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Coronavirus: quali imprese avranno difficoltà a riaprire

16 Aprile 2020
Coronavirus: quali imprese avranno difficoltà a riaprire

Microimprese, piccole aziende e attività artigiane in affanno verso la Fase 2: per uscire dalla crisi servono misure di sostegno al reddito.

Si avvicina la Fase 2, con la prima ripartenza dopo il lockdown; ma prima di tutto occorre interrogarsi su chi potrà riaprire la propria attività produttiva o commerciale e a quali condizioni. Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto individuare quali imprese sono chiuse e che difficoltà avranno a ripartire e se ciò avverrà dal prossimo 4 maggio o più tardi.

Un aiuto per rispondere arriva da un nuovo studio dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, che analizza l’impatto del lockdown sulle imprese e sui lavoratori in base alle misure adottate dal governo fino all’ultimo Decreto del presidente del Consiglio varato il 10 aprile 2020.

I risultati dell’elaborazione, intitolata ‘Covid-19: misure di contenimento dell’epidemia e impatto sull’occupazione‘ e che ci vengono illustrati dall’Adnkronos partono da un dato: escluso il comparto agricolo, un’impresa su due in Italia è stata costretta a interrompere le proprie attività per le misure di contenimento adottate dal governo per fronteggiare la diffusione del Coronavirus.

Per la precisione si tratta di un totale di 2 milioni e 100mila unità, corrispondenti a poco meno della metà imprese attive (47,3%). Questo significa che, nonostante il lockdown, più della metà delle attività (il 52,7%) sono rimaste aperte: oltre al comparto agroalimentare i settori che non hanno subito restrizioni sono quelli di pubblica utilità (energia, elettricità, rifiuti) insieme ai servizi di trasporto, di informazione, l’istruzione, la sanità e le attività finanziare e assicurative.

Ma c’è una particolarità: ”Le misure di sospensione delle attività produttive – ha spiegato Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp – hanno agito in misura maggiore su settori caratterizzati, più di altri, dalla necessità di svolgere la prestazione lavorativa sul luogo di lavoro, come la gran parte delle imprese manifatturiere, mentre in buona parte dei settori rimasti attivi il lavoro ha caratteristiche tali da permettere uno svolgimento in modalità remota, telelavoro o lavoro agile”.

Inoltre ”dai dati analizzati si ricava che sono soprattutto le micro e piccole imprese ad essere più colpite dalle misure di sospensione dell’attività produttiva. Queste, peraltro, per molte ragioni, incontreranno maggiori difficoltà nel sopravvivere a un periodo prolungato di assenza di fatturato e meritano pertanto particolare attenzione nella predisposizione di adeguate misure non solo per garantirne la sopravvivenza, ma anche per assicurarne la ripresa”.

Lo studio analizza poi i vari settori e dimensioni delle aziende in relazione alla forza lavoro impiegata. Emerge che le attività professionali sono state sospese in misura marginale (2,8%) mentre il 41,9% delle imprese nel settore del commercio risultano attive, come il 29,2% delle imprese nel settore delle costruzioni.

Inoltre, la quota di imprese sospese decresce quasi sistematicamente con la dimensione aziendale: se il totale delle aziende la cui attività è stata interrotta è  pari al 47,3%, la distribuzione interna è molto diversa, perché “le imprese senza addetti risultano sospese in ragione del 66,7%, mentre solo il 33,8% delle grandi imprese, con oltre 250 addetti, risultano interessate dalle misure di restrizione” ed ancora “le imprese artigiane risultano sospese in misura superiore al totale (55,3%)”.

Dunque ”la quota elevata di micro e di piccole imprese interessate dal fermo delle attività è preoccupante dal momento che le aziende di dimensioni minori hanno generalmente una più bassa capacità di fronteggiare shock esogeni e inattesi che incidono in misura elevata sulla dinamica della domanda e sul fatturato”.

L’analisi secondo la qualifica rivela una quota di dipendenti di imprese rimaste attive minore per gli operai e gli apprendisti (53,4% rispetto al 59,7% del totale dei dipendenti). Tale evidenza è associata alla più elevata incidenza dei provvedimenti di contenimento sul comparto manifatturiero che registra il 58,8% dei dipendenti  sospesi a fronte del 40,3% del totale. Il 67,9% e il 75,3% degli impiegati e dei dirigenti, rispettivamente, sono rimasti attivi grazie allo smart working“.

”In un simile contesto – ha commentato il presidente Fadda – risultano necessarie misure di sostegno al reddito dei lavoratori espulsi dall’occupazione in seguito alla caduta del livello di attività economica causata dalle misure di contenimento dell’epidemia, anche nell’ottica di mantenere un adeguato livello di domanda aggregata necessario per supportare la ripresa dell’offerta”.

Infine – avverte Fadda – “passata l’emergenza sanitaria, va considerato che esistono settori economici dove il rischio di contagio, dovuto alla prossimità fisica, appare più basso di altri e che quindi possono ripartire gradualmente senza aumentare, o aumentando di poco, il rischio di contagio, mentre altri presentano maggiori difficoltà e quindi potrebbero continuare a lavorare utilizzando le formule di telelavoro o smart working”.



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