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Denuncia per molestie telefoniche

12 Aprile 2020
Denuncia per molestie telefoniche

Perseguitare una persona, magari perché è il nuovo fidanzato della propria ex, può far scattare una condanna penale.

C’è una linea di confine che potrebbe apparire particolarmente labile tra il reato di molestie telefoniche e quello – molto più grave – di «stalking». In entrambi i casi, la vittima viene presa d’assalto con insistenti telefonate. Nel reato di «molestie», però, sono sufficienti anche pochi squilli nell’arco di un tempo limitato (ad esempio, lo stesso giorno). Invece, nel reato di «stalking» è necessario che il colpevole, nel perseguitare la vittima, arrivi a generare in essa una di queste tre conseguenze: a) uno stato d’ansia e di paura, b) il timore fondato di un danno grave alla propria persona o a quella dei propri cari, c) un cambiamento delle proprie abitudini quotidiane. Insomma, nello stalking – o, secondo la definizione del codice, negli «atti persecutori» – la condotta del reo è molto più pervasiva e inquietante.

La denuncia per molestie telefoniche può, dunque, scattare più facilmente; tra l’altro, la norma che prevede tale reato – l’articolo 660 del codice penale – ha una formulazione talmente generica da comprendere condotte ormai non così infrequenti.

Chiaramente, la vera e propria differenza tra le molestie e lo stalking è in termini di punizione per il colpevole che, nel primo caso, rischia l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro mentre, nel secondo, subisce la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi.

Una recente sentenza della Cassazione ci offre più di uno spunto di riflessione [1]. Di tanto parleremo meglio nel seguente articolo.

Stalking telefonico: niente perdono

Il codice penale prevede che, per tutti i reati puniti fino a massimo 5 anni di reclusione e/o con la pena pecuniaria, il giudice procede all’archiviazione del procedimento penale se non vi sono stati danni particolarmente gravi e se il reo non è solito comportarsi in tal modo. È ciò che si chiama «archiviazione per particolare tenuità del fatto». 

Se, però, le molestie telefoniche sono durate per anni non è più possibile ottenere questo beneficio [1].

In ogni caso, anche nell’ipotesi di archiviazione per tenuità del fatto, la fedina penale del colpevole resta macchiata e questi è tenuto ugualmente a risarcire il danno alla vittima.

Di recente, la Corte ha ritenuto colpevole di stalking telefonico un uomo reo di aver ossessionato il nuovo compagno della propria ex fidanzata [2]. L’imputato si è difeso sostenendo di essere in cura da uno psicoanalista per superare la fine della relazione. Ma per il giudice ciò che conta è il turbamento inflitto nella vittima e, da ciò, ha inflitto la condanna per «atti persecutori».

Sempre per la Cassazione rientra nello stalking il tentativo di riallacciare un rapporto con continue telefonate, l’invio di messaggi e le visite a sorpresa [3].

Ed ancora, le reiterate molestie telefoniche insieme alla minaccia di divulgare foto intime integrano il reato di atti persecutori incidendo fortemente sulla libertà di autodeterminazione di una persona compromettendone durevolmente l’equilibrio psichico [4]. 

Molestia telefonica

Dicevamo in partenza che, per integrare il più “blando” reato di molestia telefonica basta molto poco. La dizione della norma è generica: stabilisce, infatti, che «chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a cinquecentosedici euro».

Ma quante telefonate bastano per integrare la molestia telefonica? Poche… molto poche. Si pensi che in un (isolato) precedente, la Corte ha ritenuto di far scattare il reato per una sola chiamata fatta alle 23 di notte con il futile pretesto di richiesta di restituzione di un indumento [5].

Un’altra sentenza ci serve per capire i confini molto elastici della norma [6]: «In tema di molestie, il comportamento delittuoso può essere episodico e realizzato anche con una sola azione (fattispecie relativa a tre telefonate moleste) purché sia particolarmente idoneo ad offendere la percezione di un individuo rispetto al sentire comune e riconosciuto, tal che la persona offesa certamente ne subisca la sgradevolezza».

L’elemento essenziale del reato è una condotta «oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita di relazione» [7].

La Cassazione ha ritenuto che le telefonate di un call center per il recupero di un credito possano rientrare nella molestia telefonica se ripetute insistentemente, più volte nella stessa giornata anche una volta al giorno; non altrettanto vale per quelle di un padre nei confronti dell’ex moglie che gli nega le visite con i figli che chiede il ripristino degli incontri.

Le molestie telefoniche scattano solo se c’è l’intenzione di arrecare disturbo. Per cui, se la presunta vittima non dà segni apparenti di essere molestata, e magari risponde al telefono o ai messaggi, il reato non si configura. Allo stesso modo, non c’è reato di molestie telefoniche se le chiamate sono partite per un semplice e involontario errore. 

Squilli telefonici ed “sms”, ripetuti nel tempo e non graditi al destinatario, costituiscono una forma di arbitraria introduzione nella sfera di libertà individuale della vittima e un non indifferente turbamento della sua serenità e della sua vita quotidiana tanto da integrare il reato di molestia [8].

Al contrario, non c’è molestia telefonica nel caso vi sia reciprocità o ritorsione delle molestie, in quanto non ricorre la condotta tipica descritta dalla norma, e cioè la sua connotazione “per petulanza o altro biasimevole motivo”, cui è subordinata l’illiceità penale del fatto (nella specie, vi era sì stato un continuo invio di messaggi telefonici molesti ma a questi il destinatario aveva risposto a tono) [9].


note

[1] Tribunale S.Maria Capua V., 02/10/2018, n.4849

[2] Cass. sent. n. 11717/20 del 9.04.2020.

[3] Cass. sent. n. 48874/2018.

[4] Trib. Chieti, sent. n. 655/2018.

[5] Cass. sent. n. 23521/2004.

[6] Cass. sent. n. 6064/2017.

[7] Cass. sent. n. 8198/2006. 

[8] Cass. sent. n. 45315/2019.

[9] Cass. sent. n. 7067/2018.


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