L’esperto | Articoli

Anzianità di servizio pubblico impiego: ultime sentenze

26 Maggio 2020
Anzianità di servizio pubblico impiego: ultime sentenze

Scopri le ultime sentenze su: pubblico impiego privatizzato; mancato superamento del concorso pubblico per l’accesso ai ruoli della PA; personale universitario e anzianità di servizio; azzeramento dell’anzianità maturata durante il periodo di lavoro a tempo determinato.

Anzianità di servizio nel pubblico impiego

Nell’organizzazione sanitaria il rapporto convenzionale costituisce un rapporto altrettanto tipico e generale quanto quello di impiego e tale rapporto esula dal rapporto di pubblico impiego. Ne deriva che il servizio espletato in regime di convenzione non può essere computato in sede concorsuale, ove tra i titoli richiesti vi sia quello di anzianità di servizio nel pubblico impiego.

T.A.R. Catania, (Sicilia) sez. II, 04/06/2010, n.2126

Pubblica amministrazione: anzianità per servizio pre-ruolo

In tema di pubblico impiego privatizzato, al lavoratore collocato in ruolo a seguito della procedura di stabilizzazione prevista dalla l. n. 296 del 2006, deve essere riconosciuta l’anzianità di servizio maturata, in virtù di contratti a termine, precedentemente all’acquisizione dello “status” di lavoratore a tempo indeterminato, se le funzioni svolte siano identiche a quelle precedentemente esercitate, non potendo ritenersi, in applicazione del principio di non discriminazione, che lo stesso si trovasse in una situazione differente a causa del mancato superamento del concorso pubblico per l’accesso ai ruoli della P.A., mirando le condizioni di stabilizzazione fissate dal legislatore proprio a consentire l’assunzione dei soli lavoratori a tempo determinato la cui situazione poteva essere assimilata a quella dei dipendenti di ruolo; per accertare la sussistenza dell’eventuale discriminazione, per contrasto con la clausola 4 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva n. 99/70/CEE, è necessario operare la verifica non in astratto bensì in relazione alla fattispecie concreta dedotta in giudizio, potendo eventuali diversità di trattamento essere ritenute discriminatorie in un caso e non nell’altro, in dipendenza di condizioni specifiche del singolo rapporto.

Cassazione civile sez. lav., 19/02/2020, n.4195

Mancato riconoscimento dell’anzianità di servizio

Non può trovare applicazione il comma 2 dell’art. 13 c.proc.amm., concernente il “foro speciale del pubblico impiego” o della sede di servizio, nel caso in cui l’atto impugnato sia stato emesso da un’Amministrazione centrale e non abbia effetti limitati ad una sola Regione, dato che in tal caso il provvedimento non si riferisce al solo ricorrente ma, al contrario, disciplina lo status di plurimi soggetti.

Di conseguenza, il provvedimento deve essere impugnato dinanzi al Tar del Lazio, sede di Roma, e non dinanzi al Tar competente in relazione alla sede di servizio del dipendente, trattandosi di atto emesso da un organo centrale dello Stato ed idoneo a produrre effetti sull’intero territorio nazionale, con la conseguenza che non può essere ricondotto nel novero degli atti plurimi impugnabili autonomamente presso la sede di servizio del dipendente.

(Fattispecie relativa all’impugnazione di un decreto dirigenziale con il quale non era stata riconosciuta l’anzianità di servizio in conformità all’art. 2212-duodecies d.lg. 15 marzo 2010 n. 66, per il passaggio in ruolo di un carabiniere).

