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Mantenimento e casa familiare: quale sorte in caso di figli maggiorenni?

29 Novembre 2013 | Autore:
Mantenimento e casa familiare: quale sorte in caso di figli maggiorenni?

In caso di separazione o divorzio, l’obbligo al mantenimento di un figlio maggiorenne verrà meno se il figlio si sia reso economicamente autonomo e l’assegnazione della casa familiare non potrà più essere assegnata in via automatica al genitore convivente col figli.

Viviamo tempi economicamente difficili, in cui spesso i genitori sono costretti a mantenere i figli anche dopo la maggiore età per via della mancanza di un lavoro.

È lecito che allora, in vista della separazione o del divorzio, un genitore di domandi fino a quando permanga, per lui, l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento nei confronti dei figli maggiorenni e quale possa essere, in tali casi, il destino della casa coniugale.

Una recente pronuncia della Cassazione [1] può aiutare a comprendere dei punti fondamentali in materia.

Una volta raggiunta da parte del figlio l’autonomia economica (è la cosiddetta “autosufficienza economica”), cessa l’obbligo del genitore, separato o divorziato, di versare il mantenimento in suo favore [2].

Ciò, tuttavia, non avviene in modo automatico, ma il genitore obbligato dovrà depositare in tribunale un ricorso [3] per richiedere al giudice la modifica della condizione economica che lo obbligava al predetto versamento, producendo gli elementi a riprova della sua domanda.

Quando si parla di autosufficienza economica si fa riferimento alla situazione in base alla quale un figlio maggiorenne (sempre sulla base di quelle che sono le condizioni del mercato del lavoro) percepisca un reddito attraverso una attività lavorativa che corrisponda alle attitudini e capacità professionali acquisite nel tempo. Ciò significa che, ad esempio, che non potrà ritenersi raggiunta l’autosufficienza per un giovane laureato in legge che stia svolgendo un lavoro stagionale da barista in un lido estivo.

Tuttavia, secondo la Cassazione, anche la semplice attività di pratica professionale [4] svolta, ad esempio, presso uno studio legale o di commercialista, può far ritenere che il figlio abbia raggiunto una propria autonomia: per quanto non caratterizzata da stabilità, infatti, si tratta di una attività che è fonte potenziale di un futuro autonomo reddito professionale. Ovviamente, il caso analizzato dalla Corte è quello di un praticante che veniva adeguatamente remunerato dal proprio studio (sebbene è noto che ciò non avviene in tutti gli studi professionali).

Inoltre, la giurisprudenza [5] prevede che qualora, in un momento successivo, il figlio interrompa la propria attività lavorativa, non rinascerà di nuovo sul genitore l’obbligo di versargli il mantenimento. Semmai, in mancanza di un adempimento spontaneo da parte del genitore, il figlio potrà rivolgersi al giudice per ottenere la corresponsione degli alimenti, ossia di quanto necessario a far fronte alle proprie esigenze primarie di vita.

L’assegnazione della casa familiare

Una volta che il figlio maggiorenne abbia raggiunto l’autosufficienza economica, la conseguenza sarà il venir meno del diritto all’assegnazione della casa familiare al genitore convivente con quest’ultimo.

Non va dimenticato, infatti, che il principio di legge in base al quale l’assegnazione della casa familiare va fatta avendo riguardo, in primo luogo, all’interesse della prole [6], mira a non pregiudicare i figli nel momento in cui essi vengano sradicati dall’ambiente domestico in cui sono cresciuti.

Ebbene, questa forma di protezione vuole garantire esclusivamente ai figli minorenni e non economicamente autonomi e non quelli maggiorenni e indipendenti, nei confronti dei quali non si pongono le suddette ragioni di tutela.

Pertanto, nell’ipotesi di una raggiunta indipendenza da parte del figlio convivente, l’assegnazione della casa andrà fatta seguendo altri criteri, come ad esempio quello del titolo di proprietà o dell’esistenza di patologie a carico dell’ex coniuge o del figlio.

In altre parole, il giudice potrà assegnare l’immobile al coniuge che conviva col figlio maggiorenne e autonomo se, ad esempio, esso sia già di proprietà del coniuge stesso o se questi soffra di qualche patologia a causa della quale il trasferimento possa essere per lui pregiudizievole.


Il genitore, tenuto a versare il mantenimento della prole, potrà chiedere al giudice di essere liberato da tale obbligo quando i figli abbiano raggiunto una autonomia economica attraverso un’attività lavorativa conforme alle loro professionalità.
Per quanto riguarda la casa coniugale, il coniuge convivente col figlio potrà aspettarsene l’assegnazione qualora, ad esempio, ne sia già proprietario: l’intervenuta autosufficienza del figlio fa, infatti, cessare le ragioni di tutela della prole previste dalla legge per il godimento di questo bene.

note

 

[1] Cass. sent. n. 21334/13.

[2] Cass. sent. n. 12477/04; Cass. sent. n. 23590/10 e Cass. sent. n. 14767/11.

[3] Art. 710 cod. croc. civ. e art. 9 co.1 L 898/70.

[4] Art. 26 n. 1 cod. Deontologico degli Avvocati recita: “L’avvocato deve fornire al praticante un adeguato ambiente di lavoro, riconoscendo allo stesso, dopo un periodo iniziale, un compenso proporzionato all’apporto professionale ricevuto”. Circa i praticanti commercialisti, la circolare del C.N.D.C. n. 18/04, richiamando quanto già precisato nella circolare del C.N.D.C. n. 68/1995, precisa che “pur essendo il praticantato per sua natura essenzialmente gratuito, il Dottore Commercialista potrà corrispondere al praticante una somma a riconoscimento dell’impegno profuso”.
[5] Cass. sent. n. 12477/04 e Cass. sent. n. 23590/10.
[6] Art. 155 quarter cod. civ.


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1 Commento

  1. non si capisce una cosa, alla maggiore età si può comunque discutere di non mantenere la stessa casa iniziale? Ovvero si può prendere in considerazione la vendita o richiedere una partecipazione al pagamento del mutuo all’ex coniuge?

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