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Incidente stradale: chi può essere risarcito?

10 Aprile 2020
Incidente stradale: chi può essere risarcito?

A chi spettano i soldi dell’assicurazione in caso di sinistro stradale? Il caso del conducente, del proprietario dell’auto, del passeggero e dei familiari della vittima.

In caso di incidente stradale, chi può essere risarcito? D’impulso si potrebbe rispondere: il proprietario dell’auto. Ma non è sempre così. O meglio, a volte l’elenco dei soggetti che hanno diritto all’indennizzo dell’assicurazione è più ampio. Tanto per fare un esempio – e senza voler anticipare ciò che andremo a dire qui di seguito – la giurisprudenza ha ampliato l’elenco dei soggetti risarcibili anche ai familiari conviventi e, addirittura, in caso di decesso, anche a quelli non conviventi. 

Poi bisogna tenere distinta la diversa posizione tra il proprietario del veicolo, il conducente e il passeggero (colui che i giuristi chiamano “terzo trasportato”). 

Insomma, per stabilire in caso di incidente stradale chi può essere risarcito bisogna prima valutare una serie di circostanze concrete. È ciò che faremo nel seguente articolo. Spiegheremo cioè quali sono i soggetti che possono presentarsi davanti all’assicurazione – o, in caso di diniego, dinanzi al giudice – per chiedere l’indennizzo. Lo faremo commentando una recente ordinanza della Cassazione [1] che ci offre più di uno spunto sul tema. Ma procediamo con ordine.

Incidente stradale: a chi spettano i soldi?

Il principio generale è quello secondo cui il risarcimento dei danni spetta solo al danneggiato o, in caso di decesso, ai suoi eredi. Pertanto, la prima cosa da fare è verificare quali sono i danni, o meglio quali i diritti lesi e, quindi, i loro titolari. 

Ecco che allora possiamo già fare una tripartizione generale.

Danni all’automobile: a chi spetta il risarcimento?

Per tutti i danni al mezzo incidentanto, il risarcimento spetta solo al proprietario. È questi a dover presentare la domanda di risarcimento all’assicurazione (anche tramite il proprio avvocato) e, in caso di esito negativo, agire in tribunale per ottenere i soldi che gli spettano.

La legge prevede che, dal momento in cui la domanda di risarcimento viene presentata, l’assicurazione ha 60 giorni di tempo per fare un’offerta formale. In tale lasso di tempo, l’assicurazione farà le verifiche per accertare la responsabilità del sinistro, senza essere vincolata a quanto indicato dalle parti in un eventuale CID (che ha valore solo tra coloro che lo firmano).

La compagnia, di solito, incarica un perito di parte per definire l’ammontare del danno al mezzo. Il proprietario dell’auto può, nel frattempo, anticipare la spesa per la riparazione, ma procurandosi la fattura del carrozziere. Gli è dovuto anche il rimborso dell’Iva visto che si tratta di un’imposta che il consumatore non può scaricare.

Danni fisici al conducente: a chi spetta il risarcimento?

Se, a causa dell’incidente, il conducente riporta delle ferite è a questi che spetta agire per ottenere il risarcimento. Quindi, nell’ipotesi di un sinistro stradale con danni sia all’auto che al guidatore, ci saranno due distinte richieste.

Una recente “stretta” imposta dal legislatore ha previsto che, per tutti i danni fisici con una invalidità fino a 9 punti percentuali, per ottenere il risarcimento è necessario un esame strumentale (ad esempio, una tac, una risonanza, i raggi) oppure un certificato medico che attesti l’esistenza di una patologia “obiettiva”, ossia visibile e non solo dichiarata dal paziente. Insomma, il solo fatto di andare al pronto soccorso, si dichiara in quella sede di avere capogiri o conati di vomito e di sentirsi male non basta per avere il risarcimento. Leggi sul punto Colpo di frusta dopo incidente: risarcimento. 

Danni fisici al passeggero: a chi spetta il risarcimento?

Anche il passeggero ha diritto ad essere risarcito. Anzi, la sua posizione è di vantaggio rispetto a quelle dei conducenti. Egli, infatti, può pretendere che gli vengano versati i soldi dell’indennizzo a prescindere dall’accertamento della responsabilità per il sinistro. 

