Coronavirus e come contenerlo, la lezione islandese

15 Aprile 2020
Coronavirus e come contenerlo, la lezione islandese

Uno studio si sofferma sull’efficacia di una pervasiva strategia di screening contro il Covid-19.

Tamponi a tappeto o solo su selezione. In Italia, come sappiamo, le strategie di contrasto al coronavirus sono stratificate e differenziate da regione a regione. La Campania, per esempio, ha annunciato in queste ore un piano di screening di massa che coinvolgerà centinaia di migliaia di persone, per “stanare” il Covid più rapidamente possibile. E anche il Veneto ha fatto un abbondante uso di test per diagnosticare la malattia.

Un nuovo elemento in favore della scelta dello screening massivo arriva da uno studio islandese, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Ce ne dà conto l’agenzia di stampa Adnkronos, che spiega come uno dei suggerimenti che provengono da questa ricerca è quello di aumentare il numero dei test. “Mentre fino ad oggi gli sforzi del sistema sanitario pubblico sono stati efficaci nel rallentare la diffusione dell’epidemia, ulteriori azioni, compreso lo screening di massa della popolazione, saranno fondamentali per sostenere un ulteriore impegno a contenere la diffusione del virus”.

Il lavoro, che ha indagato sulla diffusione precoce di Sars-Cov-2 nel Paese nordico, è stato condotto da un team di ricercatori di deCode Genetics, società con sede a Reykjavik e controllata dall’americana Amgen, da operatori del ministero della Salute islandese e dell’ospedale universitario nazionale (Nuhi). Quante persone, pur non avendo sintomi evidenti, sono positive al coronavirus? Come si propaga il patogeno una volta entrato in un Paese, e quanto velocemente è capace di mutare? Sono alcune delle domande all’origine della ricerca, disegnata con l’obiettivo di “indagare in modo dettagliato, effettuando test con un unico approccio molecolare – spiegano da deCode all’agenzia di stampa – come il virus si diffonde in una popolazione ben definita, nel caso specifico quella islandese di poco più di 360mila abitanti, e identificare quali siano le misure di tracciamento e isolamento precoci per contenere l’epidemia”.

Lo studio si è basato “su approcci di screening genetico mirato e specifico e sullo screening della popolazione mediante oltre 60mila test per milione di abitanti al 4 aprile scorso, data di conclusione della raccolta dei dati presentati” nel paper. “Da quel momento altri 4mila test/milione sono stati poi eseguiti ogni giorno in Islanda”.

Diverse le informazioni che emergono. La prima è che “il 43% dei casi positivi identificati non aveva alcun sintomo al momento del test: questo conferma il timore che gli infettati asintomatici possano diffondere il contagio”, commentano gli autori. Non solo. “In Islanda sono stati identificati almeno due sottotipi virali: il sottotipo A2, originario da Austria e Italia, e il sottotipo A1, prevalente in Paesi come il Regno Unito. Inoltre, nei campioni di virus testati sono state scoperte 409 mutazioni, tra cui 291 nuove che non sono state identificate altrove”. Secondo i promotori, “i risultati di questo studio daranno al resto del mondo una base scientifica più solida per assumere provvedimenti in materia di salute pubblica”. Lo screening effettuato “avrà benefici immediati e pratici per la salute pubblica”, assicurano, e la ‘lezione islandese’ potrebbe rivelarsi importante anche in un momento in cui l’Italia si prepara alla fase 2.

“Con la mappatura scrupolosa dell’epidemiologia molecolare di Covid-19 in Islanda, ci auguriamo di offrire al mondo intero dati da utilizzare nelle politiche globali per frenare la diffusione dell’epidemia”, dichiara Kari Stefansson, amministratore delegato di deCode Genetis e responsabile dello studio. “Per rallentare il più rapidamente possibile la curva di propagazione di questa pandemia abbiamo necessità di informazioni scientificamente precise su come il virus si diffonda nelle comunità”, afferma Robert A. Bradway, presidente e Ad di Amgen.

“Per comprendere realmente quanto sia letale il virus e quante delle persone contagiate possano diventare pazienti gravi – avvertono i ricercatori – è importante stimare la reale prevalenza dell’infezione sulla popolazione generale”.



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