Consiglio di Stato sez. IV, 09/05/2018, n.2791

Pregressa anzianità di servizio 

In tema di impiego pubblico, vanno rimesse alla Corte di giustizia dell’Unione europea le seguenti questioni: a) se la previsione dell’allegato alla direttiva n. 99/70/Ce, clausola 4, comma 4, secondo cui “I criteri del periodo di anzianità di servizio relativi a particolari condizioni di lavoro dovranno essere gli stessi sia per i lavoratori a tempo determinato sia per quelli a tempo indeterminato, eccetto quando criteri diversi in materia di periodo di anzianità siano giustificati da motivazioni oggettive”, in combinato con la clausola 5, secondo cui è legittima la disciplina italiana che, nel pubblico impiego, vieta la conversione del contratto di lavoro a termine in contratto di lavoro a tempo indeterminato, osti alla disciplina nazionale della stabilizzazione dei precari, che consente l’assunzione diretta a tempo indeterminato dei lavoratori già assunti a tempo determinato, in deroga alla regola del concorso pubblico, ma con azzeramento dell’anzianità maturata durante il periodo di lavoro a tempo determinato, o se invece la perdita dall’anzianità, prevista dal legislatore nazionale, rientri nella deroga per “motivazioni oggettive” da ravvisarsi nell’esigenza di evitare che l’immissione in ruolo dei precari avvenga a detrimento dei lavoratori già di ruolo; b) se la citata previsione dell’allegato alla direttiva n. 99/70/ Ce, clausola 4, comma 4, osti alla disciplina nazionale che, ferma restando la maturazione dell’anzianità in costanza di rapporto di lavoro a termine, stabilisca di chiudere il contratto a termine ed instaurare un nuovo contratto a tempo indeterminato, diverso dal precedente e senza conservazione della pregressa anzianità (fattispecie in tema di personale alle dipendenze dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato).

Consiglio di Stato sez. VI, 13/05/2011, n.2927

Peculiarità del rapporto di pubblico impiego

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 2 l. reg. Campania 22 luglio 1992 n. 7, 35, l. reg. Campania 23 maggio 1984 n. 27, 23 novembre 1983 n. 33 e l.reg. Campania 4 luglio 1991 n. 12, sollevata in relazione agli art. 3 e 36 cost., atteso che le norme dinanzi richiamate, nel circoscrivere l’inquadramento in un livello funzionale superiore in favore dei soli dipendenti che abbiano maturato un’anzianità di servizio di almeno tre anni in quello inferiore, ossia nel delimitare la cerchia dei soggetti destinatari del beneficio da esse previsto, rispondono a criteri non inficiati da illogicità o irragionevolezza e costituiscono, quindi, corretta espressione dell’insindacabile esercizio discrezionale della potestà legislativa.

Riflettono, nel contempo, la peculiarità del rapporto di pubblico impiego, insuscettibile, almeno secondo l’ordinamento vigente all’epoca della loro applicazione alla fattispecie in esame, di essere assoggettate in via automatica e incondizionata alla disciplina dell’art. 36 cost.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. VIII, 22/06/2010, n.15532

Maturazione dell’anzianità di servizio

L’art. 51 comma 3, l. 23 dicembre 2000 n. 388, che reca l’interpretazione autentica dell’art. 7 comma 1, d.l. n. 384 del 1992, stabilisce che il citato art. 7 debba essere interpretato nel senso che la proroga al 31 dicembre della disciplina dei Ccnl stipulati ai sensi dell’art. 13, l. n. 93 del 1983 non modifica la data del 31 dicembre 1990 già stabilita per la maturazione dell’anzianità di servizio prescritta per la maggiorazione Ria, con salvezza delle sole esecuzioni dei giudicati alla data d’entrata in vigore della medesima l. n. 388 del 2000.

Con la predetta precisazione, la norma elide dunque ogni rilevanza, ai soli fini della maturazione dell’anzianità de qua, all’ultrattività dei Ccnl del pubblico impiego come posta dal combinato disposto dei commi 1 e 3 del ripetuto decreto n. 384 del 1992.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 02/11/2007, n.10846

Automatismi stipendiali (classi e scatti) correlati all’anzianità di servizio

Non sono fondate le q.l.c. dell’art. 9, comma 21, primo, secondo e terzo periodo d.l. 31 maggio 2010 n. 78, conv., con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010 n. 122 – riguardante il blocco per il triennio 2011-2013 dei meccanismi di adeguamento retributivo, degli automatismi stipendiali (classi e scatti) correlati all’anzianità di servizio, e di ogni effetto economico delle progressioni in carriera comunque denominate per il personale non contrattualizzato dell’Università -, sollevate in relazione agli art. 2, 3, 9, 33, 34, 36, 37, 42, 53, 77 e 97 cost.

