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Codice consumo: cos’è e cosa prevede

9 Aprile 2020 | Autore:
Codice consumo: cos’è e cosa prevede

La legge a tutela del consumatore: clausole vessatorie, garanzia legale, diritto di recesso. Quando si applicano le norme del codice del consumo?

La Costituzione afferma che tutte le persone sono uguali tra loro. Ciò è vero, ma solo in linea di massima; concretamente, esistono evidenti disparità tra soggetti che si trovano in condizioni diverse. Pensa ad esempio all’enorme divario che c’è tra il produttore di una merce e il cliente che vorrebbe acquistarla: è chiaro che il primo si trova in una posizione di supremazia rispetto al secondo, non solo per la propria forza economica, ma anche per la conoscenza che ha del prodotto stesso. Proprio per sopperire a tali diseguaglianze, nel 2005 è stato introdotto il codice del consumo. Cos’è e cosa prevede?

Come ti spiegherò nei paragrafi che seguono, il codice del consumo è un vero e proprio testo sacro per il consumatore, cioè per il semplice cittadino che acquista beni per sé, al di fuori del proprio ambito professionale. La qualifica di consumatore consente di accedere a un numero davvero rilevante di vantaggi e benefici, quali ad esempio il diritto di recesso, la garanzia estesa per i vizi del prodotto, la tutela dalle clausole vessatorie. Insomma: un vero e proprio statuto speciale del consumatore. Se l’argomento ti interessa (sono sicuro di sì) e vuoi saperne di più (me lo auguro), prosegui nella lettura: vedremo insieme quali sono i diritti più importanti previsti dal codice del consumo.

Codice del consumo: quando si applica?

Le tutele previste dal codice del consumo [1] si applicano solamente a protezione dei consumatori, sempreché la controparte contrattuale sia un professionista, cioè una persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario.

Dunque, poiché le norme del codice del consumo si applicano ai contratti conclusi tra un professionista e un consumatore, le stesse non trovano applicazione nel caso di:

  • contratti tra consumatori;
  • contratti tra professionisti o tra aziende.

Risultano perciò escluse sia le vendite di seconda mano da privato a privato, sia le forniture di beni di consumo tra aziende.

Consumatore: chi è?

Secondo la legge, per consumatore si intende la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta [2].

Tizio, noto imprenditore, acquista un computer portatile per sua figlia. La compera è stata fatta da Tizio in qualità di comune persona fisica, non di imprenditore, per scopi che non riguardano affatto la propria attività lavorativa.

Caio, avvocato, acquista online un accessorio per la propria auto. Anche in questo, l’operazione è stata compiuta per fini assolutamente estranei alla propria professione e, pertanto, anche Caio sarà un consumatore.

Al contrario, sono esclusi dalla nozione di consumatore:

  • le persone giuridiche;
  • gli enti diversi dalle persone fisiche con finalità non lucrative (associazioni, fondazioni, comitati, scuole ed università);
  • le persone fisiche qualificabili come “professionisti” o gli imprenditori (anche le ditte individuali) che concludono un contratto per finalità professionali/imprenditoriali.

Clausole vessatorie: cosa sono?

Una prima protezione che il codice del consumo offre è quella dalle clausole vessatorie. Di cosa si tratta? Le clausole vessatorie di un contratto sono quelle che prevedono condizioni particolarmente svantaggiose per colui che non le ha predisposte.

Pensa ad esempio alle condizioni di vendita contenute nei moduli standard prestampati: in casi del genere, all’acquirente non è data possibilità di scelta, vigendo la logica del “prendere o lasciare”.

Capirai che le clausole vessatorie mettono con le spalle al muro il consumatore, al quale non è data altra scelta se non quella di accettarle (o meglio, di subirle).

