Coronavirus, ecco quanti ricoveri abbiamo evitato

10 Aprile 2020
Coronavirus, ecco quanti ricoveri abbiamo evitato

Lockdown, distanziamento sociale e obbligo di restare a casa hanno funzionato. Uno studio ci spiega quanto avremmo potuto appesantire il sistema sanitario.

Dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus al 25 marzo scorso, le restrizioni alla mobilità decise dal governo italiano hanno evitato il ricovero ospedaliero di almeno duecentomila persone.

A rilevarlo è uno studio, accettato oggi e in uscita sulla prestigiosa rivista scientifica Pnas, realizzato da un gruppo di scienziati italiani di Politecnico di Milano, Università Ca’ Foscari Venezia, Università di Zurigo, Epfl, Scuola Politecnica federale di Losanna e Università di Padova.

Ci informa di questo risultato l’agenzia di stampa Adnkronos, che parla di una riduzione della capacità di contagio pari al 45 per cento, prodotta dalle misure governative, cioè dal lockdown, con il fermo della stragrande maggioranza delle attività economiche, così come dal distanziamento sociale e dall’obbligo di restare a casa e uscire solo per necessità improrogabili.

“I duecentomila ricoveri che sarebbero stati necessari senza restrizioni avrebbero sicuramente ecceduto la capacità degli ospedali” sostiene Marino Gatto, professore di Ecologia del Politecnico di Milano e primo autore dello studio accettato oggi e in uscita su Pnas. “Possiamo concludere che le misure molto restrittive imposte a partire dal 10 marzo, il cui effetto abbiamo potuto osservare solo parzialmente nel periodo analizzato che si concludeva il 25 marzo, sono responsabili del calo nei contagi che osserviamo in  questi giorni”.

Una buona notizia che, in un momento di sicura stanchezza, dovuta a un prolungato stravolgimento dei nostri ritmi di vita, sembra in qualche modo risarcirci o quanto meno farci capire che ci siamo messi sulla strada giusta.

Non è un dato del tutto nuovo. Nei giorni scorsi, avevamo scritto dell’utilità delle restrizioni (leggi l’articolo: Coronavirus, perché le restrizioni funzionano): i nostri sacrifici non sono stati vani.

L’altra buona notizia è che l’équipe che ha lavorato a questa ricerca sostiene che sia “possibile ricostruire la mappa del contagio” da Coronavirus. I ricercatori hanno infatti realizzato “il primo modello di contagio per l’Italia che tiene conto sia dell’evoluzione temporale dell’infezione nelle popolazioni locali che della loro distribuzione geografica, integrando gli spostamenti degli individui per raggiungere il luogo di lavoro, con una risoluzione a livello provinciale”.

Come riporta l’Adnkronos, gli studiosi si sono serviti di “censimenti Istat per stimare la mobilità prima dell’epidemia e di uno studio indipendente che ha sfruttato la geolocalizzazione dei cellulari per capire di quanto si è ridotta la mobilità con le restrizioni imposte”. “La mappa dei contagi risultata dal primo modello di contagio per l’Italia” è stata “confrontata con l’andamento reale dell’epidemia, riscontrando un’elevata accuratezza del modello matematico, che potrà quindi essere impiegato nello studio dei prossimi provvedimenti”.

Un altro dato interessante che si ricava dallo studio è che l’epidemia ha corso sui mezzi di trasporto pubblico, diventati formidabile fonte di trasmissione del virus: “analizzando la geografia del contagio, gli scienziati hanno riscontrato come l’epidemia nelle prime fasi si sia mossa velocemente seguendo i percorsi delle principali infrastrutture di trasporto del paese”.

“Aggiornando il modello con i dati attuali, le nostre proiezioni confermano una discesa dei contagi nelle prossime settimane se le attuali misure di restrizione saranno mantenute”. A sottolinearlo è Enrico Bertuzzo, professore di Idrologia all’università Ca’ Foscari Venezia.

Gli autori dell’approfondimento, riferiscono le istituzioni scientifiche coinvolte, “hanno una consolidata esperienza nello studio della diffusione di epidemie, in particolare del colera e di altre malattie legate all’acqua. I risultati delle loro precedenti ricerche sono serviti all’Organizzazione mondiale della sanità e a Medici senza frontiere per lo sviluppo delle strategie di intervento per limitare la diffusione di queste malattie”.



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