlin, le misure di contenimento messe in campo in Cina hanno frenato il virus. Gli esperti sostengono che “i casi di Covid-19 non sono cresciuti in modo esponenziale in Cina dopo febbraio, a differenza di quanto ci si sarebbe aspettato in base ai modelli epidemiologici tradizionali in caso di epidemie incontrollate. Ciò è il risultato di una combinazione delle strategie di contenimento implementate nella prima fase dell’epidemia, e dei cambiamenti dei comportamenti della popolazione”.

Lo studio di modellizzazione mostra come gli sforzi del governo cinese abbiano effettivamente ridotto la popolazione suscettibile nel colosso asiatico. Le intuizioni emerse da questo lavoro, che mostrano l’impatto di misure di controllo del virus “più rigorose”, possono aiutare l’implementazione di “strategie di contenimento per i focolai secondari in altre parti del mondo”. Dopo un aumento esponenziale delle infezioni in Cina da gennaio a febbraio di quest’anno, il conteggio totale “si è saturato a 67.800 casi in Hubei al 28 marzo”, senza registrare nuovi casi giornalieri.

All’inizio dell’epidemia, il governo cinese ha messo in atto diverse politiche di mitigazione per contrastare la diffusione del virus; i casi diagnosticati sono stati messi in quarantena in reparti ospedalieri specializzati o sottoposti a una forma di auto-quarantena monitorata a casa. E, per proteggere la popolazione suscettibile, il governo ha introdotto misure di allontanamento sociale e, ove possibile, di ricerca dei contatti.

Questi sforzi combinati “non solo hanno protetto le persone” vulnerabili, ma hanno anche rimosso una parte sostanziale dell’intero gruppo di persone suscettibili alla trasmissione. Per testare l’ipotesi secondo cui proprio queste misure avrebbero portato alla brusca frenata di nuovi casi in Cina entro la fine di marzo, Benjamin Maier e i suoi colleghi hanno utilizzato un modello epidemiologico che riflette gli effetti dell’isolamento dei soggetti sensibili e di quelli infetti. Le loro previsioni sul numeri di casi nella provincia di Hubei e al di fuori corrispondono molto bene al numero di casi osservati nella realtà, dicono i ricercatori.

I risultati di questo studio indicano che la risposta all’epidemia e le politiche di contenimento diventano via via più efficaci “nonostante l’aumento iniziale dei casi confermati”. I risultati potrebbero avere degli importanti riflessi sullo sviluppo di strategie di contenimento per contrastare epidemie secondarie su larga scala, scrivono gli autori. Che avvertano: “Poiché l’attuazione di misure drastiche come il coprifuoco obbligatorio può avere gravi conseguenze per individui e società di un Paese ma anche per l’economia, le decisioni sulla loro applicazione non dovrebbero essere prese alla leggera”.



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