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Se accetto la proposta conciliativa pago le spese processuali?

17 Aprile 2020
Se accetto la proposta conciliativa pago le spese processuali?

Causa chiusa con un accordo transattivo: su chi cadono le spese processuali? La soccombenza virtuale.

Alcuni mesi fa, hai iniziato una causa contro una persona ma, nel corso del processo, avete trovato un accordo. Così decidete di chiudere definitivamente il giudizio. 

C’è, però, un aspetto ancora da discutere e definire: il pagamento delle spese processuali e degli avvocati. A chi compete far fronte a questi oneri? 

Rivolgi la stessa domanda al tuo difensore: se accetto la proposta conciliativa pago le spese processuali? Se ti interessa conoscere la risposta non hai che da leggere la seguente guida. Ti spiegheremo, infatti, come vengono ripartite le cosiddette spese legali quando le parti abbandonano il giudizio per intervenuta transazione. Ma procediamo con ordine.

Chi paga le spese legali?

La regola è: chi perde paga. Il giudice, quindi, con la sentenza, addebita i costi del giudizio alla parte soccombente. È la cosiddetta condanna alle spese legali.

In casi eccezionali, però, il magistrato potrebbe optare per la compensazione delle spese legali, lasciando gravare su ciascuna parte le spese da questa sostenute, senza alcun obbligo di rimborso. Ciò può avvenire solo nei casi elencati dalla legge come, ad esempio, quando le reciproche domande vengono accolte solo in parte, quando la questione interpretativa è nuova o difficile o per altre valide ragioni motivate dal giudice. Per maggiori informazioni su questo aspetto leggi la guida Compensazione spese legali: in quali casi?

Cos’è una transazione?

La condanna alle spese legali presuppone che si arrivi a una sentenza. Ma potrebbe succedere che i contendenti riescano a trovare un’intesa prima della chiusura del giudizio, decidendo così di abbandonare la causa definitivamente. 

L’accordo che chiude una controversia tra due persone o soltanto la previene viene definito tecnicamente transazione. La transazione è, quindi, un contratto vero e proprio in cui le parti si fanno «reciproche concessioni» in modo da evitare o chiudere uno scontro giudiziario in atto. Nella transazione vengono così regolati in modo bonario i rapporti tra le parti.

La locuzione «reciproche concessioni» sta ad indicare che la transazione, per essere tale, deve prevedere una rinuncia, da ambo le parti, alle rispettive pretese. Se le rinunce provenissero da una sola di esse, si parlerebbe infatti di una semplice ammissione di responsabilità. La legge, però, non dice quale debba essere la misura di tale rinuncia, ben potendosi così verificare che una parte abdichi alle proprie richieste in misura superiore all’altra.

Giovanni e Marco sono in causa. Giovanni chiede a Marco 5mila euro ma Marco ritiene di non dovergli nulla. I due poi si mettono d’accordo firmando una transazione in forza della quale Giovanni ottiene solo mille euro.

La transazione può intervenire a causa già iniziata o prima ancora che questa abbia inizio. 

Nella prima ipotesi, per dare maggior valore all’accordo, le parti potrebbero decidere di metterlo a verbale dinanzi al giudice nel corso di un’udienza, così divenendo non già un semplice contratto ma un vero e proprio atto pubblico. In questo modo, se una delle due parti non dovesse rispettarlo, l’altra potrebbe agire con un pignoramento. 

Tale scelta, però, non è priva di ripercussioni sul piano economico. Difatti, ammettendo che la transazione avvenga a processo in corso, si possono verificare due ipotesi:

  • le parti si accordano dinanzi al giudice e mettono a verbale la transazione: il giudice dichiara chiusa la causa per “cessata materia del contendere” emettendo una sentenza. La sentenza presuppone il versamento dell’imposta di registro che graverà su entrambe le parti in via solidale;
  • le parti trovano un accordo e lo firmano fuori dalla causa, magari nello studio del loro avvocato. In tal caso, alla successiva udienza, i rispettivi difensori non si presentano. Il giudice, verificato che per due udienze di seguito gli avvocati non sono comparsi, chiude il giudizio definitivamente senza sentenza. Pertanto, non c’è da versare alcuna imposta di registro.

La seconda soluzione è sicuramente più economica ma comporta una rinuncia: le parti hanno in mano un semplice contratto e non un “titolo esecutivo” come il verbale del giudice. Con la conseguenza che, in caso di inadempimento, bisognerà aprire un nuovo processo.

Se c’è una proposta conciliativa chi paga le spese legali?

Di solito, è lo stesso accordo transattivo a stabilire su chi debbano ricadere le spese legali del processo già avviato. Il più delle volte viene prevista la compensazione delle spese: ognuno cioè paga il proprio avvocato senza ottenere il rimborso degli oneri del giudizio da lui anticipati. Ma non è detto che ciò succeda. Ecco cosa potrebbe verificarsi.

Luca fa causa a Giovanni per ottenere un risarcimento. Giovanni, per difendersi, chiama a sua volta in causa Matteo ed Edoardo sostenendo la responsabilità in capo a questi ultimi. In corso di giudizio, però, Giovanni si rende conto di aver sbagliato a chiamare anche Edoardo e così dichiara di rinunciare alla domanda nei suoi confronti. Chi paga le spese legali che Edoardo ha sostenuto? 

Leggi anche Chi paga le spese legali se c’è l’accordo?

Secondo una recente sentenza del Giudice di Pace di Trapani [1], non è senza conseguenze economiche chiamare in causa la persona sbagliata anche se poi, nel corso del procedimento, si trova un accordo, rinunciando così al giudizio. In casi come questo (tecnicamente si dice che è «cessata la materia del contendere»), il giudice deve porre il pagamento delle spese processuali in capo alla parte che secondo un giudizio ex ante aveva più possibilità di vedere accolte le proprie ragioni. 

Chi paga le spese legali in caso di gratuito patrocinio? 

L’eventuale ammissione di una parte al gratuito patrocinio non esclude che, nell’ipotesi in cui questa dovesse perdere il giudizio, potrebbe essere condannata dal giudice al pagamento delle spese legali. Difatti, chi ottiene il beneficio del patrocinio a spese dello Stato non è legittimato a intraprendere cause che non hanno fondamento. Così, ricade su di lui la responsabilità per una eventuale sconfitta, dovendo così rimborsare le spese legali all’avversario. 

Secondo la Cassazione, l’ammissione al gratuito patrocinio nel processo civile, non comporta che siano a carico dello Stato le spese che l’assistito dal beneficio sia condannato a pagare all’altra parte risultata vittoriosa, perché “gli onorari e le spese” sono solo quelli dovuti al difensore della parte ammessa al beneficio, dallo Stato, sostituitosi alla stessa parte, in considerazione delle sue precarie condizioni economiche.


note

[1] GdP Trapani sent. n. 3542/18 del 4.11.2019.


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