Ad esempio, se anche li passeggero si trovava all’interno dell’auto colpevole dello scontro, questi ha comunque diritto al risarcimento. Risarcimento che gli deve necessariamente versare l’assicurazione della macchina su cui era trasportato.

Risarcimento ai familiari

Secondo la Cassazione, il danno non patrimoniale – consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di una persona lesa in modo non lieve in un incidete stradale – spetta anche ai familiari della vittima per via dello stravolgimento di vita che ne hanno subìto. Si pensi a un figlio che diventa invalido e costretto a stare su una sedia a rotelle.

Aggiunge la Corte che «Il danno subito dai congiunti è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo. La lesione della persona di taluno può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute, come una incidenza sulle abitudini di vita». Tali pregiudizi non richiedono una prova più rigorosa rispetto ad altri, ben potendo essere dimostrati anche per “indizi”, tra cui il rapporto di stretta parentela con la vittima come, secondo un criterio di normalità sociale, quello sussistente con genitori e fratelli. È comunque necessario che le sofferenze della vittima si traducano in uno «totale sconvolgimento delle abitudini di vita del nucleo familiare» per poter avere un riconoscimento giuridico. 

Risarcimento del danno anche ai nipoti non conviventi

Conviventi o non, i nonni sono una figura importantissima per i nipoti che, in caso di morte per un errore medico, hanno il diritto a essere risarciti per la loro mancanza, anche se non conviventi. 

La Cassazione è intervenuta con una interessante ordinanza [4] per ribadire un concetto già chiarito negli scorsi anni: il risarcimento per la morte a seguito di illecito altrui (errore medico, incidente stradale, ecc.) può scattare anche in favore dei familiari non conviventi o anche delle persone legate da un forte vincolo affettivo (ad esempio, il fidanzato) se c’è un ampio e profondo legame tale da provocare un forte turbamento nel superstite che chiede il risarcimento. 


note

[1] Cass. ord. n. 7748/20 dell’8.04.2020.

[2] D. L. n. 1/2012.

[3] cfr. Cass. Civ. n. 11212/19; Cass. Civ. n. 2788/19; Cass.Civ. n. 17058/17

[4] Cass. ord. n. 7743 dell’8.04.2020.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 21 novembre 2019 – 8 aprile 2020, n. 7748

Presidente Amendola – Relatore Cricenti

Fatti di causa

Ricorrono R.P. ed i suoi congiunti, genitori, e fratelli, a causa di un incidente stradale, nel quale il primo era trasportato in sella ad un motociclo da C.L. , rimasto vittima del sinistro, causato altresì dal conducente di altro veicolo, tale D.G.A. .

I ricorrenti hanno agito in giudizio sia verso gli eredi del conducente del motociclo (C. ) e la loro assicurazione, che nei confronti del conducente e del proprietario del veicolo antagonista (condotto da D.G. ) e rispettiva compagnia di assicurazione.

Il Giudice di primo grado ha ritenuto di ripartire la causa del danno attribuendo il 70% a D.G. ed il 30% al C. (conducente del motorino) mentre il R. , qui ricorrente, è stato ritenuto responsabile del danno a se stesso nella misura del 10%, e gli è stata liquidata una somma per il danno alla persona subito, e cosi anche ai suoi congiunti, di riflesso.

Questa sentenza di primo grado è stata impugnata, con autonomi appelli, dal R. e congiunti, e dalla Groupama, compagnia di assicurazione garante del veicolo condotto dal D.G. .

I due appelli sono stati riuniti.

Il giudice di secondo grado ha rigettato poi l’appello del R. e dei suoi congiunti, ed accolto quello di Groupama relativamente alla prova del danno dei congiunti del R. , terzo trasportato.

Avverso tale sentenza propongono ricorso principale R. ed i congiunti, con tre motivi e ricorso incidentale i congiunti eredi di C. . V’è costituzione con controricorso di Groupama, che chiede il rigetto della impugnazione. C. deposita memorie.

Ragioni della decisione

1.- Le rationes oggetto di ricorso.

La decisione impugnata nega il risarcimento ai congiunti di R.P. , gravemente ferito durante l’incidente, ritenendo non provato il danno da costoro invocato, e non presumibile neanche in base al mero rapporto di parentela.

