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Come tutelare la vittima di stalking e cyberstalking

12 Aprile 2020
Come tutelare la vittima di stalking e cyberstalking

Ammonimento e denuncia penale: gli strumenti che si possono utilizzare, sia in sede amministrativa che penale, da parte delle vittime di stalking e cyberstalking.

Stalking e cyberstalking (ossia lo stalking attuato meditante la tastiera del computer, sui social, tramite email e altri contatti internet) sono diventati delle vere e proprie piaghe sociali. Gli strumenti che la vittima ha per proteggersi non sono solo di carattere penale: è consentito, infatti, rivolgersi al questore per ottenere un ammonimento nei confronti del colpevole, una sorta di gradino intermedio prima della vera e propria denuncia.

Una recente sentenza del Tar Puglia [1] illustra chiaramente come tutelare la vittima di stalking e cyberstalking. Ne parleremo più diffusamente in questo articolo.

Quando scattano stalking e cyberstalking?

A norma dell’articolo 612-bis del Codice penale, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da procurare uno qualsiasi di questi tre eventi: 

  • un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
  • un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva;
  • una alterazione delle abitudini di vita della vittima.

Quindi, gli elementi del reato sono costituiti: 

  • da un lato, da una condotta del reo descritta in modo molto generico e, quindi, suscettibile di ricomprendere numerose ipotesi (ossia le condotte reiterate compiute con minaccia o molestia);
  • dall’altro, dalle conseguenze che tale condotta genera sulla vittima (ossia il timore, l’ansia, la cura, il timore per l’incolumità o un cambiamento delle proprie abitudini quotidiane).

Il cyberstalking è uno stalking che si attua attraverso strumenti telematici ossia tramite internet: email, chat, video, contatti sui social, post sui forum, ecc. 

Per chiunque infastidisca o minacci una persona anche attraverso il web è prevista la condanna al carcere fino a 4 anni.

Quali tutele contro lo stalking e il cyberstalking?

Esistono tre diversi gradi di tutela dallo stalking o dal cyberstalking. L’utilizzo dell’uno o dell’altro dipende dal grado di pericolosità del reo. Si va, infatti, da una difesa blanda a una molto più incisiva. Ecco, dunque, come si può agire contro il colpevole.

La diffida dell’avvocato

Il primo approccio che è consigliabile contro un “maniaco” è quello di farlo contattare immediatamente – sia per iscritto che per telefono – da un avvocato che gli manifesti chiaramente i rischi della sua condotta e lo ammonisca circa le conseguenze legali che possono derivare da un’eventuale reiterazione delle condotte moleste.

L’avvocato dovrà, quindi, inviare una raccomandata a.r. al colpevole tentando, laddove possibile, di stabilire un contatto verbale con lui o con il suo difensore. 

Sicuramente, la diffida è l’approccio più soft che, spesso, nel caso di soggetti socialmente pericolosi, non sortisce purtroppo alcun effetto. 

L’ammonimento del questore

Consapevoli che tanto lo stalking quanto il cyberstalking costituiscono reati, per cui la soluzione “naturale” contro tali condotte resta sempre la denuncia alle autorità (di cui parleremo a breve), la legge ha, però, previsto un gradino intermedio costituito dal cosiddetto ammonimento del questore.

Si tratta di «una misura di prevenzione con finalità dissuasive, finalizzata a scoraggiare ogni forma di persecuzione; la giurisprudenza ha in più occasioni precisato che il provvedimento di ammonimento assolve ad una funzione tipicamente cautelare e preventiva, in quanto preordinato a impedire che gli atti persecutori non siano più ripetuti e cagionino esiti irreparabili» [2].

La vittima può rivolgersi al questore prima di presentare la querela. Il Questore, a sua volta, convoca il reo e lo ammonisce prospettandogli le ricadute delle propria condotta. L’eventuale inosservanza dell’ammonimento del Questore, infatti, da un lato costituisce un’aggravante del reato di stalking (implica cioè un aumento della pena) e, dall’altro, consente alle autorità di procedere contro il reo autonomamente, ossia a prescindere dalla querela della parte offesa (è ciò che tecnicamente si chiama «procedibilità d’ufficio»).

