Coronavirus: le novità su studi, farmaci e test

15 Aprile 2020
Coronavirus: le novità su studi, farmaci e test

Il punto della situazione su sperimentazioni e medicinali per i malati di Covid, in questa fase di transizione senza ancora un vaccino, né una cura specifica.

Coraggio: non abbiamo ancora scoperto il segreto dell’immunità dal Coronavirus, né la “terapia miracolosa”, ma i cervelli e le idee in campo sono tanti. Oggi, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha pubblicato sul suo sito un report, a cura del suo comitato tecnico scientifico, sugli studi clinici per trattare con alcuni tipi di farmaci i malati di Covid-19.

Nel periodo che va dal 17 marzo a oggi, da quanto si legge sul report, abbiamo queste sperimentazioni in corso:

  • 11/04/2020 – Colvid-19 – Studio randomizzato sull’utilizzo di colchicina;
  • 09/04/2020 – Solidarity – Studio randomizzato Organizzazione mondiale della sanità (Oms);
  • 08/04/2020 – Hydro-Stop – somministrazione precoce di idrossiclorochina;
  • 30/03/2020 – Tocilizumab 2020-001154-22 (tocilizumab);
  • 27/03/2020 – Rct – Tcz – Covid-19 (tocilizumab);
  • 26/03/2020 – Sarilumab Covid-19 (sarilumab);
  • 25/03/2020 – Sobi Immuno-101 (emapalumab/ anakinra);
  • 22/03/2020 – Tocivid-19 (tocilizumab);
  • 11/03/2020 – Gs – Us – 540-5773 (remdesivir);
  • 11/03/2020 – Gs – Us- 540-5774 (remdesivir).

L’ultima arrivata è la colchicina, un vecchio farmaco per curare la gotta. Ma questa lista è solo la punta dell’iceberg di un mondo scientifico in fermento. Secondo il report, sono state valutate dal comitato tecnico scientifico ben 80 domande, tra richieste di autorizzazione di avvio di sperimentazioni e proposte di studi clinici: 16 gli studi cui è stato dato parere favorevole.

“Di questi – ci fa sapere l’Aifa – 7 sono stati autorizzati anche dal comitato etico unico dell’Istituto Spallanzani e sono stati avviati. A questi si aggiungono altri due studi clinici sul medicinale Remdesivir, approvati dall’Aifa prima dell’entrata in vigore del decreto legge Cura Italia”. Molti altri studi potrebbero presto partire, perché, delle 80 domande arrivate al comitato tecnico scientifico di Aifa, ce ne sono 64 in sospeso: alcune di queste dichiarate non valutabili o con parere non favorevole, ma altre con richieste di integrazioni di documenti. Insomma, con ancora una speranza di poter vedere la luce e investigare ancor più ad ampio raggio su una cura per il Covid.

Via libera all’eparina

L’Aifa dedica anche una scheda all’eparina, di cui si è fatto un gran parlare, in questi giorni, come possibile farmaco da usare per il trattamento dei pazienti Covid. Le eparine a basso peso molecolare (Ebpm) sono usate per prevenire la formazione di coaguli di sangue dopo operazioni o in pazienti che soffrono di patologie come l’insufficienza cardiaca acuta, l’insufficienza respiratoria, infezioni gravi o malattie reumatiche, con mobilità ridotta e per questo ad alto rischio. Si usano, inoltre, nel trattamento della trombosi venosa profonda, dell’embolia polmonare e della sindrome coronarica acuta.

Riguardo il trattamento dei pazienti Covid, l’Aifa spiega che “l’uso delle Ebpm  si può collocare sia nella fase iniziale che nella fase avanzata. Nella fase iniziale, quando è presente una polmonite e si determina una ridotta mobilità del paziente con allettamento, l’eparina potrà essere utilizzata allo scopo di prevenire il tromboembolismo venoso.

Nella fase più avanzata della malattia, in pazienti ricoverati, per contenere i fenomeni trombotici a partenza dal circolo polmonare come conseguenza dell’iperinfiammazione dovuta alla malattia, le Ebpm dovranno essere utilizzate a dosi terapeutiche”. C’è un ma: “Poiché l’uso terapeutico delle Ebpm sta entrando nella pratica clinica sulla base di evidenze incomplete e con importanti incertezze anche in merito alla sicurezza, si sottolinea l’urgente necessità di studi che ne valutino efficacia clinica e sicurezza”. In poche parole: l’eparina può servire, ma non è “la cura” al Covid.

I test per diagnosi e immunità 

Sul fronte dei test, dobbiamo distinguere quelli per la diagnosi da quelli per valutare l’eventuale raggiunta immunità del paziente. Riguardo ai primi, oltre ai noti tamponi che tante polemiche innescano (soprattutto su quanti farne), è notizia di queste ore – ci arriva dall’Adnkronos – che si sta lavorando a un test rapido della saliva in dieci minuti. L’hanno ideato Lorenzo Azzi, ricercatore all’università dell’Insubria, e Mauro Fasano, docente, e verrà sperimentato all’ospedale di Circolo di Varese, grazie a una task force guidata dall’infettivologo Paolo Grossi.

L’agenzia ci spiega che funziona come un test di gravidanza: applicando un campione di saliva su una striscia di carta assorbente, se la persona è positiva, si forma una banda colorata in pochi minuti. “La novità è nella sua semplicità, chiunque può usarlo – spiegano all’Adn dall’Asst dei Sette Laghi -, nella rapidità e nel fatto che, a differenza dei test sierologici che evidenziano gli anticorpi, con la saliva viene evidenziato il virus ed è possibile stabilire se il soggetto è infetto in quel momento. La sperimentazione sarà condotta su un centinaio di pazienti”.

A proposito dei sierologici, come spiega molto chiaramente in un paper la Fondazione Veronesi, lo scopo è, invece, “individuare le persone entrate in contatto col virus. Mentre i tamponi forniscono un’istantanea sull’infezione, i sierologici ‘raccontano’ la storia della malattia. Con questi test è possibile individuare gli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus”. Sono di due tipi, come chiarisce la fondazione: “quelli rapidi e quelli quantitativi. I primi, grazie a una goccia di sangue, stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi – e quindi è entrata in contatto con il virus -; i secondi, dove serve un prelievo, dosano in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. I test vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, significa che l’infezione si è verificata già da tempo e la persona è immune“.

Ieri, il commissario all’emergenza Covid Domenico Arcuri ha avuto l’incarico dal governo di cercare e acquisire il test sierologico, che permetterà di sapere chi ha avuto il Coronavirus e sviluppato anticorpi.



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