La questione sollevata in riferimento all’art. 77 cost., per asserita mancanza dei presupposti di “necessità” e di “urgenza”, non è fondata dato che l’esigenza del contenimento delle spese in materia di impiego pubblico – anche se non senza limiti – appare coerente con le finalità di contenimento della spesa pubblica, poiché la protrazione nel tempo delle misure previste non contraddice la sussistenza della necessità ed urgenza, attese le esigenze di programmazione pluriennale delle politiche di bilancio.

In riferimento agli art. 3, 97, 36 e 53 cost., le questioni non sono fondate poiché alle disposizioni censurate non può riconoscersi natura tributaria, atteso che non danno luogo ad una prestazione patrimoniale imposta, realizzata attraverso un atto autoritativo di carattere ablatorio, destinata a reperire risorse per l’erario, sicché non possono trovare ingresso le censure relative al mancato rispetto dei principi di progressività e di capacità contributiva.

In riferimento agli art. 9, 33, 34 e 97 cost., le questioni non sono fondate in quanto detti parametri non sono conferenti al trattamento economico dei docenti universitari, posto che l’autonomia garantita dall’art. 33 cost. non attiene allo stato giuridico dei professori universitari, i quali sono legati da rapporto di impiego con lo Stato e sono di conseguenza soggetti alla disciplina che la legge statale ritiene di adottare. In relazione agli art. 2, 3, 36 e 97 cost. nonché al principio dell’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, con riguardo al blocco sia dell’adeguamento, che delle classi e degli scatti, la non fondatezza discende dalla non estensibilità ai docenti universitari della pronuncia di cui alla sentenza n. 223 del 2012, riguardante il personale di magistratura, in considerazione della specificità di detto personale, specificità non sussistenti nella fattispecie in esame.

Quanto al parametro della ragionevolezza, i sacrifici imposti dalle misure censurate (che prevedono il predetto blocco per la durata di tre anni, con l’espressa esclusione di successivi recuperi) hanno carattere eccezionale, transeunte, non arbitrario, consentaneo allo scopo prefissato, nonché temporalmente limitato e corrispondono ad esigenze di contenimento della spesa pubblica; né le disposizioni “de quibus” modificano il meccanismo di progressione economica che continua a decorrere, sia pure articolato, di fatto, in un arco temporale maggiore, a seguito dell’esclusione del periodo in cui è previsto il blocco; tanto più che le misure di contenimento sono coerenti con i parametri costituzionali posti a salvaguardia dell’equilibrio dei bilanci da parte delle p.a., anche in ragione del più ampio contesto economico europeo che esige una proiezione che vada oltre il ciclo di bilancio annuale (art. 81, 97, comma 1, e 119 cost.), mirando, in una prospettiva pluriennale della situazione di crisi economica, a realizzare un risparmio di spesa che opera riguardo a tutto il comparto del pubblico impiego, in una dimensione solidaristica.

Circa la lamentata non ragionevolezza, per disparità di trattamento tra il regime pubblico e quello privato, delle disposizioni impugnate poiché non incidono su coloro che non dichiarano le proprie disponibilità economiche all’amministrazione finanziaria, occorre rilevare che, in merito, il legislatore non potrebbe che operare su altri piani, precipuamente fiscali, con meccanismi quindi non comparabili con le misure in questione, senza considerare che le profonde diversità di stato giuridico (es. minore stabilità del rapporto) e di trattamento economico tra il trattamento del lavoro pubblico rispetto a quello privato escludono ogni possibilità di comparazione.

