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Escamotage per non farsi pignorare lo stipendio

12 Aprile 2020
Escamotage per non farsi pignorare lo stipendio

Pignoramento del quinto dello stipendio o del conto corrente bancario: ecco le tattiche usate dai debitori per salvare la busta paga.

In tempi di crisi e di insolvenza, quando la busta paga serve appena a sfamare la famiglia è naturale chiedersi se esistono escamotage per non farsi pignorare lo stipendio. 

Che la parola “escamotage” faccia pensare a un trucco, un artificio o, peggio ancora, a una frode per sottrarsi all’applicazione della legge è innegabile. Tuttavia, è anche vero che alcune condotte sono ritenute dalla legge formalmente lecite e, quindi, a prescindere dagli effetti che producono, non possono dar luogo ad alcuna reazione da parte del creditore. 

In questo articolo, ti spiegheremo quali sono le tecniche più spesso adoperate per non farsi bloccare lo stipendio e salvare la busta paga, “nei limiti del possibile”. Perché questa precisazione? Perché, come vedremo a breve, si tratta solo di espedienti volti a ridurre i danni. In generale, infatti, non esiste uno stipendio che non possa essere pignorato, non almeno fino al licenziamento o alle dimissioni. Ed è proprio da quest’ultimo espediente che partiremo.

Se mi faccio licenziare evito il pignoramento dello stipendio?

C’è chi si fa licenziare per poi continuare a lavorare in nero ed evitare così il pignoramento dello stipendio. Nello stesso tempo il dipendente percepisce l’assegno di disoccupazione.

Questa tecnica è illegale per svariate ragioni. Da un lato, il datore di lavoro rischia le sanzioni amministrative legate al lavoro irregolare. 

Dall’altro lato, il dipendente potrebbe subire un accertamento fiscale per via della mancata denuncia del reddito ai fini Irpef. In più, la percezione della Naspi, nonostante la prosecuzione dell’attività lavorativa, costituisce reato: una truffa ai danni dell’Inps. 

Di fatto, però, questo comportamento è assai utilizzato e spesso costituisce un forte disincentivo nei confronti del creditore ad avviare tutti gli strumenti per far accertare alle autorità il lavoro in nero.

Se prelevo dal conto corrente evito il pignoramento dello stipendio?

Fare un prelievo dal proprio conto corrente su cui è accreditato lo stipendio evita che quelle somme possano essere recuperate dal creditore. In questo modo, si mette in salvo il denaro senza peraltro che il fisco possa contestare l’operazione. Difatti, i prelievi in contanti non sono soggetti a controlli se non superano l’ammontare di 10mila euro nell’arco dello stesso mese. 

Se il pignoramento dello stipendio dovesse avvenire nelle forme del pignoramento del conto corrente (quello cioè su cui l’azienda accredita la retribuzione), entrano in gioco regole particolari. Le cose stanno così: 

  • tutte le somme che si trovano già depositate in banca alla data di notifica del pignoramento sono pignorabili solo se il loro importo è superiore al triplo dell’assegno sociale (misura questa fissata annualmente dall’Inps). Attualmente l’assegno sociale è pari a 459,83 euro; il triplo è, quindi, pari a 1379,49 euro. Dunque, se su un conto ci sono meno di 1.379,49 euro il creditore non potrà pignorare alcunché, ma potrà agire – come vedremo a breve – sulle mensilità successive. Viceversa, se sul conto c’è una somma superiore, è pignorabile solo la differenza. Ad esempio, su un deposito di 2.000 euro sono pignorabili solo 620,51 euro (2.000 – 1.379.49);
  • per quanto, invece, riguarda gli stipendi successivamente versati sul conto, il creditore potrà pignorare non più di un quinto per volta ossia per ciascuna mensilità; il tutto fino ad estinzione totale del debito.

In verità, per effettuare il pignoramento del conto corrente è necessario prima che il creditore si munisca di un “titolo esecutivo” (una sentenza, un decreto ingiuntivo non opposto, un mutuo dal notaio, un assegno o una cambiale) e che, dopo di ciò, avvii la procedura di pignoramento presso terzi in tribunale. Il tutto chiaramente richiede molto tempo, a volte numerosi mesi.

Chiedere l’accredito dello stipendio su un altro conto corrente

In teoria, nulla toglie che il debitore possa bloccare il pagamento dello stipendio sul proprio conto corrente per chiederne l’accredito su quello del coniuge o di un altro familiare. Se il creditore dovesse aver pignorato il conto corrente del lavoratore sarebbe costretto a intraprendere un’ulteriore procedura per recuperare il denaro: procedura rivolta innanzitutto a scoprire su quale conto viene depositato lo stipendio e poi rivolta a pignorare quest’ultimo. Ciò allungherebbe i tempi del recupero e garantirebbe una boccata d’ossigeno per il debitore.