Il codice del consumo [3] dice che, all’interno del contratto concluso tra il consumatore ed il professionista, si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

Dunque, il codice del consumo fornisce una nozione piuttosto generica delle clausole vessatorie, limitandosi ad affermare che sono tali tutte quelle condizioni contrattuali che, nonostante siano predisposte senza l’intenzione di ledere i diritti del consumatore, siano ugualmente in grado di generare uno squilibrio, per cui il consumatore si trova ad essere senz’altro svantaggiato.

Dopo questa definizione generica, il legislatore passa a indicare due categorie differenti di condizioni:

  • le clausole che si presumono vessatorie, fino a prova contraria (onere della prova che incombe su chi le ha predisposte, non sul consumatore);
  • le clausola che sono senza dubbio vessatorie e che, pertanto, devono essere sempre cancellate dal contratto.

Clausole che si presumono vessatorie: quali sono?

Secondo il codice del consumo, esistono delle clausole che si presumono vessatorie fino a prova contraria.

L’elenco di tali clausole è piuttosto lungo; di seguito si indicano le principali. Si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di:

  • escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di morte o danno alla persona del consumatore, risultante da un fatto o da un’omissione del professionista;
  • escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista o di un’altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista;
  • imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente d’importo manifestamente eccessivo;
  • riconoscere al solo professionista e non anche al consumatore la facoltà di recedere dal contratto;
  • consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa;
  • stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita proroga o rinnovazione;
  • prevedere l’estensione dell’adesione del consumatore a clausole che non ha avuto la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto;
  • consentire al professionista di modificare unilateralmente le clausole del contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso;
  • stabilire che il prezzo dei beni o dei servizi sia determinato al momento della consegna o della prestazione;
  • consentire al professionista di aumentare il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello originariamente convenuto;
  • riservare al professionista il potere di accertare la conformità del bene venduto o del servizio prestato a quello previsto nel contratto o conferirgli il diritto esclusivo d’interpretare una clausola qualsiasi del contratto;
  • limitare la responsabilità del professionista rispetto alle obbligazioni derivanti dai contratti stipulati in suo nome dai mandatari o subordinare l’adempimento delle suddette obbligazioni al rispetto di particolari formalità;
  • consentire al professionista di sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, anche nel caso di preventivo consenso del consumatore, qualora risulti diminuita la tutela dei diritti di quest’ultimo;
  • stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore (deroga al principio del foro esclusivo).

Al ricorrere di una di queste condizioni, la clausola vessatoria deve ritenersi nulla (cosiddetta nullità di protezione) ed essere espunta dal contratto, a meno che il professionista (cioè, la controparte contrattuale del consumatore) non dimostri che la clausola stessa non sia vessatoria.

Ad esempio, si può salvare la clausola dimostrando che essa riproduce una norma di legge, oppure che è stata oggetto di trattativa individuale con il consumatore e che questi l’abbia accettata.

Clausole sempre vessatorie: quali sono?

Alle clausole che si presumono vessatorie viste nel paragrafo precedente si aggiungono quelle che la legge considera sempre vessatorie e che, pertanto, non possono mai essere salvate.

In altre parole, si tratta di vere e proprie clausole abusive che non ammettono salvezza di sorta, nel senso che non è mai possibile dimostrare che non sono vessatorie e che non generano uno squilibrio contrattuale.

Anche per le clausole sempre vessatorie si applica la nullità di protezione: esse sono cancellate dal contratto, il quale per il resto rimane salvo. La nullità può essere eccepita anche d’ufficio dal giudice.

Sono clausole sempre vessatorie e, dunque, nulle anche se oggetto di contrattazione, quelle che abbiano per oggetto o per effetto di:

  • escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di morte o danno alla persona del consumatore, risultante da un fatto o da un’omissione del professionista;
  • escludere o limitare le azioni del consumatore nei confronti del professionista o di un’altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista;
  • prevedere l’adesione del consumatore come estesa a clausole che non ha avuto, di fatto, la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto [4].

