Coronavirus e smog: un nuovo studio sul possibile legame

10 Aprile 2020
Coronavirus e smog: un nuovo studio sul possibile legame

La correlazione fra l’impatto della pandemia da Covid-19 e diversi fattori spiegati in una nuova ricerca.

Che rapporto c’è tra la pandemia e lo smog? Ce lo spiega una ricerca “Strategies to mitigate the COVID-19 pandemic risk” realizzata a Catania.

Il team di ricerca è composto dai docenti Alessio Biondo del dipartimento di Economia e Impresa, Giuseppe Inturri del dipartimento di Ingegneria elettrica elettronica e informatica, Vito Latora e Alessandro Pluchino del dipartimento di Fisica e Astronomia, Rosario Le Moli del dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale e Giovanni Russo del dipartimento di Matematica e Informatica, dalla ricercatrice Nadia Giuffrida del dipartimento di Ingegneria civile e architettura e dalla dottoranda Chiara Zappalà del dipartimento di Fisica e Astronomia.

Andrea Rapisarda, associato di Fisica teorica dell’Università di Catania, sostiene che “Il rischio epidemico è più elevato in alcune delle regioni settentrionali dell’Italia rispetto alla parte centrale e meridionale. Da una analisi basata sui dati ufficiali messi a disposizione dall’Istat, Istituto superiore della Sanità e altre agenzie europee si è trovata una interessante e forte correlazione fra l’impatto della pandemia da Covid-19 e diversi fattori che caratterizzano in maniera diversa le regioni italiane quali inquinamento atmosferico da PM10, temperatura invernale, mobilità, densità e anzianità della popolazione, densità di strutture ospedaliere e densità abitativa”.

Come si spiegano tali affermazioni? Sulla base di una valutazione a priori del rischio epidemico delle regioni italiane in relazione a questi fattori, eseguita tramite una nuova metodologia elaborata da un gruppo interdisciplinare di docenti e ricercatori alloscopo di individuare i motivi per cui la diffusione della pandemia è stata più veloce e letale in alcune regioni dell’Italia piuttosto che in altre.

“È stato rilevato che il rischio epidemico è più elevato in alcune delle regioni settentrionali dell’Italia rispetto alla parte centrale e meridionale – spiegano i ricercatori in una nota riportata dall’agenzia Adnkronos-. Il nostro indice di rischio epidemico mostra forti correlazioni con i dati ufficiali disponibili dell’epidemia Covid-19 in Italia e spiega in particolare perché regioni come Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto stiano soffrendo molto di più rispetto al centro-sud. D’altra parte queste sono anche le stesse regioni che solitamente subiscono il maggiore impatto (in termini di casi gravi e decessi) anche per le influenze stagionali, come rivelano i dati dell’Iss”.

“Riteniamo quindi che non sia un caso che la pandemia di Covid-19 si sia diffusa più rapidamente proprio in quelle regioni con un più alto rischio epidemico come Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto – aggiungono i ricercatori -. I primi casi sono stati individuati sia a Roma a fine gennaio, con la coppia di turisti cinesi che girava da un po’ per la capitale, sia in Lombardia e Veneto a fine febbraio. Poi, poco prima del lockdown del paese, il 9 marzo e subito dopo, diverse ondate di centinaia di migliaia di persone sono rientrate nelle loro regioni di origine al centro sud diffondendo molto probabilmente il virus in tutta Italia”.

E ancora, spiegano i ricercatori: “Stime abbastanza realistiche ci dicono che in Italia, a causa di una fortissima percentuale di asintomatici o sintomatici lievi, a cui non è stato effettuato alcun tampone, ci possano essere al momento da uno a 10 milioni di persone venute in contatto col virus e che probabilmente sono sparse un po’ in tutte le regioni. Anche se le misure di isolamento sociale hanno sicuramente dato un grosso contributo a contenere la diffusione, non si spiega altrimenti come mai il maggior numero di casi di terapie intensive e decessi sia avvenuto di gran lunga proprio in quelle regioni del nord Italia dove appunto il rischio epidemico da noi stimato è maggiore”.

“Questo studio, se da una parte ci fa capire perché il nord Italia siatendenzialmente sempre più a rischio per quanto riguarda le epidemie, dall’altra lascia ben sperare per il centro-sud, dove molto probabilmente l’impatto di questa pandemia e di possibili altre ondate future sarà sempre più lieve in termini di casi gravi e decessi a causa del minor rischio epidemico legato ai fattori strutturali trovati – sostengono i ricercatori -. Questo studio potrebbe anche essere utile per immaginare delle possibili riaperture graduali del paese che, secondo questa logica, potrebbero partire proprio da quelleregioni con un rischio epidemico minore“.



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