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Coronavirus, troppo caos: fase 2 senza idee chiare

15 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus, troppo caos: fase 2 senza idee chiare

Ancora liti e incertezze. Conte schiacciato tra chi vuole ripartire e chi chiede di non farlo nemmeno il 4 maggio. Lunedì il Cdm.

Altro che pensare alle vacanze al mare e a se e come sistemare i box in plexiglass sulla spiaggia: gli sforzi, in questo momento, si concentrano su ciò che potrebbe succedere dal 4 maggio in poi. Si lavora su più fronti ed in modo frenetico, tra la task force guidata da Vittorio Colao, la messa appunto dell’app per tracciare i movimenti dei cittadini una volta che si sarà allentata la morsa delle restrizioni (ci sono circa 75 persone impegnate sotto le direttive della ministra per l’Innovazione tecnologica, Paola Pisano), la Protezione civile, il Comitato tecnico scientifico. E al di sopra di tutti loro, un Giuseppe Conte che tenta di coordinare le forze in campo. Tenta, appunto, perché non sempre ci riesce.

Il lavoro di conte, e di conseguenza l’avvio della fase 2 dell’emergenza coronavirus, si sta complicando a causa dei pareri discordanti (per non dire delle discussioni piuttosto accese) dentro e fuori i vari gruppi di lavoro. Ci sono, ad esempio, le scintille tra i vertici della Protezione civile ed il commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri, che mai avrebbero avuto un rapporto sereno: già a metà marzo, la nomina di Arcuri fece stortare il naso al capo della Protezione civile Angelo Borrelli, che avrebbe interpretato quel gesto come un’ingiustizia nei suoi confronti. Entrambi avrebbero tuttora dei pareri discordanti su quando e come imboccare la strada del lungo ritorno alla normalità.

Ma c’è anche la battaglia di quei presidenti delle Regioni che fanno da bastian contrario al Governo prendendo ciò che interessa dai vari decreti firmati da Conte ed aggiungendo regole spesso contrarie a quanto deciso a Palazzo Chigi. Ultimo esempio, solo in ordine di tempo: librerie e cartolerie aperte qui ma chiuse là, negozi di abbigliamento per bambini con le serrande abbassate in alcune zone, in altre con le porte aperte da lunedì a venerdì, in altre ancora solo la mattina e non tutti i giorni della settimana. Il risultato – e non è nuovo – è una grande confusione tra i cittadini, che non sanno più chi devono ascoltare e finiscono o per fare la cosa sbagliata o per fare quello che vogliono.

E poi c’è il tira e molla sulla ripresa dell’attività produttiva. Le aziende premono per riaprire, i sindacati chiedono le giuste cautele da un punto di vista sanitario per i lavoratori, mentre il Comitato tecnico scientifico dice che il 4 maggio sarà da prorogare il lockdown: «Bisogna restare in casa tutto maggio», insiste da giorni il geriatra del Gemelli di Roma e membro del Comitato che consiglia Conte, Roberto Bernabei. «Non stiamo osservando una diminuzione della curva dei contagi tale da permettere più riaperture di quelle decise».

Nel frattempo, gli italiani si guardano a destra e a sinistra e vedono come in altri Paesi, investiti dall’emergenza sanitaria dopo il nostro, si preparano a rimettere in moto alcuni settori nei prossimi giorni. Con le idee – giuste o sbagliate che siano – molto più chiare. Forse perché uno comanda e gli altri eseguono, anziché dare troppo spazio a chi dovrebbe avrebbe solo il potere di consigliare e non di dettare regole.

Certo, non aiuta nemmeno a tenere le redini troppo tirate il report appena pubblicato dal Fondo monetario internazionale: tenere il Paese bloccato, avverte l’Fmi, potrebbe costare all’Italia a fine anno un calo del Pil di circa il 9% (leggi Italia, recessione drammatica: ecco quanto perdiamo). In altre parole: prima si riprende, meglio è.

A forza di spingere da tutti i lati, Conte potrebbe dare i primi segnali di cedimento lunedì, quando il Consiglio dei ministri da lui presieduto potrebbe allungare l’elenco delle attività che potrebbero rimettersi in moto. Si dovrebbe privilegiare quelle realtà in cui i rischi sono molto bassi, ma bisognerà vedere se i numeri consentono di allargare le maglie. Ed anche se il Governo sarà capace di attivare in tempi utili i nuovi sistemi di tracciamento degli spostamenti, di aumentare il numero dei tamponi, di svolgere ovunque le analisi ematiche iniziate in alcune regioni, oltre a tenere a bada i governatori e le loro ordinanze.

Conte sarà chiamato a rafforzare in modo drastico il suo ruolo di grande coordinatore del gruppo di lavoro e a decidere se è disposto ad assumersi la responsabilità di far ripartire una parte del Paese, come richiesto dagli imprenditori e dalle previsioni dell’Fmi, o ad aspettare ancora qualche settimana, come suggerito fortemente dalla comunità scientifica e dal suo ministro della Salute, Roberto Speranza, forse il più restio all’interno dell’Esecutivo a riaccendere a fine mese il motore dell’Italia.


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Autore immagine: governo.it


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