La garanzia a tutela dei consumatori

Il codice del consumo prevede una particolare garanzia a tutela del consumatore per i beni, i prodotti o i servizi viziati, difettosi o comunque difformi da quelli indicati nel contratto.

La garanzia per i consumatori si applica ai contratti che hanno per oggetto beni di consumo intesi come qualsiasi bene mobile, finito o da assemblare, nuovo o usato, materiale o immateriale (ad esempio, un software per pc, tablet o smartphone) nonché beni mobili registrati (autovetture, navi e aeromobili).

Sono esclusi dall’ambito di applicazione della disciplina sulla garanzia legale i contratti che hanno per oggetto beni che non possono considerarsi beni di consumo, quali ad esempio gli immobili, l’acqua o il gas non confezionati per la vendita, l’energia elettrica, i beni oggetto di vendita forzata o comunque venduti secondo altre modalità dall’autorità giudiziaria, anche mediante delega ai notai.

Garanzia consumatori: caratteristiche

La garanzia per gli acquisti di beni di consumo è sempre riconosciuta al consumatore e, pertanto, non può essere mai esclusa o limitata, nemmeno nel caso in cui il difetto sia imputabile al produttore: in un caso del genere, il consumatore avrà sempre diritto di rivalersi sul venditore.

La garanzia per i beni di consumo ha durata di due anni e tale durata decorre dalla consegna del bene; il consumatore ha due mesi di tempo dalla scoperta del vizio o del difetto per effettuare la segnalazione al venditore.

Dunque, il consumatore che vuole far valere la garanzia ha:

  • due mesi di tempo per effettuare le denuncia al venditore (termine di decadenza);
  • altri ventiquattro mesi di tempo per adire il tribunale (termine di prescrizione).

Il consumatore, nel caso di presenza di vizi del bene, ha diritto innanzitutto alla riparazione o alla sostituzione del prodotto (rimedi primari); solamente in subordine, ove ciò non sia possibile, ha diritto alla riduzione del prezzo o alla risoluzione del contratto (rimedi secondari);

A questa garanzia legale può essere aggiunta l’ulteriore garanzia offerta dal produttore o dal venditore: si tratta della cosiddetta garanzia convenzionale.

Tale ulteriore garanzia si aggiunge a quella legale (non può sostituirla o limitarla), è gratuita (in quanto non comporta ulteriori costi a carico del consumatore) ed è libera per quanto concerne la durata, l’oggetto e l’estensione territoriale.

Garanzia consumatore: quando non opera?

Di regola, laddove il bene consegnato risulti non conforme al contratto, il consumatore potrà contestare al venditore il difetto di conformità riscontrato e far valere la propria garanzia.

Tuttavia, il consumatore non potrà invocare la responsabilità del venditore se al momento della conclusione del contratto:

  • conosceva il difetto o non poteva ignorarlo usando l’ordinaria diligenza;
  • il difetto dipende da istruzioni o materiali forniti dal consumatore.

Il diritto di recesso a favore dei consumatori

Uno dei punti di forza dell’intero codice del consumo è senza dubbio il diritto di recesso accordato al consumatore.

Il diritto di recesso (o diritto al ripensamento) consente al consumatore di cambiare idea sull’acquisto effettuato, liberandosi dal contratto concluso senza fornire alcuna motivazione. In tal caso, il consumatore potrà restituire il bene e ottenere il rimborso di quanto pagato.

Il diritto di recesso è previsto per i contratti conclusi a distanza o negoziati fuori dai locali commerciali tra un professionista e un consumatore.

Esistono numerose eccezioni alla regola del diritto di recesso: ad esempio, non si applica ai contratti di modesta entità negoziati fuori dai locali commerciali, cioè quelli in base ai quali il corrispettivo che il consumatore deve pagare è inferiore a 50 euro.