Il procedimento dinanzi al questore ha carattere amministrativo, pertanto non richiede la prova del reato, «bensì (è) sufficiente che si sia fatto riferimento ad elementi dai quali sia possibile desumere, con un sufficiente grado di attendibilità, un comportamento persecutorio che ha ingenerato nella vittima un “perdurante” e “grave” stato di ansia e di paura, senza che se ne renda necessaria la certificazione da parte di un medico». 

Per raggiungere i fini della prevenzione del reato, è necessaria la tempestività dell’azione del questore «per evitare che vi siano ulteriori condotte lesive, aventi anche rilevanza penale».

Vediamo ora, più nel dettaglio, quali sono i poteri del questore. 

Il questore valuta innanzitutto la fondatezza dell’istanza, al fine di conseguire una ragionevole certezza sulla plausibilità e sulla verosimiglianza delle vicende ivi esposte: insomma, analizza tutta la situazione alla luce dei racconti fatti dalla vittima (le condotte reiterate, la minaccia o la molestia; la derivazione da esse di un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o di un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da relazione affettiva, o infine l’alterazione effettiva delle abitudini di vita della vittima).

La querela e il procedimento penale

La vittima potrebbe agire direttamente in via penale contro il colpevole, scelta che si dimostra opportuna tutte le volte in cui si ha a che fare con un soggetto pericoloso dinanzi al quale la stessa vita potrebbe essere a rischio.  

La querela – che diventa denuncia nell’ipotesi in cui, in precedenza, si è chiesto l’intervento del questore – può essere presentata ai carabinieri, alla polizia o direttamente alla Procura della Repubblica.

Ne deriva, innanzitutto, una prima fase investigativa rivolta alla ricerca delle prove – sicuramente più approfondita e severa di quella dell’ammonimento del questore – che può durare al massimo sei mesi. 

Dopodiché, inizierà il vero e proprio procedimento penale che si concluderà con la condanna del colpevole. Alla vittima è consentito, nel corso del processo, di costituirsi a mezzo di un avvocato per chiedere il risarcimento del danno (è la cosiddetta «costituzione di parte civile»).


note

[1] TAR Puglia, sez. II, sent. n. 439/20 del 23.03.2020.

[2] Cons. St. sent. n. 2599/15.

Autore immagine: it.depositphotos.com

TAR Puglia, sez. II, sentenza 8 ottobre 2019 – 23 marzo 2020, n. 439

Presidente Adamo – Estensore Testini

Fatto e diritto

1. In esecuzione dell’ordinanza del Questore di Bari del -omissis-, in data 18 febbraio 2016, il ricorrente è stato ammonito, ai sensi dell’articolo 8 del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11, “… a tenere un comportamento conforme alla Legge, desistendo da ogni atteggiamento persecutorio e vessatorio di qualsiasi genere, espresso anche sotto forma di mera molestia e capace di cagionare a -omissis-un consequenziale e grave disagio psico-fisico, avendo ragionevolmente indotto già la medesima in un protratto stato di ansia e di paura nel tempo, con annesso mutamento delle relative abitudine di vita”.

1.1 Il 17 gennaio 2016, la signora-Omissis–omissis-aveva presentato istanza di ammonimento esponendo quanto segue.

I contatti con il ricorrente erano iniziati nel maggio 2015, allorquando, verso l’orario di chiusura serale, egli si era presentato, come cliente, presso il centro di abbronzatura sito a Bari, in via -omissis-, ove lavora la signora -omissis-.

Il ricorrente aveva poi cominciato a presentarsi presso il luogo di lavoro della signora-omissis-con una media di due o tre volte alla settimana, riferendole della composizione di poesie a lei dedicate.

La contattava frequentemente su Facebook, ove pubblicava foto della donna senza il suo consenso, insistendo anche allorquando la stessa gli chiedeva di cessare con tale condotta e, anzi, pubblicando sul noto social anche espressioni offensive.

Il ricorrente aveva iniziato anche a inviare richieste di amicizia su Facebook agli amici della signora-omissis-e a frequentare, dal mese di ottobre, gli stessi locali abitualmente frequentati dalla stessa che, pertanto, aveva smesso di andarci.

Contestualmente pubblicava foto del cane della donna, indicava il quartiere nel quale la stessa passeggiava; la invitava a sporgere querela nei suoi confronti.

