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Augurare di bruciare tra le fiamme dell’inferno si può?

17 Aprile 2020
Augurare di bruciare tra le fiamme dell’inferno si può?

Reati di minaccia, ingiuria e diffamazione: chi augura la morte a qualcuno commette reato?

«Che tu possa bruciare tra le fiamme degli inferi»: un’imprecazione che, per i più suscettibili e superstiziosi, potrebbe apparire come una iattura o, peggio, un maleficio. Ed allora, se è vero che per parole molto meno pesanti la Cassazione ha decretato in passato condanne per ingiuria, diffamazione e minaccia, ci si chiede se si può augurare di bruciare tra le fiamme dell’inferno oppure si tratta di un reato. 

La risposta è molto semplice ma implica la conoscenza di alcune questioni di diritto penale. Lo faremo qui di seguito, analizzando questo comportamento alla luce delle diverse fattispecie previste dalla legge come reato e verificando se la condotta in quesitone possa rientrare nell’una o nell’altra. Ma procediamo con ordine.

Augurare di bruciare tra le fiamme degli inferi è un’offesa?

Iniziamo dal verificare se il “mandare qualcuno all’inferno” possa essere un’offesa e, quindi, implicare una ingiuria o una diffamazione. 

Ricordiamo che la diffamazione si verifica quando si lede la reputazione di un individuo parlando con almeno due persone (o anche più) ma in assenza della vittima. È il classico caso di chi parla male alle spalle di qualcuno. L’ingiuria scatta, invece, quando si parla direttamente con la vittima e la si offende (con o senza testimoni attorno). Ma se la diffamazione è un reato, l’ingiuria è un semplice illecito civile che, tutt’al più, consente di ottenere un risarcimento e l’addebito di una sanzione amministrativa al colpevole.

In entrambe le ipotesi, la condotta deve esorbitare il diritto di critica che spetta a ciascuno di noi in forza della «libertà di espressione» garantita dalla Costituzione. 

Detto ciò, torniamo all’argomento da cui abbiamo preso le mosse. Se anche per la Cassazione dire «Vaffa…» integra una ingiuria, invece dire «va all’inferno» non lo è. Non c’è, quindi, alcuna possibilità di agire contro chi si è lasciato sfuggire quest’espressione di certo inurbana. 

Peraltro, non si potrebbe neanche parlare di diffamazione visto che la stessa forma verbale di tale locuzione implica la presenza della persona offesa.

Augurare di bruciare tra le fiamme degli inferi è una minaccia?

Dire «Ti auguro di morire» è un conto; dire, invece, «ti ammazzo» è un altro. Nel primo caso, chi pronuncia la frase invoca il destino che, di certo, non dipende dalla volontà dell’uomo; pertanto, non si commette alcun reato. Nel secondo caso, invece, l’agente intende adoperarsi personalmente per realizzare l’evento, commettendo così il reato di minaccia (e, se porta a termine la condotta, anche quello di omicidio).

Come avevamo già spiegato nell’articolo Augurare morte, disgrazia e sfortuna è reato?, condizione essenziale per parlare di minaccia è che l’evento prospettato sia: 

  • materialmente possibile (non lo sarebbe dire: «con un calcio ti spedisco sulla luna);
  • e dipendente dal comportamento dell’agente (non lo sarebbe dire: «ti faccio il malocchio così avrai sfortuna e povertà»).

Tutto ciò che sfugge dalla sfera dell’agente ma dipende da altri fattori (il caso, la salute, ecc.) non rientra nella minaccia. Anche laddove una persona sia notoriamente superstiziosa e non ama che le si facciano certi “auguri” non è possibile parlare di reato.

In un noto caso datato 2014, la Cassazione [1] si è trovata a giudicare l’eventuale sussistenza del reato di minaccia dinanzi alla seguente frase: «Ogni volta che vedo la tua macchina ripartire per Roma la domenica sera, il giorno dopo compro il giornale, sperando di leggere della tua morte in uno di quegli spaventosi incidenti sull’autostrada che commentano nei telegiornali…» e poi «Ogni anno qualcuno mi fa sapere che la tua salute peggiora molto e sempre di più, tanto che stai lì lì per crepare, però questa bella notizia non arriva mai…».

Seppure in primo e secondo grado i giudici avevano decretato la sussistenza del reato di ingiuria e minaccia, per la Suprema Corte si tratta di una interpretazione completamente sbagliata. Tutt’al più, l’agente potrebbe essere accusato di odio e nutrire odio per una persona non è, almeno nel nostro ordinamento, un reato. 

Se le espressioni pronunciate non hanno contenuto di disprezzo e di lesione dell’altrui onore e decoro – anche tenendo presente l’evoluzione del linguaggio – non si può parlare di reato, né di ingiuria né di minaccia. Ciò perché «augurarsi la morte di un’altra persona è certamente manifestazione di astio, forse di odio» ma è «penalmente irrilevante», poiché «il precetto evangelico di amare il prossimo come sé stessi» non ha «sanzione penale».

Lo stesso dicasi, quindi, per chi augura ad una persona di bruciare tra le fiamme dell’inferno: non è un comportamento che possa essere sanzionato né da un punto di vista penale, né civile. Non c’è, quindi, neanche la possibilità di chiedere un risarcimento del danno per chi, in conseguenza di ciò, abbia dormito qualche notte insonne. 


note

[1] Cass. sent. n. 41190/2014.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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