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Licenziamento lavoratore disabile

18 Aprile 2020
Licenziamento lavoratore disabile

La Corte di Cassazione con sentenza n. 9395 del 12/4/2017, ha stabilito che il licenziamento di un invalido civile, iscritto nelle categorie protette è legittimo solo se le assenze per malattia superano il periodo di comporto e non sono legate all’invalidità stessa.  Va considerata la sola tipologia di invalidità (patologia specifica) che al tempo qualificò il disabile come appartenente a categoria protetta determinandone l’assunzione o l’attuale stato di salute (peggiorato negli anni, con aumento della percentuale di invalidità, da ulteriori patologie)?

La sentenza citata dal lettore ha trattato la questione del superamento dei giorni di comporto a causa dell’aggravarsi della patologia del lavoratore, con riferimento all’indagine circa la riconducibilità di tali eventi alle mansioni svolte dal lavoratore, incompatibili con l’invalidità.

Sul punto, i giudici hanno ribadito che, in caso di di rapporto di lavoro con invalido assunto obbligatoriamente ai sensi della legge 12 aprile 1968, n. 482, le assenze dovute a malattie collegate con lo stato di invalidità non possono essere computate nel periodo di comporto, ai fini della conservazione del posto di lavoro, se l’invalido sia stato adibito, in violazione dell’art. 20 della legge n. 482 del 1968, a mansioni incompatibili con le sue condizioni di salute. In tal caso, infatti l’impossibilità del dipendente di svolgere la prestazione lavorativa deriva dalla violazione, da parte del datore di lavoro, dell’obbligo di tutelare l’integrità fisica del lavoratore.

Ricade in ogni caso sul lavoratore l’onere di provare la responsabilità contrattuale del datore di lavoro, dimostrandone l’inadempimento, nonché il nesso di causalità tra l’inadempimento stesso, il danno alla salute e le assenze dal lavoro che ne conseguano [1].

Difatti, nel caso di rapporto di lavoro instaurato con un prestatore invalido, assunto obbligatoriamente a norma della Legge 2 aprile 1968, n. 482, il datore di lavoro, deve adottare tutte le misure necessarie per l’adeguata tutela dell’integrità fisica e della personalità morale del lavoratore; ciò significa che egli deve far sì che le mansioni alle quali il lavoratore invalido viene adibito siano compatibili con la sua condizione [2].

Alla luce di quanto precede, si può affermare che:

  1. il lavoratore disabile assunto in qualità di appartenente alle categorie protette non può essere licenziato per superamento del periodo di comporto derivante dall’invalidità per la quale è stato assunto (patologia specifica, eventualmente peggiorata, o patologia collegata all’invalidità);
  2. non possono essere computate nel periodo di comporto le assenze dovute all’aggravarsi della patologia, se tale aggravio sia causalmente collegato alle mansioni svolte, incompatibili con lo stato di invalidità (cioè se l’aggravio è stato causato dalle mansioni incompatibili alle quali il datore di lavoro ha adibito il dipendente, violando l’obbligo di tutela della sua salute ed integrità psico-fisica);
  3. ricade sempre sul lavoratore l’onere di dimostrare l’inadempimento del datore di lavoro, per averlo adibito a mansioni che, essendo incompatibili con il suo stato di salute, hanno aggravato l’invalidità o generato nuove patologie ad essa collegate.

Articolo tratto da una consulenza dell’Avv. Maria Monteleone


note

[1] Cass. sent. n. 23/4/2004 n. 7730.

[2] Cass. sent. 4 aprile 1989, n. 4626; Cass. sent. 7 aprile 2011, n. 7946.


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