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Coronavirus: da dove nasce la paura

16 Aprile 2020
Coronavirus: da dove nasce la paura

L’allarme della popolazione italiana è esploso a seguito di alcune dichiarazioni pubbliche delle autorità che hanno incrementato la percezione del rischio. 

C’è un termometro per misurare la paura della popolazione riguardo al coronavirus: è la rete internet, attraverso cui si possono misurare le ricerche della gente su Google e le notizie più o meno allarmistiche che appaiono sui media e circolano sui social. Le parole più richieste e le news più cliccate indicano dove si rivolge la gente e forniscono il quadro della situazione, se si riesce ad analizzare e interpretare questi dati.

Lo ha fatto la Socint, Società Italiana di Intelligence, nella nuova ricerca intitolata “La pandemia immateriale. Gli effetti del Covid-19 tra social asintomatici e comunicazione istituzionale”, illustrata in un comunicato diffuso dall’agenzia stampa Adnkronos.

L’analisi è stata condotta dal 1° febbraio al 10 aprile 2020 – prendendo quindi in esame quasi l’intera evoluzione mediatica del fenomeno, dall’inizio sino a pochi giorni fa – ed ha elaborato i grafici riguardanti i trend di interesse del pubblico e dei news media nei riguardi del termine “Coronavirus“.

Il risultato è illuminante sul panico creato nella popolazione, che secondo i ricercatori non è dovuto solo alla “dimensione sanitaria” del coronavirus ma anche all’aspetto “immateriale del contagio che avviene attraverso fake news, disinformazione e incoerenza delle dichiarazioni delle autorità“.

Un “contagio mediatico“, dunque, che si è propagato a seguito di alcuni fattori scatenanti che hanno creato allarme. Secondo la Socint, in Italia, a differenza di altri Paesi dove “è stata la società civile a dettare le azioni delle autorità, come nei casi rilevati di Gran Bretagna, Spagna, Svizzera e Belgio”, la percezione del fenomeno “è stata prevalentemente determinata dalle decisioni e dalle dichiarazioni delle istituzioni pubbliche”.

Un effetto annuncio, fatto di dichiarazioni che – sottolinea il presidente di Socint, Mario Caligiuri – “non sono state sempre coerenti fra di loro ed hanno influito non solo sulla percezione del rischio, quanto sulla narrazione della paura“. La ricerca individua uno spartiacque, a seguito del quale il fenomeno è esploso: “dalla conferenza stampa del 27 febbraio del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che si presentò in mascherina dichiarando di volersi autonomamente sottoporre a quarantena, si sono moltiplicate le dichiarazioni delle autorità, politiche e sanitarie, veicolate dai mass media”.

Da quel momento, è come se si fosse rotto un argine: “tali dichiarazioni hanno potentemente condizionato la percezione collettiva, fino a determinare uno shock comunicativo che ha modificato bruscamente in maniera drammatica la narrazione della malattia”.

In altri Paesi, “al contrario – segnala Socint – sono state determinanti le pressioni della società civile, diffuse attraverso i social, a dettare le agende dei media e, di conseguenza, le azioni di governi, che all’inizio il più delle volte erano piuttosto scettici”. Sarebbero stati quindi i cittadini a condizionare i governi e non viceversa. Ed anche in Italia era avvenuto che “fino alla dichiarazione dello stato di emergenza della Lombardia il 20 febbraio, le attenzioni del pubblico relegavano il Covid-19 solo ai margini delle priorità. Da allora la pandemia è entrata prepotentemente a fare parte dell’agenda collettiva italiana”.

Inoltre la ricerca ha rilevato che “in questo periodo in cui il distanziamento sociale imposto dall’autorità ha reso la popolazione più dipendente che mai da computer, smartphone e tv, la percezione della realtà che ci circonda si sta basando esclusivamente sui mezzi di informazione di massa e interpersonali, tra i quali emerge il ruolo non facilmente misurabile ma influentissimo di WhatsApp.

Il lavoro si sofferma su questo fenomeno ed evidenzia che specialmente durante il periodo di quarantena “nella città virtuale in cui la maggior parte della popolazione è costretta a vivere, la disinformazione si propaga con la stessa aggressività del virus biologico, attraverso la condivisione collettiva di narrazioni frammentate e incoerenti, il più delle volte false e molto spesso all’insaputa di chi le trasmette”.


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