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Condividere il nome dei positivi al Coronavirus: è legale?

14 Aprile 2020
Condividere il nome dei positivi al Coronavirus: è legale?

Si può pubblicare o diffondere via chat il nome di una persona infetta da Covid-19?

Condividere il nome dei positivi al Coronavirus: è legale? «Non è una questione di “gogna” ma di sicurezza pubblica e privata»: è sulla base di questa affermazione che, in questi giorni, si fa sempre più insistente la richiesta delle persone di conoscere nomi ed esatta collocazione geografica delle persone affette da Covid-19. Una misura preventiva, si dice, per tutelare se stessi ed evitare ulteriori contagi. 

Al di là, però, delle raccomandazioni fornite dalle autorità pubbliche e dall’Authority sulla privacy, c’è chi, conoscendo già le generalità dei malati (a volte, si tratta proprio dei parenti), ha diffuso il loro nome tramite chat e messaggi sui cellulari. Di fatto, la gogna c’è stata. 

Cosa rischia allora chi pubblica il nome dei positivi al Coronavirus? Si tratta di un reato?

Con riferimento alla possibilità di conoscere chi, nel condominio, è risultato positivo al tampone, il Garante ha chiarito che i compiti di prevenzione nella diffusione di Covid-19 possono essere svolti solo da soggetti che istituzionalmente esercitino funzioni sanitarie. L’amministratore di condominio non è tra questi e, pertanto, non può rivelare chi, all’interno dell’edificio, è infetto. Ma deve quantomeno avvisare subito gli altri condomini dell’esistenza di un caso di Coronavirus, senza però indicare la famiglia, lasciando il tutto nell’anonimato. Resta compito dell’amministratore procedere alla sanificazione dello stabile e invitare tutti alla massima cautela.

Di certo, le informazioni relative alla salute sono considerate dati «super-sensibili» e, come tali, coperti dalla più totale privacy. Non esistono deroghe per i privati ma, come detto, solo per le autorità. Solo le istituzioni possono decidere se, per ragioni di pubblica sicurezza, comunicare a terzi i nomi dei positivi al Coronavirus.

Chi viola la riservatezza di un malato rischia, quindi, una incriminazione penale. L’accusa di violazione della privacy e trattamento non autorizzato degli altrui dati sensibili ne comporterà una sicura condanna penale.

È proprio per questo che, con insistenza, si chiede alle autorità pubbliche di supplire a questo deficit informativo e, magari con l’ausilio delle app – di cui ora si inizia a parlare insistentemente – indicare quanto meno gli spostamenti e la collocazione geografica dei positivi.



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