La Cassazione liberalizza la propaganda antireligiosa

17 Aprile 2020 | Autore:
La Cassazione liberalizza la propaganda antireligiosa

L’unico limite è quello del vilipendio alla religione altrui: atei e agnostici hanno diritto di esercitare la propria libertà di coscienza diffondendo i loro messaggi.

Lo Stato italiano è laico: lo si ripete da decenni ma ora arriva la Cassazione [1] a stabilire che gli atei e gli agnostici hanno gli stessi diritti dei credenti e possono fare liberamente propaganda antireligiosa senza subire discriminazioni.

Per la Suprema Corte, la libertà di coscienza è riconosciuta a tutti e non può subire compromissioni: l’unico limite è quello del vilipendio della religione altrui.

Per arrivare ad affermare questo libero esercizio della diffusione del pensiero anche quando si contrappone ai valori religiosi consolidati e alla fede espressa dalle comunità dei credenti, gli Ermellini compiono una lunga disamina dei principi stabiliti dalla Costituzione italiana, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione europea dei diritti umani.

La vicenda concreta sottoposta all’attenzione dei giudici riguardava alcuni manifesti dove nella parola “Dio” la lettera iniziale era stata barrata da una croce e nel messaggio compariva la dicitura «10 milioni di italiani vivono bene senza D». L’associazione romana che aveva richiesto al Comune l’autorizzazione all’affissione se l’era vista negare e aveva presentato ricorso al Tribunale di Roma lamentando la discriminazione.

Ma sia in primo grado sia in Corte d’Appello le sue doglianze venivano respinte: non sussisteva nessuna discriminazione o limitazione della libertà di espressione del pensiero, avevano sostenuto entrambi i giudici di merito, perché quella rappresentazione grafica era «tale da urtare la sensibilità del sentimento religioso».

La Cassazione, invece, ha ribaltato il giudizio: anche le professioni pubbliche di ateismo sono “protette” dalla Costituzione – che all’articolo 19 stabilisce che «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume» e così, ragionando al contrario, il principio deve essere esteso anche al “pensiero negativo” di chi si oppone a qualsiasi confessione religiosa e rifiuta l’idea stessa dell’esistenza di Dio.

Ad avviso della Corte, infatti, in tali casi prevale l’art. 21 della stessa Costituzione, che sancisce il diritto di libera manifestazione del pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», che va esteso anche ai casi di «libertà di mutare credo o non averne alcuno, ovverossia di professare una fede meramente laica o agnostica».

Perciò, la Cassazione ha ritenuto che questa «libertà di coscienza dei non credenti» rientra comunque nella libertà religiosa garantita dalla Costituzione «da intendersi anche in senso negativo, escludendo il nostro ordinamento costituzionale ogni differenziazione di tutela della libera esplicazione sia della fede religiosa sia dell’ateismo». Così in base al principio di uguaglianza questo diritto «spetta ugualmente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici».

Inoltre – argomenta la Corte – la libertà di pensiero è riconosciuta anche dall’art. 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la libertà di religione è tutelata dall’art. 9 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, secondo cui «Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti».

Ed ancora – prosegue la Convenzione – «La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e della libertà altrui».

Quindi, il pensiero religioso “negativo”, che è quello «degli atei ed agnostici di professare un credo che si traduce nel rifiuto di qualsiasi confessione religiosa» deve essere tutelato nelle sue forme espressive al pari di quello “positivo”, cioè quello «che si sostanzia nell’adesione ad una determinata confessione religiosa», altrimenti – osserva la Corte – verrebbe meno il principio di laicità dello Stato, inteso nel senso di «neutralità imposta ai poteri pubblici dalla loro incompetenza in materia spirituale», salvi i limiti previsti dall’ordinamento giuridico, come quello del buon costume richiamato dall’art. 19 della Costituzione.

Dunque, da tale diritto discende anche la possibilità di esprimerlo e professarlo, con «la libertà di farne propaganda nelle forme che si ritengano più opportune». La propaganda, però, non può tradursi «in forme di aggressione o vilipendio della fede da altri professata». Infatti «il limite primo è costituito dal rispetto degli altrui diritti egualmente tutelati», quindi il suo esercizio non può mai «tradursi in un’offesa chiara, diretta e grave» che integrerebbe il reato di vilipendio [2].

Così la Corte riconosce che «il sentimento religioso è un bene costituzionalmente rilevante» ma ne circoscrive i limiti, ampliando la libertà di manifestazione del pensiero fino a considerare lecita la fattispecie sottoposta al suo giudizio, dove la cancellazione della lettera iniziale della parola “Dio” è stata riconosciuta una legittima espressione dei diritti di libertà antireligiosa.


note

[1] Cass. ord. n. 7893/20 del 17 aprile 2020.

[2] Art. 403 Cod. pen.


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