Diritto di recesso: termine per esercitarlo

Il diritto di recesso può essere esercitato nel termine di 14 giorni che inizia a decorrere:

  • nel caso di contratti di servizi, dal momento della conclusione del contratto;
  • nel caso di contratti di vendita, dal giorno in cui il consumatore acquisisce il possesso fisico dei beni (ad esempio, nel caso di merce spedita con corriere, nel momento in cui l’acquirente riceve il pacco);
  • nel caso di contratti per la fornitura di acqua, gas o elettricità, quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata, di teleriscaldamento o di contenuto digitale non fornito su un supporto materiale, dal giorno di conclusione del contratto.

Il diritto di recesso si estende per dodici mesi (da aggiungersi ai 14 giorni ordinari) nel caso in cui il professionista non abbia adempiuto all’obbligo di informare il consumatore sull’esistenza del diritto di recesso.

Se il professionista fornisce al consumatore le informazioni sul diritto di recesso entro dodici mesi dalla conclusione del contratto, il periodo di recesso termina quattordici giorni dopo il giorno in cui il consumatore è stato informato.

Diritto di recesso: come si esercita?

Il diritto di recesso può essere esercitato inviando al professionista una comunicazione formale: in genere, è preferibile ricorrere a una raccomandata con avviso di ricevimento.

La comunicazione della volontà di esercitare il diritto di recesso può essere effettuata anche mediante comunicazioni elettroniche. In particolare, il professionista può prevedere la compilazione elettronica di un modulo di recesso, ovvero prevedere tale comunicazione mediante altre forme, come ad esempio tramite la compilazione di apposito form predisposto sul sito internet del professionista.

Effetti del recesso del consumatore

L’esercizio del diritto di recesso fa venir meno gli effetti del contratto, cancellandolo come se non vi fosse mai stato. Ciò significa che:

  • il consumatore è tenuto alla restituzione dei beni entro 14 giorni dalla data in cui ha comunicato al professionista la sua decisione di esercitare il diritto di ripensamento. Il consumatore deve sostenere il costo diretto della restituzione dei beni (ad esempio, spese di spedizione per la restituzione del prodotto), purché il professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare che tale costo è a carico del consumatore;
  • il professionista è tenuto a rimborsare tutti i pagamenti ricevuti dal consumatore, eventualmente comprensivi delle spese di consegna, entro 14 giorni dal momento in cui è informato della decisione del consumatore di recedere dal contratto. Il professionista esegue il rimborso utilizzando lo stesso mezzo di pagamento usato dal consumatore per la transazione iniziale, salvo che il consumatore non abbia convenuto altrimenti e a condizione che questi non debba sostenere alcun costo quale conseguenza del rimborso. Il professionista non è tenuto a rimborsare i costi supplementari, qualora il consumatore abbia scelto espressamente un tipo di consegna diversa dal tipo meno costoso di consegna offerto dal professionista. Salvo che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, questo può trattenere il rimborso finché non abbia ricevuto i beni oppure finché il consumatore non abbia dimostrato di aver rispedito i beni.

Nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali in cui i beni sono stati consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del contratto, il professionista ritira i beni a sue spese qualora i beni, per loro natura, non possano essere normalmente restituiti a mezzo posta.

Nel caso in cui il contratto, fino alla richiesta di recesso, abbia operato a favore del consumatore, questi è comunque tenuto a pagare il prezzo del servizio di cui ha effettivamente usufruito.

Tizio si abbona a una pay-tv. Dopo dieci giorni recede. Tizio deve pagare il servizio di cui ha goduto per i dieci giorni precedenti al recesso.

È nulla qualsiasi clausola che preveda limitazioni al rimborso nei confronti del consumatore delle somme versate in conseguenza dell’esercizio del diritto di recesso.


note

[1] D. lgs. n. 206/2005 (codice del consumo).

[2] Art. 3 codice del consumo.

[3] Art. 33 codice del consumo.

[4] Art. 36 codice del consumo.

Autore immagine: Canva.com


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