Il 24 dicembre 2014 si era presentato, come anticipato con un messaggio publicato su Facebook, presso la sede di lavoro della donna, portando con sé dei regali.

In quell’occasione la signora-omissis-si era nascosta e una sua collega aveva risposto al ricorrente di non sapere dove la stessa si trovasse.

Il successivo 4 gennaio 2015, era riuscito a incontrare la donna, recandosi sul suo posto di lavoro verso le 20:30, occasione in cui la medesima lo aveva invitato ad andar via, avvisandolo che avrebbe chiamato le forze dell’ordine.

Dopo tale episodio, la signora-omissis-si avvedeva della creazione di due profili Facebook a suo nome, con immagini non autorizzate e conversazioni di fantasia col signor-OMISSIS-.

Il 17 gennaio 2015, le comunità di aver creato un altro profilo della donna su Facebook.

La signora-omissis-allegava all’istanza 28 allegati.

1.2 Con nota del 3 febbraio 2016, la Questura ha comunicato al ricorrente l’avvio del procedimento, il quale ha presentato le proprie osservazioni il 9 febbraio 2016.

La Questura ha istruito la pratica escutendo 3 testi, riscontrando la creazione dei 3 profili falsi su Facebook della signora-OMISSIS-e confrontando tutte le risultanze con le osservazioni presentate dall’interessato.

1.3 Con ordinanza del -omissis-, il Questore, dando atto di tutta l’attività istruttoria svolta, ha motivatamente “ritenuto che i fatti emersi conducano ad un’affermazione di congruità e verosimiglianza delle tesi avanzate dall’esponente-OMISSIS–OMISSIS-, nei confronti dell’attività persecutoria posta in essere, a più riprese, da-OMISSIS- -OMISSIS-ed inquadrabile nella fattispecie di “Atti persecutori”, di cui all’art. 612 bis c.p.”; disponendo di procedere all’ammonimento del medesimo.

2. Avverso il predetto atto insorge parte ricorrente, deducendone l’illegittimità per i seguenti motivi.

Eccesso di potere per travisamento dei fatto e difetto di istruttoria.

Eccesso di potere per difetto di adeguata motivazione.

Violazione e falsa applicazione degli art. 7 – 8 del D.L. n. 11/2019.

Il ricorrente, in buona sostanza, assume che sia intercorso con la signora-OMISSIS-un mero fraintendimento e che, anzi, sia stato lui vittima di denigrazione nonché di minacce e di pedinamenti da parte degli amici di lei.

Si sono costituite in giudizio le Amministrazioni intimate, eccependo l’infondatezza del gravame e invocandone la reiezione.

Previo deposito di un’ulteriore memoria da parte del ricorrente, la causa viene ritenuta per la decisione alla pubblica udienza del giorno 8 ottobre 2019.

2. Il ricorso non è suscettibile di favorevole apprezzamento.

2.1 Giova preliminarmente rammentare il pertinente quadro normativo di riferimento.

Il decreto legge n. 11 del 2009, convertito dalla legge n. 38/2009, ha inserito nel codice penale l’art. 612-bis, rubricato “Atti persecutori”, che punisce con pena detentiva la condotta di chi “con condotte reiterate minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Si tratta di un delitto punibile a querela della persona offesa, salvo i casi previsti dalla legge.

In relazione a tale fattispecie di reato lo stesso decreto legge n. 11/2009 ha poi previsto il potere di ammonimento del Questore.

In particolare l’art. 8 del decreto legge n. 11/2009 dispone come segue: “1. Fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’articolo 612-bis del codice penale, introdotto dall’articolo 7, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore. 2. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. Copia del processo verbale è rilasciata al richiedente l’ammonimento e al soggetto ammonito. Il questore adotta i provvedimenti in materia di armi e munizioni. 3. La pena per il delitto di cui all’articolo 612-bis del codice penale è aumentata se il fatto è commesso da soggetto già ammonito ai sensi del presente articolo. 4. Si procede d’ufficio per il delitto previsto dall’articolo 612-bis del codice penale quando il fatto è commesso da soggetto ammonito ai sensi del presente articolo”.