Quanto alla asserita lesione dell’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica, il legislatore può anche emanare disposizioni che modifichino in senso sfavorevole la disciplina dei rapporti di durata, anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti, sempre che tali disposizioni « non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto », situazione che nella specie non può dirsi sussistente.

Circa la prospettata, connessa lesione dell’art. 36 cost., si deve rilevare, come, allo scopo di verificare la legittimità delle norme in tema di trattamento economico dei dipendenti, occorra far riferimento, non già alle singole componenti di quel trattamento, ma alla retribuzione nel suo complesso, dovendosi avere riguardo – in sede di giudizio di non conformità della retribuzione ai requisiti costituzionali di proporzionalità e sufficienza – al principio di onnicomprensività della retribuzione medesima; pertanto tale parametro, “ex se” ed in relazione agli art. 3 e 97 cost., non risulta violato, non incidendo le disposizioni in esame sulla struttura della retribuzione dei docenti universitari nel suo complesso, né emergendo una situazione che leda le tutele socio-assistenziali degli interessati e dunque l’art. 2 cost.

Quanto alla ritenuta irragionevolezza per le ricadute delle norme impugnate sulla riforma introdotta dalla l. n. 240 del 2010 (sull’incentivazione della qualità e dell’efficienza del sistema universitario), va affermato che il buon andamento dell’amministrazione universitaria, anche in riferimento all’art. 9 cost., non è connesso al solo sistema di avanzamento in carriera dei docenti e ricercatori universitari, come delineato dagli art. 6 ed 8 della l. n. 240 del 2010, e pertanto non risulta compromesso. Quanto infine ai differenti effetti del blocco in ragione della diversa anzianità di servizio maturata, il sacrificio imposto al personale docente, se pure particolarmente gravoso per quello più giovane, appare, in quanto temporaneo, congruente con la necessità di risparmi consistenti ed immediati.

Corte Costituzionale, 17/12/2013, n.310

Riconoscimento dell’anzianità giuridica maturata presso l’università

In tema di personale universitario, l’art. 7, comma 1, del d.l. n. 49 del 1986, conv. con. modif. nella l. n. 120 del 1986, nel fare riferimento, ai fini del passaggio dall’università ad altre pubbliche amministrazioni, all’anzianità di servizio, presuppone un rapporto di pubblico impiego, sicché la norma non si applica ai borsisti universitari (nella specie, transitato quale ispettore sanitario alla Regione Siciliana), nei cui confronti è esclusa l’instaurazione di un detto rapporto, né sussistono, inoltre, dubbi di costituzionalità, avendo la Corte costituzionale più volte ritenuto non irragionevoli o discriminatorie le norme che distinguono, ai fini di determinati istituti o benefici, i borsisti dai ricercatori universitari.

Cassazione civile sez. lav., 16/06/2016, n.12438

Pubblico impiego privatizzato: accesso a qualifica superiore 

In tema di pubblico impiego privatizzato, l’art. 7, comma 1, della l. n. 412 del 1991 esclude che il periodo di servizio militare prestato anteriormente al 30 gennaio 1987 possa avere rilevanza, ai fini dell’anzianità di servizio, nelle selezioni per l’attribuzione di fascia economica superiore, alle quali, trattandosi di concorsi interni, neppure si applica l’art. 77 del d.P.R. n. 237 del 1964, “ratione temporis” vigente.

Cassazione civile sez. lav., 01/12/2015, n.24428

Pubblico impiego: anzianità di servizio per l’accesso a categoria o classe superiore

In tema di pubblico impiego rientra nella piena discrezionalità del legislatore ritenere necessario un determinato titolo di studio o un’anzianità di servizio per l’accesso a categoria o classe superiore, ed insufficiente il mero decorso del tempo, sulla base delle esigenze di servizio, secondo tempi e modalità stabiliti ed in relazione alle proprie risorse e disponibilità organizzative.

Consiglio di Stato sez. IV, 18/04/2012, n.2283


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube