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Tutela della salute dei lavoratori e Covid–19

19 Aprile 2020 | Autore:
Tutela della salute dei lavoratori e Covid–19

Emergenza Coronavirus: la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro non sanitari nell’attuale emergenza sanitaria.

Contributo dell’avv. Emanuele Carta

Ci chiediamo in che misura, dinanzi all’emergenza da Covid 19, si siano accresciuti gli obblighi a carico del datore di lavoro per la tutela della salute dei propri dipendenti.

Il dovere generale del datore di tutelare la salute del lavoratore deriva da una norma del codice civile. L’art 2087 fa carico all’imprenditore di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Gli obblighi particolari che fanno carico al datore di lavoro possono essere rinvenuti nel Dlgs 81/2008 che costituisce un vero e proprio Codice della salute e della sicurezza sul lavoro. Si tratta tuttavia di obblighi che derivano dal tipo di attività produttiva svolta.

Ma dinnanzi all’attuale emergenza sanitaria quale particolare connotazione assumono il dovere generale e gli obblighi particolari facenti carico al datore di lavoro?

Una risposta viene dalla circolare 3190 del 3 febbraio 2020 della Direzione sulla Prevenzione del Ministero del Lavoro, la quale stabilisce che la responsabilità di tutelare gli operatori a contatto con il pubblico ai sensi della normativa vigente (d. lgs. 81/2008), è in capo al datore di lavoro, con la collaborazione del medico competente.

Vediamo come interpretare il richiamo al Codice sulla sicurezza del lavoro. In realtà il Codice contiene delle norme (nel titolo X) relative al rischio di esposizione ad agenti biologici. Si tratta però di norme che si riferiscono al rischio di contaminazione da agente biologico relativo al tipo di produzione che viene realizzata o, meglio, per dirla con l’art. 266 “a tutte le attività lavorative nelle quali vi è il rischio di esposizione ad agenti biologici”. Situazione diversa dall’attuale nella quale il rischio deriva da una epidemia e non dal tipo di attività svolta.

Intendo dire che la responsabilità datoriale non può non atteggiarsi in maniera diversa a seconda che il rischio derivi dall’attività propria del datore di lavoro ovvero da una situazione emergenziale che impone a tutti, in qualità di cittadini, una serie di doveri e di cautele molto preganti.

Occorre pertanto circoscrivere e definire in concreto la responsabilità del datore di lavoro nella situazione di emergenza e i conseguenti obblighi che gli fanno carico.

Ci siamo riferiti in premessa alla norma che fissa il dovere generale del datore di proteggere la integrità fisica e la personalità morale del lavoratore.

Ma, atteso detto dovere generale, a quale prova è tenuto il datore di lavoro per escludere la propria responsabilità? L’insegnamento della Corte Suprema può essere riassunto nei seguenti termini.

  1. è il lavoratore a dover provare l’esistenza di tale danno, la nocività dell’ambiente di lavoro ed il nesso causale fra questi due elementi (l’art. 2087 non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva);
  2. fa carico la datore di lavoro dimostrare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e, tra queste, di aver vigilato circa l’effettivo uso degli strumenti di cautela forniti al dipendente,

Dal che deriva che il datore di lavoro dovrà principalmente dimostrare di avere utilizzato tutte le cautele emergenziali previste per evitare il danno. Vediamo di quali cautele si tratta.

Vi sono quelle generali (che permangono) derivanti dall’art. 2087 e dal Codice sulla sicurezza del lavoro e quelle “dell’oggi” ravvisabili, principalmente (al di fuori dei luoghi di lavoro sanitari) nel Protocollo condiviso tra le forze sociali di sabato 14 marzo scorso.

Col Protocollo si è scelta la via dell’accordo tra le parti sociali per la “regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”.

L’Intesa dà attuazione a quanto previsto dall’art. 1 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 marzo 2020 e parte dalla premessa di quanto era già stabilito dal Ministero della Salute.

L’Intesa ha essenzialmente quale obiettivo coniugare la prosecuzione delle attività produttive con la garanzia di condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti di lavoro. Perché ciò accada fornisce indicazioni operative finalizzate a incrementare, negli ambienti di lavoro, l’efficacia delle misure precauzionali di contenimento adottate per contrastare il rischio biologico generico costituito dall’epidemia da COVID-19.

L’Intesa disciplina il dovere di informazione che fa carico al datore di lavoro circa i comportamenti che i lavoratori dovranno adottare, aspetti importanti dell’organizzazione aziendale (le modalità di ingresso in azienda, l’accesso dei fornitori esterni, la pulizia e la sanificazione dei locali, i dispositivi di protezione individuale …) nonché la gestione di una persona sintomatica in azienda.

