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Social network: ultime sentenze

17 Maggio 2020
Social network: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: commenti e post sui social network; diffamazione aggravata; collaborazione di Facebook e LinkedIn con l’autorità giudiziaria italiana; tutela dell’immagine e riservatezza dei minori.

Post diffamatori sui social

Si configura il reato di diffamazione a mezzo di strumenti telematici se i commenti diffamatori, pubblicati tramite post sul social network Facebook, possono, pur in assenza dell’indicazione di nomi, riferirsi oggettivamente ad una specifica persona, anche se tali commenti siano di fatto indirizzati verso i suoi familiari.

Cassazione penale sez. V, 19/10/2017, n.101

Reati commessi via Facebook

In tema di reati commessi attraverso facebook è necessario verificare che i profili Facebook siano effettivamente riconducibili all’imputato. (Nel caso di specie, le frasi pronunciate su social network integranti il reato erano state ricondotte  all’imputato senza alcuna indagine sul profilo).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 12/02/2020, n.39

Diffamazione via social network

In tema di diffamazione attraverso i social network Facebook e Linkedin è notorio che Facebook non fornisca indicazioni all’autorità giudiziaria italiana in relazione all’utente che si cela dietro un nickname mentre per LinkedIn è possibile acquisire elementi utili all’indagine.(Nel caso di specie il gip restituiva gli atti al PM per l’integrazione investigativa a seguito di opposizione alla richiesta di archiviazione).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 05/12/2019

Reato di stalking nell’era del Social network

Le continue molestie operate nei confronti della vittima, anche mediante messaggi e post diffusi sui social network, nonché il numero infinito di espressioni aspramente offensive e minacciose integrano il reato di cui all’art. 612-bis c.p. Integra il reato di atti persecutori (art. 612-bis c.p.) il soggetto che per diversi anni tormenta con molestie, minacce e offese la vittima, anche tramite social network, attaccandola con post pubblici offensivi e minacciosi, ingenerando nella stessa un perdurante stato di ansia e di paura, portandola a temere per la propria incolumità e a modificare le proprie abitudini di vita.

Cassazione penale sez. V, 17/09/2019, n.45141

Pubblicazione di foto con contenuto pornografico

Integra il reato di diffamazione la condotta di pubblicazione in un sito internet (nella specie, nel social network facebook) di immagini fotografiche che ritraggono una persona in atteggiamenti pornografici, in un contesto e per destinatari diversi da quelli in relazione ai quali sia stato precedentemente prestato il consenso alla pubblicazione.

Cassazione penale sez. III, 19/03/2019, n.19659

Configurabilità di accesso abusivo al sistema informatico

In tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico ex art. 615-ter cod. pen., non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza di condanna dell’imputato che, dopo aver acceduto al profilo “facebook” della ex moglie avvalendosi delle credenziali a lui note, aveva preso conoscenza delle conversazioni riservate della donna e aveva poi cambiato la “password” al fine di impedirle di accedere al “social network”).

Cassazione penale sez. V, 02/10/2018, n.2905

La pubblicazione della frase offensiva su Instagram

Ai fini della concreta quantificazione del danno deve considerarsi l’ipotesi in cui la frase offensiva sia stata pubblicata su Instagram, ossia su un social network di larga diffusione. Si tratta di un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595 comma 3 c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone.

Tribunale Milano sez. I, 21/08/2018, n.8738

Pubblicazione sui social network di immagini manipolate

Integra una violazione dell’articolo 8 della Cedu, che tutela il diritto al rispetto della vita privata, incluso quello alla reputazione, la pubblicazione di un’immagine manipolata sul social network Istagram. Ad affermarlo è la Corte europea dei diritti dell’Uomo, per la quale la tutela della reputazione va assicurata anche a chi subisce accuse diffamatorie su Istagram, attraverso la manipolazione di un’immagine. A rivolgersi ai giudici internazionali era un blogger e scrittore islandese che era stato accusato di stupro.

L’uomo era stato prosciolto, ma su Istagram era stata poi diffusa una sua immagine, frutto di una manipolazione della copertina di un giornale, accompagnata da una frase offensiva che lo definiva “stupratore”. Per i giudici di Strasburgo, c’è stata violazione in quanto i giudici nazionali non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco: da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, la tutela della reputazione privata.

Corte europea diritti dell’uomo sez. II, 07/11/2017, n.24703

Diffamazione: l’ipotesi aggravata dal mezzo pubblicità

L’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595, comma 3, c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone. In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47 del 1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13.

Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482

Obbligo a non diffondere immagini di figli minori sui social network

A tutela del minore, e al fine di evitare il diffondersi di informazioni che lo riguardano anche nel nuovo contesto sociale da questi frequentato, deve disporsi l’immediata cessazione della diffusione da parte della madre, nei social network di immagini, notizie e dettagli relativi ai dati personali e alla vicenda giudiziaria inerenti al figlio. Inoltre, per evitare che contenuti analoghi siano diffusi da terzi, il tutore deve essere autorizzato: a diffidare soggetti terzi dal diffondere tali informazioni; a richiedere la rimozione di tali contenuti; a richiedere, ai gestori dei motori di ricerca, la deindicizzazione di informazioni relative al minore.

Infine, per assicurare l’osservanza degli obblighi di fare a carico dei genitori, viene prevista l’astreinte di cui all’art. 614-bis c.p.c. disponendo che, in caso di mancata ottemperanza della madre all’obbligo di interrompere la diffusione di immagini, video, informazioni relative al figlio nei social network, ovvero di mancata ottemperanza all’obbligo di rimuovere tali dati, la stessa dovrà corrispondere l’importo indicato in dispositivo per la violazione posta in essere.

Tribunale Roma sez. I, 23/12/2017

Diffamazione: un post su Facebook equivale ad un articolo di giornale?

A carico di un soggetto che pubblica un “post” su un social network (nella fattispecie Facebook) non si possono porre oneri informativi analoghi a quelli gravanti su di un giornalista professionista, tenuto conto della profonda differenza fra le due figure per ruolo, funzione, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e relativo contesto.

Cassazione penale sez. V, 19/11/2018, n.3148

Social network: commenti offensivi in risposta ad un fatto ingiusto altrui

Non è punibile ai sensi dell’art. 595 co. 3, c.p. chi pubblica sui social network commenti offensivi ad un video riguardante un comportamento che costituisce palesemente fatto ingiusto, in quanto tali condotte sono giustificate dal disposto dell’art. 599 c.p., applicandosi dunque l’esimente della provocazione.

(Nel caso di specie, la procura chiede l’archiviazione del procedimento relativo ad una nota influencer che presenta denuncia a seguito di diffamazioni ricevute su Instagram in risposta ad un video di un in cui la stessa invocava l’intervento nazista in occasione di un gay pride).

Procura della Repubblica Milano, 18/10/2019


19 Commenti

  1. Quante fake news circolano sui social network e quanta gente ci abbocca e poi inoltra link farlocchi tramite whatsapp ad amici e parenti allarmandosi e allarmando gli altri.

  2. Molta gente trascorre ore ed ore sui social. Bisognerebbe sfruttare il tempo per fare qualcosa di più interessante piuttosto che perderlo nel farsi i fatti altrui. Che poi sui social la gente posta solo quel che vuole farti sapere e ostentare quello che ha oppure quello che effettivaemente non ha. Non sempre tutto ciò che si pubblica è reale… Aprite gli occhi

  3. Quante volte ho visto al ristorante coppie che invece di parlare fra loro stavano incollati al cellulare. Ma sono impazziti? A fare che? a stare su instagram e guardare le storie e i posti dell’altra gente e a non filare di striscio la persona con cui sono usciti… questa fissazione dei social deve finire

  4. Odio la gente che sta perennemente sui social e non socializza. Eppure i social dovrebbero servire per avvicinare le persone, invece finiscono per allontanare chi ci sta accanto.

  5. I social permettono a chiunque di poter esprimere la propria opinione e di poterla condividere col mondo intero, e questo è un bene; il rovescio della medaglia, però, sta nel fatto che questa eccessiva libertà ha dato coraggio ai leoni da tastiera che utilizzano il profilo virtuale per sparare cattiverie contro chiunque… Se mi hanno diffamato sui social cosa posso fare? Quando la diffamazione sui social è reato?