Dal confronto tra i due articoli emerge che l’istituto dell’ammonimento è una misura di prevenzione con finalità dissuasive, finalizzata a scoraggiare ogni forma di persecuzione; la giurisprudenza ha in più occasioni precisato che il provvedimento di ammonimento assolve ad una funzione tipicamente cautelare e preventiva, in quanto preordinato a impedire che gli atti persecutori siano più ripetuti e cagionino esiti irreparabili (ex multis, Consiglio di Stato, Sez. III, 25 maggio 2015, n. 2599).

Inoltre – proprio in ragione del fatto che il procedimento amministrativo di cui all’art. 8 del decreto legge n. 11/2009 si muove su un diverso piano (cautelare e preventivo) da quello del procedimento penale per il reato di cui all’art. 612-bis c.p. – il provvedimento conclusivo (decreto di ammonimento) presuppone non l’acquisizione di prove tali da poter resistere in un giudizio penale avente ad oggetto un’imputazione per il reato di stalking, bensì la sussistenza di elementi dai quali sia possibile desumere un comportamento persecutorio o gravemente minaccioso che, nel contesto di relazioni intersoggettive, possa degenerare e preludere a condotte costituenti reato. Pertanto, ai fini dell’ammonimento, non occorre che si sia raggiunta la prova della commissione del reato, bensì è sufficiente il riferimento ad elementi dai quali sia possibile desumere, con un sufficiente grado di attendibilità, un comportamento persecutorio che ha ingenerato nella vittima un perdurante e grave stato di ansia e di paura.

2.2 L’articolato normativo evidenzia l’intento del legislatore di approntare un sistema integrato di misure per prevenire o interrompere sul nascere, prima ancora che punire, condotte che per la loro semplice attitudine o idoneità astratta possono creare il pericolo di verificazione di eventi molesti o lesivi della libertà di autodeterminazione di soggetti in posizione, se non altro psicologica, di minorata difesa.

Laddove pertanto questi ultimi, anche allo scopo di evitare lo strepitus fori, richiedano interventi cautelari che prescindono dalla scelta di querelare il presunto aggressore, “la tempestività degli stessi diviene corollario imprescindibile della loro auspicata efficacia. Ciò non allo scopo di anticipare in qualche modo la soglia di punibilità delle condotte astrattamente ascrivibili alla nuova fattispecie di stalking, ma al contrario per evitare che vi siano ulteriori condotte lesive, aventi anche rilevanza penale, potenziando con strumenti ad hoc quel potere di comporre bonariamente i dissidi privati riconosciuto all’autorità di pubblica sicurezza sin dal R.D. 18 giugno 1931, n. 773 (T.U.L.P.S.), a tutela della tranquillità e della sicurezza dei cittadini” (cfr. Consiglio di Stato , sez. III, 6 settembre 2018, n. 5259).

La giurisprudenza amministrativa ha altresì chiarito che la diversità delle conseguenze dell’ammonimento amministrativo e del procedimento penale giustifica anche la differente intensità dell’attività investigativa richiesta nelle due ipotesi, “non essendo affatto necessario per addivenire al primo che si sia raggiunta la prova del reato, bensì sufficiente che si sia fatto riferimento ad elementi dai quali sia possibile desumere, con un sufficiente grado di attendibilità, un comportamento persecutorio che ha ingenerato nella vittima un ‘perdurante’ e ‘grave’ stato di ansia e di paura, senza che se ne renda necessaria la certificazione da parte di un medico […] È cioè essenziale che l’ammonimento raggiunga nella sua configurazione ex ante quella funzione tipicamente cautelare e preventiva tesa ad evitare che gli atti persecutori posti in essere contro la persona non siano più ripetuti e non cagionino esiti irreparabili, a prescindere dalla loro successiva sottoposizione al vaglio del giudice penale e perfino dalla ritenuta successiva irrilevanza degli stessi sotto il profilo di tale tipo di responsabilità” (Consiglio di Stato, sentenza n. 5259 del 2018, cit.).

All’ammonimento deve quindi applicarsi quella “logica dimostrativa a base indiziaria e di tipo probabilistico che informa l’intero diritto amministrativo della prevenzione” (Consiglio di Stato, sez. III, 15 febbraio 2019, n. 1085).