Nega altresì il risarcimento del danno morale alla vittima primaria ritenendolo compreso in quello biologico, nonché quello alla capacità lavorativa, in quanto non provato.

Conferma il concorso di colpa del 10% del danneggiato R. quanto alle conseguenze dannose.

2.- I motivi di ricorso sono tre. V’è un ricorso incidentale degli eredi C. , che va esaminato infine.

2.1- Con il primo motivo i ricorrenti si dolgono di una erronea interpretazione dell’art. 2697 c.c., da parte della corte di merito, quanto alla prova del danno iure proprio dei congiunti.

Ma, prima di ciò, postulano una omessa decisione quanto alla posizione di uno dei ricorrenti, danneggiati in secundis, ossia R.L. . La sentenza di primo grado aveva dato atto che si trattava di quattro congiunti, che invece erano cinque. Fatto appello su questa omissione, che escludeva il R.L. , la corte non vi avrebbe posto rimedio.

In questa parte il motivo è infondato.

Infatti, la corte dà atto dell’appello di R.L. , volto a farsi includere nel novero dei congiunti danneggiati, ed implicitamente lo decide, rigettando per tutti, appellante compreso, la domanda di risarcimento del danno.

Quanto invece alla violazione dell’art. 2607 c.c., i congiunti lamentavano un pregiudizio alla persona (danno non patrimoniale) come conseguenza del danno inferto al congiunto, ossia delle lesioni patite da quest’ultimo.

Secondo la corte di merito un danno dei congiunti, come conseguenza delle lesioni inferte al parente, è ipotizzabile solo se consistente in “un totale sconvolgimento delle abitudini di vita del nucleo familiare su cui si sono riverberate quali conseguenze gli effetti dell’evento traumatico subito dal familiare”.

Ciò porta la corte a concludere che la prova di un tale sconvolgimento delle abitudini di vita non è stata fornita, e non può desumersi dal mero rapporto di parentela (p. 11-12).

Il motivo è fondato.

In astratto, come è stato precisato da questa corte, “il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta” Cass. 11212/2019; Cass. 2788/2019; Cass. 17058/2017).

La decisione della corte di merito, in realtà, è errata nella premessa: essa postula, invero, che il danno risarcibile ai congiunti per le lesioni patite dal parente, vittima primaria dell’illecito, sia solo quello consistente nel “totale sconvolgimento delle abitudini di vita”, limitazione che non ha in realtà alcuna ragion d’essere. Dalle lesioni inferte a taluno possono derivare, in astratto, per i congiunti sia una sofferenza d’animo (danno morale) che non produce necessariamente uno sconvolgimento delle abitudini di vita, sia un danno biologico (una malattia), anche essa senza rilevanza alcuna sulle abitudini di vita.

Il danno dei congiunti è qui invocato iure proprio. Si parla spesso impropriamente di fanno riflesso, ossia di un danno subito per una lesione inferta non a sé stessi, ma ad altri.

In realtà, il danno subito dai congiunti è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo, la quale rileva dunque come fatto plurioffensivo, che ha vittime diverse, ma egualmente dirette. Ed anche impropriamente allora, se non per mera esigenza descrittiva, si parla di vittime secondarie.

Con la conseguenza che la lesione della persona di taluno può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute, come una incidenza sulle abitudini di vita.

Non v’è motivo di ritenere questi pregiudizi soggetti ad una prova più rigorosa degli altri, e dunque insuscettibili di essere dimostrati per presunzioni.

E tra le presunzioni assume ovviamente rilievo il rapporto di stretta parentela (nella fattispecie, genitori e fratelli) tra la vittima in primis, per cosi dire, ed i suoi congiunti.

Il rapporto di stretta parentela esistente fa presumere, secondo un criterio di normalità sociale (ossia ciò che solitamente accade) che genitori e fratelli soffrano per le gravissime permanenti lesioni riportate dal congiunto prossimo. Nè v’è bisogno, come postula la sentenza impugnata, che queste sofferenze si traducano in uno “sconvolgimento delle abitudini di vita”, in quanto si tratta di conseguenze estranee al danno morale, che è piuttosto la soggettiva perturbazione dello stato d’animo, il patema, la sofferenza interiore della vittima, a prescindere dalla circostanza che influisca o meno sulle abitudini di vita.