    1. Chi offende la reputazione, la dignità o l’onore di un’altra persona utilizzando i social network (come facebook, per intenderci) non solo si macchia del reato di diffamazione, ma addirittura di diffamazione aggravata; questo accade perché chiunque può leggere l’offesa scritta sul portale. Insultare una persona su un social network equivale a oltraggiarla pubblicamente, come se si utilizzasse la stampa oppure si trovasse in una piazza affollata.Proprio la dimensione di internet fa sì che il reato sul web sia considerato più grave di quello realizzato in una realtà materiale: più precisamente, l’utilizzo di internet integra l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’uso di un mezzo di pubblicità, stante la particolare capacità divulgativa del mezzo telematico. Ciò ha riflessi anche sulla competenza del giudice: giudicare della diffamazione aggravata spetta al tribunale in composizione monocratica, mentre la diffamazione semplice è di competenza del giudice di pace.

    2. Appurato che la diffamazione sui social network è un’ipotesi di diffamazione aggravata, resta da capire davanti a quale giudice l’imputato si troverà a difendersi. In particolare, due sono le ipotesi che si fronteggiano:
      giudice territorialmente competente è quello del luogo ove è avvenuto il reato: in questa circostanza, il processo si celebrerebbe nel posto ove si trovava il reo al momento del fatto, cioè quando ha digitato l’offesa;
      giudice territorialmente competente è quello del luogo ove si trovava la vittima nel momento in cui ha avuto percezione dell’offesa, cioè quando ha letto gli insulti a lui pubblicamente diretti.
      La giurisprudenza oscilla tra i due orientamenti appena richiamati. A rigore, la tesi da accogliere sarebbe la seconda, in quanto il reato di diffamazione si intende consumato (cioè, perfezionato), solamente nel momento in cui la vittima ne ha percezione. In realtà, però, poiché è difficile capire quando concretamente si realizza la lesione all’onore, la Corte di Cassazione preferisce adottare il criterio più sicuro del luogo ove il contenuto offensivo è stato caricato: prevale quindi in giurisprudenza la tesi che individua il giudice competente del reato di diffamazione sui social network in quello del luogo in cui la condotta lesiva si è realizzata, che è il posto dove si trovava il colpevole al momento del fatto.

    3. A differenza della dell’ingiuria, la diffamazione è ancora reato e, anzi, se commessa su Facebook è aggravata dall’uso del mezzo di pubblicità. In questo caso, la parte offesa non è presente alla discussione, per cui la frase viene proferita in sua assenza: è il caso di un post sul proprio profilo in cui si avvisano gli amici di stare in guardia da un determinato soggetto perché imbroglione o in cui si parla male del proprio datore di lavoro. Trattandosi di reato, la difesa in questo caso consiste nella querela presentata alle autorità (carabinieri, polizia postale o deposito di querela alla Procura della Repubblica). Dopo le indagini, qualora dovesse essere disposto il rinvio a giudizio del colpevole, la vittima potrà costituirsi parte civile nel processo penale e chiedere il risarcimento. In alternativa, potrebbe promuovere una causa civile per il solo risarcimento. Le due cose insieme non sono possibili.

  6. Si possono usare le immagini scaricate dai social network oppure queste sono coperte dal copyright? In altri termini, il fatto che l’autore di una foto l’abbia condivisa su Facebook, Twitter o Instagram significa che l’opera è diventata di pubblico dominio?

    1. Quando accetti di far parte di un social network ne accetti tutte le condizioni, condizioni che ovviamente approvi con la spunta del mouse quando completi l’iscrizione. Tra queste condizioni, vi è l’obbligo di accettare la possibilità che terzi utenti possano condividere i tuoi post o le tue immagini, anche quando queste sono il frutto della tua creatività e ingegno. Ma attenzione: il fatto di condividere un’immagine su un social network è una semplice operazione informatica, il risultato di un algoritmo matematico che consente solo una più ampia visualizzazione dell’opera; ciò nonostante, quest’ultima continua a restare di proprietà esclusiva del suo autore. In altri termini, le condizioni generali di contratto di Facebook, Instagram o di qualsiasi altro social non possono derogare alle norme sul diritto d’autore le quali accordano al titolare dell’opera ogni diritto di riproduzione e sfruttamento economico.Quindi va bene condividere, utilizzando l’apposita icona del social network, ma non va bene scaricare e utilizzare in proprio le immagini di altri. C’è tuttavia un aspetto molto importante da tenere in considerazione: non tutte le immagini possono essere protette dal diritto d’autore, ma solo quelle che hanno un valore creativo, che esprimono cioè una personalizzazione dell’autore preponderante rispetto al semplice scatto. Fotografare una strada o un palazzo non è certo un’attività creativa, a meno che non vengano applicati particolari filtri, utilizzata una tecnica di post produzione o scelta un’angolatura d’eccezione. Insomma, c’è scatto e scatto e solo quello che risulta essere il frutto di un’attività intellettuale – un’opera dell’ingegno – può essere protetto.Utilizzare la foto di un fotografo, realizzata per una galleria d’arte o per un proprio book, è certo illecito; utilizzare lo scatto di uno smartphone al panorama della città vista dall’alto o a una buca stradale difficilmente può essere vietato.