E’ evidente che le misure concordate comportano una restrizione della tutela della “privacy”. Ma la superiore esigenza di tutela della salute collettiva impone che si possa esigere il controllo della temperatura corporea dei dipendenti e “indagini” sul luogo di lavoro volte a ricostruire i contatti sociali dei soggetti contagiati.

Il Protocollo non fa espresso riferimento all’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi (DVR) anche se sollecita la collaborazione tra azienda, medico competente e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, al fine di integrare misure di regolamentazione specifiche.

Tuttavia, l’emergenza in atto comporta certamente un rischio da tenere in considerazione ai fini del DVR. E’ quindi consigliabile che i responsabili aziendali, e in particolare il responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP), si consultino con il medico competente ed eventualmente con il rappresentante aziendale dei lavoratori per la sicurezza, al fine di aggiornare il DVR per adeguarlo ai rischi specifici legati all’emergenza epidemiologica.

Riguardo al così detto smart working, l’impostazione del Protocollo è la seguente:

  1. sospendere in azienda i lavori che possono essere svolti in modalità di “lavoro agile” e fare ricorso a questa tipologia (anche senza accordo individuale) laddove è possibile;
  2. laddove non fosse possibile sospendere l’attività, applicare tutte le misure di protezione tra cui il rispetto della distanza minima di un metro;
  3. per le attività per le quali non si riesce a mantenere la distanza di un metro “e non siano possibili altre soluzioni organizzative”, fare ricorso alle mascherine e agli altri dispositivi di protezione(guanti, occhiali, tute, cuffie, camici …) conformi alle disposizioni delle autorità scientifiche e sanitarie. 

Ma qui sorge un’evidente criticità, vista la carenza di dispositivi di protezione e, in particolare, di mascherine. Di ciò il Protocollo mostra di essere consapevole. Prevede, infatti, che, “data la situazione di emergenza, in caso di difficoltà di approvvigionamento e alla sola finalità di evitare la diffusione del virus, potranno essere utilizzate mascherine la cui tipologia corrisponda alle indicazioni dall’autorità sanitaria.”

Va più nel dettaglio, qualche giorno dopo, il decreto legge “Cura Italia” che, all’art. 16, stabilisce che per i lavoratori che nello svolgimento della loro attività sono oggettivamente impossibilitati a mantenere la distanza interpersonale di un metro, sono considerati dispositivi di protezione individuale le mascherine chirurgiche reperibili in commercio, previa validazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità

Non è facile tuttavia, come le Imprese ben sanno, dare attuazione a questa norma, visti la carenza di mascherine e gli ostacoli che tante imprese hanno incontrato e incontrano nella produzione e fornitura delle mascherine chirurgiche. E’ forse il caso di ricordare che le norme camminano con le gambe degli uomini e rischia di essere inutile legiferare sui dispositivi se poi i dispositivi non ci sono.

Apparirebbe improbo farsi carico di una responsabilità che non si ha la possibilità di sostenere per carenze oggettive. Il che ha indotto gran parte delle Imprese a sospendere, laddove possibile, la produzione in situ.

Si tratta di una situazione di impasse che, a mio parere, può essere superata solo mediante una cogestione della responsabilità.

In realtà nella situazione che stiamo vivendo vi è un insieme di doveri ed obblighi reciproci che interferiscono l’uno con l’altro e fanno carico a tutti, in qualità di cittadini, al Governo, al datore di lavoro per l’organizzazione dell’ambiente del lavoro, ai lavoratori stessi in quanto frequentatori dell’ambiente di lavoro.

Gli obblighi che il Protocollo del 14 marzo pone a carico dei lavoratori costituiscono l’oggetto dell’informazione cui è tenuto il datore di lavoro e riguardano l’obbligo di rimanere al proprio domicilio in presenza di febbre; non poter fare ingresso o di poter permanere in azienda e di doverlo dichiarare tempestivamente laddove … sussistano le condizioni di pericolo; l’impegno a rispettare tutte le disposizioni delle Autorità e del datore di lavoro nel fare accesso in azienda; l’impegno a informare tempestivamente e responsabilmente il datore di lavoro della presenza di qualsiasi sintomo influenzale …

Tali obblighi sono il riflesso del dovere più generale imposto ai lavoratori dal Codice sulla sicurezza del lavoro che, all’art. 20, prevede che Ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni …”.

Gli obblighi a carico del Governo derivano dal principio costituzionale di buona amministrazione e riguardano le misure a sostegno del Servizio sanitario nazionale e della salute pubblica, dei lavoratori, delle imprese e delle famiglie.

Direi in conclusione che proprio questa “cogestione della responsabilità” costituisca oggi l’elemento che caratterizza la responsabilità richiesta a tutti i soggetti coinvolti nell’emergenza.

Avvocato Emanuele Carta



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