Tumore del colon-retto, importante scoperta per la cura

14 Aprile 2020
Tumore del colon-retto, importante scoperta per la cura

Uno studio italiano rivela l’esistenza di un ormone scudo, che potrebbe rivelarsi fondamentale per le terapie.

Lo chiamano “ormone scudo“, perché potrebbe fare da scudo alle infiammazioni intestinali e contrastare il rischio di ammalarsi di tumore del colon-retto. È una ricerca tutta italiana quella che promette di rivoluzionare la prevenzione e la cura di questo particolare tipo di cancro. Ce ne parla l’agenzia di stampa Adnkronos, che ha intervistato Antonio Moschetta, coordinatore del gruppo di ricercatori dell’università di Bari che ha lavorato a questo studio, pubblicato sulla rivista EbioMedicine e sostenuto dalla Fondazione Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro).

Questo ormone Fgf19 (Fibroblast Growth Factor19) “è stato identificato qualche anno fa dal nostro gruppo di ricerca in collaborazione con altri gruppi americani. – spiega Moschetta -. Viene prodotto dall’intestino in seguito all’ingestione di nutrienti specifici e segnala la fine della digestione. Inoltre, regola la produzione di bile e una serie di processi metabolici molto importanti, tra cui il metabolismo di grassi e zuccheri”.

Secondo i risultati dello studio Fgf19, attraverso l’invio di segnali volti a ridurre la produzione epatica di acidi biliari, innesca una serie di meccanismi che concorrono a combattere gli stimoli infiammatori. Questi meccanismi includono sia l’inibizione dei processi attivati dalle cellule immunitarie sia la regolazione di un elemento chiave per la salute dell’intestino: il microbiota.

Attraverso un fittissimo scambio di segnali con il fegato, l’ormone regola il mantenimento della sintesi dei sali biliari nell’intestino: alterazioni nella loro quantità e composizione sono spesso concausa di gravi patologie gastrointestinali, incluse le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, come per esempio il morbo di Crohn. Lo studio evidenzia che, in pazienti con malattia di Crohn, si riscontrano livelli di Fgf19 più bassi del normale.

Questa scoperta “è un passo avanti nella conoscenza dei meccanismi regolati dall’ormone Fgf19, che potrebbe in futuro tradursi nel suo utilizzo terapeutico nei soggetti con queste patologie – prosegue Moschetta -. L’eventuale uso terapeutico di Fgf19 in questi pazienti potrà essere agevolato dal fatto che esso è attualmente in fase 3 nelle terapie sperimentali di gravi patologie epatiche, come fibrosi e steatoepatite, e quindi il suo profilo di sicurezza e tollerabilità nei pazienti è ampiamente stabilito”.

Inoltre, evidenzia il ricercatore, “grazie a un altro studio da noi recentemente pubblicato, in cui abbiamo dimostrato la sua azione anti-tumorale in modelli di cancro del fegato, possiamo dire che la sua azione di regolazione metabolica dei sali biliari potrebbe in un futuro non molto lontano essere estesa anche al trattamento dei tumori epatici.

Infine, considerando che ridurre l’infiammazione e proteggere l’intestino dall’alterazione della flora batterica è la prima cosa da fare per ridurre la suscettibilità di quest’organo al cancro, la nostra nuova scoperta sull’attività anti-infiammatoria di Fgf19 apre nuove speranze terapeutiche nel trattamento delle lesioni pre-cancerose intestinali e nella prevenzione dei tumori del colon-retto che spesso si riscontrano nei pazienti con malattie infiammatorie croniche dell’intestino”.



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