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Analisi pre-impianto: nuova chiave di lettura per l’applicazione anche in Italia

15 ottobre 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 ottobre 2013



Anche la coppia portatrice sana di malattia trasmissibile può sottoporsi in Italia al procedimento di “procreazione medicalmente assistita” effettuando la diagnosi pre-impianto per impiantare solo gli embrioni sani.

In Italia sono moltissime le coppie portatrici sane di una malattia genetica e che, dinanzi al serio rischio di mettere al mondo un figlio gravemente malato, scelgono di non averne, di affidarsi al caso oppure alla legge di un Paese dove l’analisi pre-impianto è consentita [1].

La legge italiana [2], infatti, prevede che  il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) sia consentito solo quando venga accertata l’impossibilità di rimuovere in altro modo le cause che  impediscono la procreazione e sia in ogni caso limitato ai casi di sterilità o di infertilità certificata.

Una recente e importante pronuncia del Tribunale di Roma [3] ha, però, aperto la strada a una diversa lettura della norma, riconoscendo ad una coppia, portatrice sana di fibrosi cistica, il diritto a sottoporsi al PMA, effettuando una analisi pre-impianto degli embrioni, finalizzata ad impiantare esclusivamente gli embrioni sani.

Il giudice, in particolare, ha disapplicato la legge che sembra precludere l’analisi pre-impianto quando non ci siano casi di sterilità. E ciò sulla base delle seguenti considerazioni:

1) in primo luogo, la legge in tema di fecondazione assistita non vieta in modo espresso una selezione pre-impianto, ma prevede piuttosto la facoltà di operare una selezione dell’embrione a fini  terapeutici o diagnostici e non a fini eugenetici.

Pertanto, secondo i giudici, va riconosciuto il diritto delle coppie affette da gravi patologie sia di ottenere una preventiva diagnosi degli embrioni (finalizzata al successivo impianto), sia di rifiutare gli embrioni malati.

In caso contrario, sarebbe leso il diritto alla salute (riconosciuto dalla Costituzione [4]) della futura madre, la cui integrità psico-fisica potrebbe essere compromessa da una gravidanza a rischio di aborto legata  alle gravi patologie genetiche di cui sono affetti gli embrioni.

2) Inoltre, la stessa normativa italiana in tema di aborto [5], prevede la possibilità di procedere – anche dopo 90 giorni dal concepimento – all’interruzione della gravidanza quando il parto o la maternità siano pericolosi per la salute psico-fisica della donna anche a causa di anomalie o malformazioni del feto.

3) Infine, anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio su tale questione, si è pronunciata di recente [6], sottolineando la contraddizione in cui cade la legge nazionale: essa, infatti, da un lato nega l’accesso alla PMA alle coppie non affette da “sterilità o infertilità”, e dall’altro consente il ricorso all’aborto terapeutico quando il feto sia affetto da patologie di particolare gravità.

È innegabile, infatti, che l’aborto abbia conseguenze sicuramente più incisive rispetto a una analisi preimpianto dell’embrione sia per la donna, sia per il nascituro.

In conclusione, un’interpretazione letterale della norma nazionale ha sinora sempre escluso l’analisi pre-impianto e successiva PMA a beneficio delle coppie (né sterili né infertili) portatrici di una patologia trasmissibile con la procreazione.

Una recente pronuncia, conformandosi a quanto già affermato dalla normativa europea, ha ammesso anche in Italia questo percorso, aprendo la strada ad una nuova lettura della legge.

note

[1] I Paesi più frequentati per il cosiddetto” turismo procreativo” sono: Austria, Belgio, Grecia, Spagna, Svizzera.

[2] Art. 4  L. n. 40/04

[3] Trib. civ. di Roma, provvedimento del 26.9.13.

[4] Art.32 Cost.

[5] L. n. 194/78

[6] CEDU pronuncia del 28.10.12 (ricorso n. 54270/10).

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2 Commenti

  1. Questa è la lettura corretta che si sarebbe dovuta fare già ai tempi dei referendum di sette anni fa, ma che nessuno o solo pochissime persone sono state in grado di analizzare.
    Imprescindibile anche una quarta considerazione che il giudce avrebbe dovuto fare: accanto alla “lesione del diritto alla salute (riconosciuto dalla Costituzione) della futura madre, la cui integrità psico-fisica potrebbe essere compromessa da una gravidanza a rischio di aborto legata alle gravi patologie genetiche di cui sono affetti gli embrioni”, l’altra faccia della medaglia è il diritto del figlio a nascere e soprattutto crescere sano!
    Con quale coscienza uno Stato democratico e che si dice libero può arrogarsi il diritto di negare l’utilizzo della PMA a coppie portatrici di malattie genetiche gravissime quando l’unico obiettivo deve essere quello di evitare sofferenze più o meno immani al nascitro durante la sua vita?

  2. Gent. lettore,
    ritengo che questa pronuncia accolga in ogni caso in pieno il diritto alla salute del nascituro, nel momento in cui si conforma alla pronuncia della Corte Europea dei Diritti Dell’uomo (vd. n.3 articolo). Il richiamo al diritto alla salute della madre di cui al mio articolo è infatti riferito all’art. 32 della Costituzione che parla di diritto alla salute dell’individuo.
    La sua interessante considerazione mi dà, in ogni caso, motivo per voler approfondire, in un ulteriore articolo, in che misura la legge italiana riconosca nel nascituro un soggetto di diritto.
    La ringrazio, pertanto, per la sua riflessione.

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