  7. Salve, vorrei sapere che valore ha una fotografia postata su un social network. l’immagine può sempre essere contestata in modo da rendere la prova inutilizzabile in un processo?

    1. Laddove la foto dovesse essere contestata, si potrebbe sempre chiamare a testimoniare il suo autore che, con i propri occhi, ha visto la scena poi immortalata nella camera digitale. La questione si è posta più volte per i detective privati, incaricati di riprendere eventuali tradimenti di coniugi. Il loro reportage non può certo avere valore di prova, ma loro stessi sono stati chiamati a rispondere alle domande del giudice, come testimoni, e pertanto gli stessi fatti sono rientrati nel processo dalla finestra.

    1. Il furto d’identità consiste nella costituzione di un account Facebook falso, corrispondente agli estremi di un altro soggetto, ma da quest’ultimo mai autorizzato. Il criminale, in questo modo, fa credere agli altri utenti che quanto da lui scritto o realizzato sul social network sia invece riconducibile al titolare del profilo clonato. A volte, il furto riguarda solo la fotografia del profilo, cui però viene associato un nome diverso da quello reale. Altre volte, invece, la clonazione è totale e si estende anche agli estremi anagrafici. Chi commette il furto d’identità lo fa spesso per molestare o danneggiare la vittima; in altri e più innocui casi, invece, si rubano le immagini di belle ragazze solo per chiedere l’amicizia a una cerchia sconosciuta di “amici virtuali” e poi postare, sulle loro timeline, contenuti di natura pubblicitaria.
      Difesa dal furto d’identità
      Il furto d’identità si può combattere in due modi:
      il più, più immediato, mediante segnalazione allo stesso Facebook: si entra sul profilo dell’utente, si clicca sul bottone con tre punti sospensivi (“…”) dopo quello “messaggio”, posto sulla foto di copertina e si clicca su “Segnala”;
      il secondo richiede una denuncia alla polizia postale, presso cui l’interessato dovrà recarsi, fornendo il nome del profilo clonato; la polizia invierà la denuncia alla Procura della Repubblica e quest’ultima, poi delegherà il magistrato per le indagini. Non sempre è possibile risalire all’autore del reato se questo ha utilizzato una connessione libera.

  8. Le molestie su Facebook sono purtroppo all’ordine del giorno. Molti hanno comportamenti assillanti (messaggini petulanti di un ammiratore non corrisposto)… Ho ripetuto più volte di lasciarmi stare e visto che insisteva poi l’ho bloccato su tutti i social. Ma certa gente si rende conto di cosa significa BASTA? Insomma, una ragazza non vuole essere scostumata o tirarsela, ma poi certa gente le risposte a tono se le chiama!!!

    1. Difesa da molestie e stalking: trattandosi di reati, l’unica difesa è quella della querela, sebbene Facebook abbia predisposto un sistema di segnalazione (a cui, però, non conviene affidarsi nei casi più gravi). Per lo stalking ci si può rivolgere al Questore perché disponga l’ammonimento nei confronti del reo.

  9. Molti genitori orgogliosi pubblicano la foto del proprio bambino mentre gioca con i coetanei all’asilo o al parco, senza ottenere l’autorizzazione scritta dei relativi genitori. Questo comportamento è estremamente grave. Come viene punito dalla legge?

    1. Il genitore che veda la foto del proprio figlio minore pubblicata da altri o anche dai gestori dell’asilo può:
      agire in via penale, con una querela che può essere presentata anche davanti alla polizia postale;
      segnalare l’abuso a Facebook;
      agire con una causa civile di risarcimento del danno.

  10. Ma quanta gente non ha contatti sociali e trascorre la sua vita nel mondo virtuale?! Ora, dobbiamo ringraziare i social se siamo “sopravvissuti” durante questa quarantena causata dal Covid-19, perché ci hanno permesso di restare in contatto e videochiamarci… però un conto è stare sui social in queste condizioni di emergenza, altra cosa è trascorrere ogni attimo incollati allo smartphone…

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