Ma un buon avvocato è in grado di superare questo escamotage. Infatti, lo stipendio può essere pignorato anche direttamente in capo all’azienda, prima ciò che questa eroghi le somme al beneficiario. Sarà allora il datore di lavoro a ricevere l’atto di pignoramento e a dover trattenere, mese per mese, il quinto dello stipendio. Questa trattenuta sarà poi versata al creditore solo a seguito dell’udienza innanzi al tribunale che autorizza il pignoramento (la data dell’udienza – a cui può partecipare anche il debitore – è riportata sull’atto di pignoramento).

Fare una cessione del quinto dello stipendio 

È errato pensare che chi cede il quinto dello stipendio a una finanziaria evita l’ulteriore pignoramento del creditore. Ciò perché, quando il giudice quantifica il quinto pignorabile, lo fa al lordo di eventuali trattenute già presenti quando determinate da cessioni volontarie del debitore. 

Diverso è invece il discorso se è presente un altro pignoramento e proprio in questo sta l’escamotage usato da numerosi italiani. Ne parleremo nel prossimo paragrafo.

Si può pignorare uno stipendio già pignorato?

Vediamo ora che succede se viene intrapreso il pignoramento del quinto dello stipendio su uno stipendio già pignorato. È possibile pignorare due quinti contemporaneamente? Tutto dipende dalle ragioni di credito del creditore. Ci spieghiamo meglio. Esistono tre categorie di debiti:

  • debiti alimentari: sono quelli dovuti per il mantenimento all’ex coniuge o ai figli oppure gli alimenti dovuti ai genitori anziani;
  • debiti fiscali: sono tutte le somme dovute alla pubblica amministrazione compreso l’Agente per la riscossione esattoriale;
  • debiti diversi: vi rientrano tutte le altre categorie di debiti come ad esempio quelli con il condominio, con il locatore, con i fornitori, ecc.

Secondo la legge è possibile un pignoramento per volta solo nel caso in cui i due debiti siano della stessa natura. Invece, se sono di natura diversa è possibile anche più di un pignoramento consecutivamente; tuttavia in tal caso lo stipendio residuo non può mai scendere al di sotto del 50%.

Fatta la legge, trovato l’inganno. C’è chi firma una cambiale o un assegno a un amico per farsi pignorare un quinto dello stipendio ed evitare così una seconda procedura da parte di ulteriori creditori. Questa tecnica funziona solo se la categoria dei due debiti è la stessa. Il che significa che se il creditore è il fisco, è impossibile evitare il pignoramento dello stipendio. 

Pignoramento stipendio: opposizione

Subire un pignoramento che si ritiene ingiusto non significa poter sempre fare ricorso. Il ricorso è limitato solo ai motivi indicati dalla legge che sono sintetizzabili in due categorie:

  • violazione delle regole sulla procedura (sono i motivi formali di opposizione);
  • inesistenza del diritto del creditore (sono i motivi sostanziali di opposizione).

Ecco alcuni motivi per opporsi al pignoramento dello stipendio da far valere in tribunale:

  • mancata notifica dell’atto di precetto che è condizione necessaria per il pignoramento. Si tratta di una diffida ad adempiere entro massimo 10 giorni;
  • decorso di oltre 90 giorni dall’atto di precetto, termine dopo il quale esso perde efficacia;
  • mancata notifica del cosiddetto titolo esecutivo, ossia la sentenza o il decreto ingiuntivo. Se il titolo in forza del quale agisce il creditore è però un assegno o un contratto di mutuo bancario, il titolo viene semplicemente riportato nell’atto di precetto;
  • intervenuta prescrizione del credito;
  • inesatta quantificazione del credito per errori di calcolo;
  • avvenuto pagamento di una parte o di tutto il debito prima della notifica dell’atto di pignoramento.

In materia di pignoramento esattoriale – ma il principio può essere applicato anche agli altri casi di pignoramento – la Cassazione [1] ha fornito un importante principio: l’atto di pignoramento è nullo se non vengono indicati i crediti per i quali l’esattore procede e, nel caso di debiti col fisco, dell’elenco delle cartelle cui fa riferimento. Questo vuol dire che il contribuente può impugnare il pignoramento e salvare la retribuzione dalla trattenuta.

La sentenza è interessante perché molto spesso, quando l’esattore agisce con un pignoramento dello stipendio in forza di cartelle esattoriali, invia al datore di lavoro un generico atto in cui indica solo l’importo complessivo del debito accumulato dal suo dipendente, intimandogli di effettuare la trattenuta. Tale documento non contiene quasi mai il dettaglio delle singole voci (le specifiche cartelle) a cui esso si riferisce. Il medesimo atto viene notificato anche al contribuente. Con la conseguenza che il debitore non è messo in condizione di conoscere a che titolo sono dovute le somme pignorate e quindi, di verificare la correttezza del pignoramento e difendersi. Il pignoramento è, pertanto, illegittimo.


note

[1] Cass. sent. n. 26519/17 del 19.11.2017


1 Commento

  1. Se si è frontalieri ossia si lavora in svizzera e si ha la residenza in italia e possibile pignoramento lo stipendio

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