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Funzionari agenzia entrate riscossione: legittimità atti firmati

25 Aprile 2020
Funzionari agenzia entrate riscossione: legittimità atti firmati

Quesito su validità degli atti sottoscritti dai dirigenti dell’Agenzia delle entrate – Riscossione  dopo il 2017. Leggendo sentenza  Tar Lazio, sez. I,  23 maggio 2019, n. 6307   mancherebbe pregiudizio in capo a chi proponeva il ricorso. Fermo restando che i dipendenti Ade-R, attraverso decreto, sono passati all’ente pubblico e grazie a questo hanno mantenuto ruolo posizione etc etc, la funzione non gli permette di operare in maniera lecita mancando il titolo abilitativo del concorso pubblico. È vero che l’amministrazione può fare delega di singole funzioni a suoi dirigenti  e quindi potrebbero i dirigenti essere autorizzati da tale delega ma se non ho capito male la delega stessa di singole funzioni amministrative deve essere specificata da esigenze particolari e limitata nel tempo cosa che invece si evince essere a tempo Indeterminato  proprio dalla nota presente sul sito dell-ader con la quale si nominano singoli dirigenti a tempo indeterminato e fino a revoca. Secondo voi è una tesi meritoria di approfondimento?

Piccola premessa sulla sentenza del Tar Lazio, sez. I,  23 maggio 2019, n. 6307. I Giudici, prima di dichiarare il difetto di interesse ad agire della ricorrente (Dirpubblica, persona giuridica agente negli interessi della collettività e non nell’interesse privatistico), hanno replicato alla lamentela mossa circa la legittimità della normativa di mutare la natura dell’agenzia di riscossione, specificando come la scelta del legislatore sia di mera opportunità e, per tale questione, intangibile.

C’è da dire che il TAR ha “rimproverato” la ricorrente per aver invocato la violazione generica dei principi costituzionali: come a voler dire, il ricorso non può basarsi su mere valutazioni generiche, prive di un fondamento sostanzialistico della vicenda.

Venendo al nocciolo della questione, come Lei ben sa, l’attuale ADE Riscossione altro non era che una vecchia società di capitali, di natura privata, poi trasformata in ente pubblico economico attraverso decreto amministrativo.

Grazie a questa trasformazione, la legge (decreto n.193/2016) ha riconosciuto la possibilità di trasferire le corrispondenti mansioni svolte dal personale della S.p.a. all’interno dell’ente pubblico da parte di tutti i dipendenti, funzionari e dirigenti, al fine di evitare a questi un danno economico evidente dalla modifica dell’ente.

Tuttavia, se da un lato si è evitato l’accumulo di ricorsi da parte del personale coinvolto, dall’altro ci si è scontrati con un’altra problematica quale, per l’appunto, la nascita di figure dirigenziali nate senza concorso pubblico, richiesto a pena di nullità dalla legge.

Le violazioni normative sono plurime, a partire dall’art. 97 della Costituzione, fino a finire al d.lgs. n.165/2001 il quale esige l’esistenza di un potere rappresentativo di questi soggetti nei confronti della P.A., la cui mancanza rende nulli gli atti dagli stessi firmati.

Inoltre, la violazione della regola generale del concorso, stabilita all’art.97 della Costituzione, determina, altresì, il contrasto con gli articoli 3 e 51 della Costituzione, essendo il concorso finalizzato a consentire ai cittadini di accedere ai pubblici uffici in condizioni di eguaglianza.

Sul punto è intervenuta anche la Corte Costituzionale che, ad esempio, in un caso riguardante il passaggio di ex dirigenti di società privata a dirigenti regionali ha stabilito che “tale previsione si pone in contrasto con la regola costituzionale della necessità del pubblico concorso per l’accesso alle pubbliche amministrazioni, che va rispettata anche da parte di disposizioni che regolano il passaggio da soggetti privati, con capitale a partecipazione pubblica, ad enti pubblici” (Corte Costituzionale, 19/05/2017, n.113).

In questi casi occorrerebbe giustificare la deroga al principio del pubblico concorso, che in questo caso sembra sfuggire allo scrivente, se non per esigenze di opportunità lavorativa e funzionale, non preferibili al principio costituzionale del pubblico concorso.

Ora, facendo migrare tale approdo giurisprudenziale al quesito in oggetto, è palese come la tutela riconosciuta dal legislatore alla trasparenza delle pubbliche amministrazioni e all’accesso nella carica dirigenziale sia maggiore rispetto a quella riservata al lavoratore e al suo posto occupazionale.

Da ciò deriva, a parere di chi scrive, che laddove ci sia un effettivo interesse ad agire da parte del cittadino (atto esecutivo conseguito a cartella esattoriale firmato da dirigente non passato da concorso pubblico, o privo del diploma di laurea), ci possono essere delle buone possibilità per ottenere l’annullamento di tale atto impugnato, mancando quel potere rappresentativo richiesto dalla legge e riconosciuto solo tramite vincita di pubblico concorso.

Ovviamente, occorrerà dimostrare l’interesse concreto ad agire del ricorrente, tradotto nel danno diretto ricevuto da un atto sottoscritto da dirigente, privo di potere a rappresentare la P.A..

Credo che, se ci sarà una pronuncia in tal senso, la P.A. correrà, comunque, ai ripari, magari delegando temporaneamente i poteri dirigenziali di un soggetto munito dei requisiti ad altri dirigenti di volta in volta individuati dalla struttura amministrativa.

Infatti, è consentito alle Agenzie delle dogane, delle entrate e del territorio di coprire provvisoriamente posizioni dirigenziali, nelle more dell’espletamento delle procedure concorsuali, attraverso l’affidamento di incarichi dirigenziali a tempo determinato a funzionari privi della relativa qualifica.

Quello che non è consentito è di assegnare con provvedimento fittiziamente temporaneo mansioni dirigenziali a personale non qualificato in maniera indefinita nel tempo, tramite reiterate proroghe del termine previsto per l’espletamento del concorso per dirigenti; in quest’ultimo caso, saremmo dinanzi ad una procedura illegittima.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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