Coronavirus: il rischio della recidiva è reale?

15 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: il rischio della recidiva è reale?

Di fronte a un nemico ancora sconosciuto, gli scienziati cercano delle risposte nell’esperienza con altri virus simili. Con cauto ottimismo.

Chi è guarito dal coronavirus può ammalarsi di nuovo? Questo è il timore sia di chi ha superato l’infezione sia di chi deve determinare il ritorno alla normalità dopo settimane di quarantena forzata. Si cerca di capire, dunque, se il rischio della recidiva è reale oppure se si può riprendere la propria vita senza preoccupazioni dopo aver vinto la battaglia personale contro il Covid-19.

Un’ipotesi da tenere fortemente in considerazione, visto quello che è successo, ad esempio, nella Corea del Sud, dove una novantina di pazienti tecnicamente guariti dal coronavirus è tornata di nuovo positiva ai test. Lo stesso è successo in Cina ed in Giappone, dove sembrava che la pandemia si fosse avviata a diventare un brutto ricordo.

C’è ancora molta incertezza in merito tra la comunità scientifica. E, poiché quello attuale è un nemico sconosciuto, gli esperti si guardano indietro e studiano quello che è successo con gli altri tipi di coronavirus.

In passato, gli anticorpi prodotti durante l’infezione rendono il paziente immune per mesi o addirittura anni. Sarà così anche con il Covid-19? Se la risposta fosse negativa, potrebbe dipendere da tre fattori.

Il primo: la durata dell’infezione. È dimostrato che in alcuni pazienti l’attuale coronavirus resta attivo per un periodo di tempo più lungo. Questo significa che il soggetto apparentemente guarito e poi recidivo potrebbe, in realtà, non essere mai guarito del tutto e che il persistere dell’infezione non sia stato rilevato dai test ritenuti definitivi. Ci vogliono, normalmente, dai 7 ai 10 giorni affinché l’organismo sviluppi gli anticorpi dopo il contatto con un virus. Vuol dire che difficilmente un paziente guarito da Covid-19 possa infettarsi di nuovo in tempi così stretti.

Questo porta ad un’altra conclusione: il problema da risolvere è la qualità del test per evitare di cadere nel tranello della falsa positività.

Il secondo fattore è legato al primo, proprio per quanto riguarda i test. Un tampone che risulta positivo su un soggetto guarito potrebbe, in realtà, indicare l’Rna virale che rimane nel corpo in una quantità talmente bassa da non causare la malattia. Rna sta per acido ribonucleico ed è una molecola che interviene in vari ruoli biologici di codifica, decodifica, regolazione ed espressione dei geni. Secondo gli esperti, l’Rna virale può rimanere a lungo nell’organismo – e, quindi, essere rilevato dai test – anche dopo che il virus è stato bloccato ma senza particolari conseguenze.

Ci sono, infine, degli studi che mostrano come gli anticorpi sviluppati durante l’infezione impediscano di contrarre nuovamente il Covid-19. Ricerche, però, fatte sui primati. Si ipotizza che tra qualche tempo le persone più sane e più giovani siano in grado di generare degli anticorpi più solidi e di essere maggiormente resistenti al contagio fino ad arrivare all’immunità per un periodo di tempo da 1 a 3 anni.



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