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Conte e l’Europa: ecco i punti della sconfitta

10 Aprile 2020 | Autore:
Conte e l’Europa: ecco i punti della sconfitta

L’accordo raggiunto dall’Eurogruppo non è un buon risultato per l’Italia: misure deboli e condizioni capestro. Ma il resto della partita è ancora da giocare.

L’Italia incassa dall’Eurogruppo risultati molto inferiori a quelli sperati alla vigilia del faticoso incontro tra i ministri delle Finanze dei Paesi dell’Unione. Ottiene, sostanzialmente, solo un mezzo Mes, il meccanismo di stabilità che esiste per salvare da gravi crisi i singoli Stati in difficoltà finanziaria, mentre gli Eurobond che avrebbero garantito la condivisione solidale di un debito da assumere tutti insieme, non sono passati per l’opposizione dell’Olanda e di altri Stati del nord Europa.

Un risultato che ha tutto il sapore della sconfitta, nonostante le buone intenzioni e il coraggio manifestati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che poco prima della riunione aveva reagito al no agli aiuti già preannunciato. Con questo “accordo flessibile sugli aiuti“, come è stato definito a caldo, le condizioni sono penalizzanti perché gli Stati che decideranno di chiedere prestiti al Mes – accedendo alla nuova linea di credito che è stata stabilita, come una corsia privilegiata – dovranno sottostare alle rigide regole di concessione, di vigilanza e di rimborso.

Sono soldi che costeranno cari e avrebbero potuto essere trovati meglio con altri strumenti finanziari più opportuni a contrastare una crisi che non ha precedenti e richiederebbe un piano straordinario di aiuti, coraggioso e forte come il piano Marshall varato al termine della seconda guerra mondiale; una possibilità che invece oggi non si intravede neppure all’orizzonte.

Il risultato raggiunto appare modesto e insoddisfacente, sia per l’entità delle risorse messe in campo – 500 miliardi, dove lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ammette che ne occorrerebbero il triplo per uscire dalla crisi e finanziare la ripresa – sia per il tipo dello strumento adottato, che garantisce solo il pagamento dei costi diretti dell’emergenza Coronavirus, cioè le spese sanitarie, e non invece quelli economici, cioè il sostegno che sarebbe necessario per lavoratori, famiglie e imprese.

In questo ambito, le (poche) risorse che arriveranno (ma non subito) rimangono quelle già stanziate dall’Europa nei giorni scorsi: i 100 miliardi del programma Sure per evitare i licenziamenti delle imprese in difficoltà, i 200 miliardi della Bei, la Banca Europea degli Investimenti (un ammontare che vale la metà di quanto messo in campo dalla sola Italia con il Decreto Liquidità varato dal Governo) e i 750 miliardi messi in campo dalla Bce, la Banca Centrale Europea, come “potenza di fuoco” destinata all’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi a maggior rischio, in caso di necessità.

Ma queste ultime sono somme che arriverebbero in prima battuta alle banche e non ai cittadini, i quali dovrebbero poi prenderle in prestito da esse per finanziare le loro attività imprenditoriali o commerciali. Manca, quindi, il quarto pilastro della costruzione, quello più robusto, essenziale e decisivo per evitare la recessione e arrivare alla ripresa.

Lo stesso presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, promuove le misure assunte ieri a Bruxelles con un voto di 7; guardando il bicchiere mezzo pieno, il fatto positivo è che la proposta degli Eurobond avanzata dall’Italia insieme ad altri 8 Stati del Sud dell’Europa – tra cui la Francia e la Spagna – non è stata respinta in via definitiva dall’Eurogruppo ma rimane “sul tavolo”, come annuncia il ministro Gualtieri, e sarà discussa nel Consiglio Europeo, composto dai 27 capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, in programma la prossima settimana.

Ma purtroppo alla conta dei voti i numeri pesano e saranno decisivi: “c’è già una maggioranza contro“, proclama il ministro delle finanze olandese e purtroppo ha ragione perché l’iniziativa per varare gli Eurobond o strumenti simili e analoghi, come i Recovery Bond, dispone soltanto di 9 Stati membri a favore, mentre l’asse contrapposto, animato dall’Olanda e altri Stati del Nord Europa – con la Germania che non si oppone e, dunque, sostanzialmente appoggia la loro linea – forma il gruppo degli altri 18 membri.

Sarà, quindi, difficile che venga accolta, almeno nei termini in cui è stata formulata, mentre i compromessi al ribasso, come quello visto ieri all’Eurogruppo, sono sempre possibili ma non certo risolutivi dei problemi in atto. Il “faremo da soli” proclamato da Giuseppe Conte, che minaccia la fine dell’Europa, è sempre più attuale e vicino.

Così l’accordo di ieri si rivela deludente e il fatto che lo si presenti come un “primo passo” non aiuta a migliorarne il contenuto. Il fatto positivo è però che, mentre l’Europa si sta incrinando sotto il peso degli egoismi rigoristi di parecchi Paesi, si sta delineando un asse italiano-franco-spagnolo che è unito nel chiedere una solidarietà concreta e non misure capestro come il Mes che comporterebbero una stretta sorveglianza dell’Italia, nel caso intendesse ricorrervi, fino all’arrivo della temuta Troika, come è successo pochi anni fa alla Grecia.

Intanto quello che appare chiaro è che la guerra sanitaria al Coronavirus sarà presto vinta, ma quella economica lascerà parecchie vittime sul campo, lavoratori e imprese colpiti dalla crisi e che, invece, con uno sforzo deciso potrebbero ancora essere salvati. Ma a quanto sembra, tutti i tentativi per farlo a livello europeo stanno andando a vuoto. Il ministro Gualtieri ha detto, commentando l’accordo raggiunto, che “l’Italia vince”, ma si riferiva solo al primo tempo. Il resto della partita si giocherà a Bruxelles nei prossimi giorni. Poi, non ci saranno recuperi o tempi supplementari perché se non si decide qualcosa di valido, come ha detto Conte, nel frattempo il paziente muore.



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