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Compensazione debiti durante l’esecuzione forzata

18 Aprile 2020
Compensazione debiti durante l’esecuzione forzata

Un danno per responsabilità professionale medica determinò la condanna della Casa di Cura al risarcimento.  Dopo Cassazione e riesame in Corte di Appello, con sentenza passata in giudicato, si giunse anche alla condanna in solido del medico contro il quale la Casa di Cura ha esercitato azioni esecutive con esito a pagamenti parziali ancora in corso.

Tra le varie azioni la Casa di Cura ha esercitato anche un’azione revocatoria per due immobili del medico che risultavano trasferiti. Detta domanda di revocatoria è stata respinta dal Tribunale con condanna al pagamento delle spese di lite a favore del medico.

Il medico ne ha fatto richiesta tramite lettera, ma da parte della Casa di Cura gli è stato opposto che il credito da lui vantato sarebbe andato a compensare una parte del credito che essa a sua volta vantava nei suoi riguardi. È vero ciò?

La compensazione estingue i debiti di persone obbligate vicendevolmente (art. 1241 cod. civ.). La compensazione può essere di due tipi:

  • legale, che si verifica solo tra due debiti che hanno per oggetto una somma di danaro egualmente liquida (nel senso che è determinata nel suo ammontare) ed esigibile (nel senso che può essere richiesta subito, in quanto non soggetta a condizione);
  • giudiziale, che si verifica quando il debito non è ancora liquido (cioè, determinato nell’ammontare) ma è di facile e pronta liquidazione.

La differenza è che, mentre la compensazione legale opera di diritto, senza alcuna discrezionale valutazione del giudice, la seconda è rimessa all’apprezzamento dell’autorità giudiziaria, la quale deve valutare se il credito opposto in compensazione sia prontamente liquidamente (cioè, determinabile nel suo ammontare).

Ad esempio, il credito derivante da un sinistro stradale non è di pronta liquidazione, in quanto occorre una valutazione (in genere complessa) che consenta di giungere al preciso ammontare del danno.

Nel caso prospettato entrambi i crediti (o debiti) sono esigibili e liquidi, in quanto già quantificati da provvedimenti giudiziari. Ciò giustificherebbe una compensazione legale.

La compensazione, però, deve essere comunque dichiarata dal giudice: ciò significa che il medico che intende far valere il proprio credito a seguito del rigetto dell’azione revocatoria deve sollevare un’apposita eccezione. Per la precisione, occorre presentare un’opposizione all’esecuzione davanti al giudice che si sta occupando della fase esecutiva e sollevare questa eccezione, cioè eccepire in compensazione il proprio credito derivante dal rimborso delle spese legali.

L’opposizione all’esecuzione è disciplinata dall’art. 615 cod. proc. civ.; poiché mi sembra di capire che la procedura esecutiva sia già in corso, occorrerà promuovere ricorso al giudice che sta seguendo la procedura, chiedendo che venga accertata la compensazione, incidendo così sull’importo per cui sta agendo la casa di cura.

La giurisprudenza (Cass., sent. n. 9912/2007) ha precisato che la compensazione può essere dedotta come motivo di opposizione all’esecuzione forzata, fondata su titolo esecutivo giudiziale definitivo, qualora il credito fatto valere in compensazione, rispetto a quello per cui si procede, sia sorto successivamente alla formazione di quel titolo, mentre in caso contrario resta preclusa dalla cosa giudicata, che impedisce la proposizione di fatti estintivi od impeditivi ad essa contrari; né ha alcun rilievo il fatto che anche il credito del debitore esecutato sia assistito da titolo esecutivo giudiziale, quest’ultimo non privando di efficacia esecutiva il titolo del creditore esecutante in quanto non vale a estinguerne il credito.

Dunque, la giurisprudenza ammette l’eccezione di compensazione mediante opposizione all’esecuzione, purché il credito da eccepire in compensazione sia successivo al titolo per cui il creditore stia già procedendo. In altre parole, l’eccezione può essere fatta se il credito è nuovo rispetto a quello per cui si sta agendo mediante esecuzione forzata.

Ricapitolando, in sede di opposizione all’esecuzione promossa in base a un titolo giudiziale, il debitore può invocare soltanto fatti estintivi o modificativi del diritto (ivi compresa la compensazione) del creditore verificatisi posteriormente alla formazione del titolo, e non anche quelli intervenuti anteriormente, i quali siano deducibili esclusivamente nel giudizio preordinato alla formazione del titolo.

In conclusione, la compensazione può essere correttamente eccepita dal medico solamente mediante opposizione all’esecuzione già in corso.

Altrimenti, sarebbe ipotizzabile una rinuncia spontanea del creditore procedente a parte del proprio credito: tale soluzione però andrebbe consacrata per iscritto, mediante dichiarazione espressa del creditore con cui rinuncia alla somma ulteriore corrispondente al proprio debito. In pratica, si tratterebbe da farsi rilasciare sin da subito una scrittura privata ove si rinuncia alla parte del credito che cadrebbe in compensazione; tale scrittura andrebbe successivamente accompagnata da una rinuncia agli atti esecutivi, da farsi nel momento in cui il credito residuo sia oramai pari al controcredito del medico.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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