2.3 Se è vero che i provvedimenti di ammonimento sono espressione di un potere valutativo ampiamente discrezionale del quadro indiziario – e che, conseguentemente, non è necessario che sia raggiunta la prova di un reato; dimostrandosi sufficiente l’emersione di un comportamento persecutorio obiettivamente in grado di ingenerare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia e di paura – nondimeno rileva, nel quadro delle coordinate di legittimità che assistono l’esercizio de potere de quo, la correttezza dell’apprezzamento condotto dalla procedente autorità in ordine alle circostanze di fatto (alla medesima rappresentate) aventi efficienza causale ai fini dell’adozione della determinazione monitoria di che trattasi.

In tal senso, è rimesso al questore il discrezionale apprezzamento in ordine alla fondatezza dell’istanza, al fine di conseguire una ragionevole certezza sulla plausibilità e sulla verosimiglianza delle vicende ivi esposte, verificando la sussistenza dei presupposti costitutivi dell’esercizio del potere di ammonimento, tanto in relazione alla esecuzione di condotte reiterate, di minaccia o di molestia, quanto in relazione alla derivazione da esse di un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero di un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero all’alterazione effettiva delle abitudini di vita della vittima: e ciò in coerenza con il bene giuridico tutelato dalla norma penale di riferimento, individuabile nella libertà morale, compromessa dallo stato di ansia e timore che impedisce alla vittima di autodeterminarsi senza condizionamenti (cfr. T.A.R. Lombardia, Sez. I, 30 luglio 2019, n. 1781 e Sez. III, 28 giugno 2010, n. 2639).

2.4 Quanto alla fattispecie all’esame, l’esercizio del potere – sostanziatosi nell’adozione dell’impugnato ammonimento, reso nei confronti dell’odierno ricorrente – non rivela la presenza di profili inficianti, suscettibili di condurre all’accoglimento del mezzo di tutela all’esame.

L’istruttoria condotta dall’Amministrazione, infatti, disvela una sufficiente correlazione logica fra l’oggettiva gravità dei comportamenti posti in essere dal ricorrente – quantunque apprezzata non in una logica probatorio-dimostrativa, propria del giudizio penale, ma in un quadro di apprezzabilmente dimostrata concludenza al fine della potenzialità lesiva in essi insita – e l’idoneità degli stessi ad ingenerare nel soggetto passivo quello stato di “ansia e/o timore per la propria incolumità” che costituisce essenziale, quanto indefettibile, presupposto per l’adozione della misura monitoria.

In particolare, la Questura ha verificato la plausibilità e verosimiglianza delle vicende esposte dalla signora-OMISSIS-escutendo ben tre testi e riscontrando l’effettiva creazione di tre profili Facebook fasulli. Ma, soprattutto, ha rinvenuto la conferma di quanto esposto dalla vittima proprio nelle allegazioni procedimentali del ricorrente.

A ciò aggiungasi che la Questura ha sentito la stessa signora-OMISSIS-per ottenere chiarimento circa le ulteriori circostanze di fatto rappresentate in sede istruttoria dal ricorrente.

Accertata la veridicità delle circostanze di fatto indicate al punto 1. e dettagliatamente elencate dall’ordinanza gravata, non appare affatto irragionevole quanto ritenuto plausibile dalla Questura ovvero che

– le reiterate presentazioni presso il luogo di lavoro della signora -OMISSIS-, l’incalzante corteggiamento con poesie, messaggi e regali, nonostante l’espressa non corrispondenza da parte di quest’ultima e, anzi, l’invito a cessare ogni tipo di rapporto;

– la violazione della privacy della stessa mediante la pubblicazione di foto e la creazione di falsi profili Facebook;

– la minaccia pubblicata sul social network di controdenunciarla in caso di richiesta di aiuto alle autorità competenti e di rendere pubblica la vicenda;

siano state la causa del mutamento radicale delle abitudini di vita della donna accertato dall’Ufficio Stalking.

3. Il ricorso, in definitiva, è infondato e va respinto.

4. Il Collegio respinge definitivamente l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato per manifesta infondatezza del ricorso.

5. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia, Sezione II, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di giudizio in favore delle amministrazioni resistenti, che liquida nella misura di complessivi euro 2.000,00 (duemila/00), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’articolo 52, commi 1 e 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (e degli articoli 5 e 6 del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016), a tutela dei diritti o della dignità delle parti interessate, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità dei soggetti nominati.

 


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