3.- Il secondo motivo riguarda la vittima primaria.

Quest’ultima si duole del mancato riconoscimento del danno morale e di quello alla capacità lavorativa, e lamenta dunque una erronea interpretazione della regola sulla prova di tali pregiudizi (art. 2697 c.c.).

Il motivo è inammissibile.

Esso contiene la rivendicazione di due tipi di danno, non riconosciuti dal giudice di merito: quello morale soggettivo, e quello alla capacità lavorativa.

Quanto al primo, il giudice di merito ha ritenuto che la sua liquidazione debba farsi, seguendo le tabelle milanesi, nei termini di una personalizzazione del danno biologico, o meglio, attraverso l’aumento di una percentuale di quel danno, a significare il rilievo accordato al danno morale (pagine 12-14). Tuttavia, il ricorrente non allega alcunché a dimostrazione di aver patito un danno morale. Ossia: contesta in astratto la regola che la corte di merito ritiene applicarsi a quel tipo di danno, ma non allega in concreto elementi che possano giustificare un accertamento di tale pregiudizio. Così che la censura non è rilevante, avendo di mira solo un principio astratto senza alcuna concreta rilevanza quanto alla rivendicazione del ricorrente.

Infondato è invece il motivo quanto al danno alla capacità lavorativa.

Si può concordare con la tesi secondo cui la capacità lavorativa generica e una componente del danno biologico (Cass. 17931/2019; contra 12211/2015, che ne fa questione di perdita di chance. Tuttavia, la chance è un danno incerto attuale e non un danno certo futuro).

Con la conseguenza che la presenza di postumi macropermanenti non consente di desumere automaticamente, in via presuntiva, la diminuzione della capacità di produrre reddito della vittima, potendo per altro verso integrare un danno da lesione della capacità lavorativa generica il quale, risolvendosi in una menomazione dell’integrità psico-fisica dell’individuo, è risarcibile in seno alla complessiva liquidazione del danno biologico (Cass. 17931/2019).

Ed in tale misura essi sono stati liquidati, ed infatti il CTU ha ricompreso quella perdita nella invalidità permanente.

4.- Il terzo motivo denuncia sotto forma di insufficiente o contraddittoria motivazione (artt. 132 e 156 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 5) l’accertamento che ha portato ad attribuire un 10% di concorso di colpa del danneggiato quanto all’ammontare del danno (che, si ritiene, costui poteva evitare mettendo il casco).

Il motivo è inammissibile, poiché richiede a questa corte una nuova valutazione dei fatti.

Si tratta di un accertamento in fatto basato sulle conclusioni e motivazioni della CTU medico legale, che a suo tempo ha ritenuto riducibili i danni se fosse stato usato il casco.

5.- V’è poi il ricorso incidentale dei controricorrenti congiunti del C. . Essi lamentano violazione e falsa applicazione della L. n. 102 del 2006, poi abrogata.

La corte di appello ha ritenuto tardiva, accogliendo apposita doglianza sul punto, la comparsa di costituzione dei ricorrenti incidentali nel giudizio di primo grado,, ritenendo non applicabile la sospensione dei termini a questa fattispecie. Secondo i ricorrenti non v’era alcun termine da rispettare perché la comparsa era proposta non in un giudizio nuovo, ma nella prosecuzione di quello estinto. Il motivo è inammissibile.

È invero difficile da capire cosa censurino e perché i ricorrenti incidentali.

La corte di merito ha dichiarato tardiva la comparsa del 2001; mentre i ricorrenti assumono la tempestività di una comparsa presumibilmente depositata nel 2009, nel giudizio instaurato come prosecuzione di quello del 2001, estinto. Non v’è dunque, se cosi fosse, corrispondenza con la ratio della sentenza che dichiara tardiva una diversa comparsa di costituzione, quella depositata nel giudizio iniziale del 2001.

Vanno pertanto accolto il primo motivo di ricorso e la sentenza cassata con rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo nei termini di cui in motivazione, dichiara inammissibile il secondo, rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla corte di appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese.

 


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