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Coronavirus: la fase 2 gestita nel caos

18 Aprile 2020 | Autore:
Coronavirus: la fase 2 gestita nel caos

Ognuno, tra Governo, Regioni, esperti e singoli ministeri, porta avanti la propria proposta: c’è il rischio di una ripartenza confusa e azzardata.

In uno dei momenti più critici dell’emergenza coronavirus, cioè quello del possibile lento ritorno alla normalità, quando serve avere le idee chiare il più possibile, ciascuno tira acqua al proprio mulino e vorrebbe fare a modo suo. Il risultato è inquietante: la fase 2 viene gestita nel caos e il rimedio a un mese e mezzo di blocco totale del Paese può essere peggio della malattia.

La confusione è totale. Il Governo è indeciso su quando cominciare a riavviare il motore produttivo dell’Italia. I vari ministri guardano con diffida il capo della task force Vittorio Colao, timorosi che possa comandare più di loro. Gli esperti non hanno un indirizzo univoco ma ciascuno propone la sua soluzione per il dopo quarantena. Le Regioni si scontrano sui tempi e sui modi della ripresa spaccando il Paese, nel più classico stile italiano, tra Nord e Sud. Tra chi vuole, cioè, mandare la gente al lavoro già la prossima settimana e chi minaccia di blindare il proprio territorio chiudendo i confini ai forestieri.

Provare, in questo contesto, a capire che cosa succederà nei prossimi giorni è arduo, ma ci si può tentare. Al momento, di sicuro si sa soltanto quali possono essere i settori pronti a riprendere l’attività. Sono 12 comparti, ma non è detto che tutti ripartano subito. Si tratta di: costruzione di edifici; fabbricazione di auto e rimorchi; fabbricazione di altri mezzi di trasporto; fabbricazione di mobili; metallurgia/siderurgia; estrazione di minerali metalliferi; estrazione di minerali da cave e miniere; industria del tabacco; fabbricazione di articoli in pelle; attività immobiliari; pubblicità e ricerche di mercato. A questi si può aggiungere la moda, autorizzando la ripresa di tutti i sottocodici Ateco coinvolti nella filiera.

Perché proprio questi settori e non altri? Perché così è stato stabilito in base a dei criteri elaborati dall’Inail e dal Comitato tecnico-scientifico, ovvero: le probabilità di esposizione al virus, la prossimità dei lavoratori e l’aggregazione, vale a dire la possibilità di contatto anche con altre persone.

Quando? Ecco altro punto caotico nella gestione della fase 2. Ieri, un ministro (quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli) ipotizzava il 22 aprile. Mentre un altro ministro (quello della Salute, Roberto Speranza) smentiva il collega e chiedeva di arrivare almeno al 28 aprile. Così, poi anche il Governo ha smentito Patuanelli, il quale ha smentito sé stesso. Nel frattempo, il premier Giuseppe Conte tira dritto per la sua strada: vorrebbe che il suo decreto giungesse alla fine, cioè al 3 maggio, prima di prendere ogni decisione. Il presidente del Consiglio non molla: vuole essere lui, e solo lui, a girare la chiave nel cruscotto per far ripartire il motore dell’Italia.

Cosa che non sarà facile, perché ad aggiungere confusione alla confusione ci si mettono i governatori. Quello del Veneto, Luca Zaia, parla di emergenza ormai superata nel suo territorio e vuole cominciare a vedere la sua gente al lavoro, per arrivare al 4 maggio con tutto riaperto. Quello della Lombardia, Attilio Fontana, insiste sulla necessità di riprendere immediatamente l’attività spalmando gli orari di lavoro su sette giorni anziché su cinque. Quello del Piemonte, Alberto Cirio, ha già pronto un piano messo giù con il Politecnico di Torino scommettendo sui protocolli con i sindacati. Quello dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, si sta dando da fare per anticipare i tempi rispetto a quelli in testa al Governo. E poi c’è quello della Campania, il sempre pepato Vincenzo De Luca, che minaccia di chiudere i confini della sua regione a chiunque arrivi da fuori se «quelli del Nord» si azzardano a riaprire prima della fine di aprile.

Governo e Regioni si parleranno di nuovo oggi, per cercare di venirne a una, anche se il confronto – viste le premesse – non sarà facile, anzi: si preannuncia, tanto per cambiare, caotico. Al termine della videoconferenza, Conte si chiuderà nella sua personale «camera di consiglio» per decidere, probabilmente entro lunedì, quale piega potrebbe prendere l’inizio della fase 2.



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