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L’aliquota al 26% sui redditi di natura finanziaria penalizza i soci di minoranza

2 Luglio 2014
L’aliquota al 26% sui redditi di natura finanziaria penalizza i soci di minoranza

Partecipazioni: l’incremento riguarda dividendi e capital gain; conveniente riunire le quote frammentate.

Da ieri, 1° luglio, dividendi e capital gain relativi a partecipazioni non qualificate vengono assoggettati a un prelievo maggiore di sei punti percentuali, passando dal 20 al 26% [1].

Concentrando l’attenzione sui dividendi, sono interessati gli utili percepiti da persone fisiche che detengono il titolo al di fuori dell’attività di impresa, da società semplici e da soggetti esenti Ires, poiché in tutti gli altri casi (ad esempio partecipazioni detenute da imprenditori, individuali o in forma societaria) non vi sono ritenute alla fonte, ed il dividendo o provento entra a far parte del reddito d’impresa.

La nuova percentuale si applica ai dividendi (ed ai proventi ad essi assimilati) percepiti dal primo luglio 2014. Si tratta, pertanto, di applicare un principio di cassa, per cui non hanno rilevanza la data di assunzione della delibera o quella di formazione dell’utile distribuito, ma solo l’incasso da parte del socio [2].

Il riferimento ai “proventi assimilati” estende la disciplina tipica dei dividendi alla remunerazione degli strumenti similari alle azioni e dei contratti di associazione in partecipazione con apporto diverso dal solo lavoro. In quest’ultima ipotesi, perché scatti l’assimilazione con le partecipazioni non qualificate, occorre che il valore dell’apporto nelle società non quotate sia superiore al 25% del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio approvato dall’associante prima della stipula del contratto oppure, in caso di impresa in contabilità semplificata, non superiore al 25% della somma delle rimanenze finali e del costo complessivo dei beni ammortizzabili al lordo degli ammortamenti.

Il raddoppio delle aliquote

L’incremento di sei punti percentuali, che colpisce solo le partecipazioni non qualificate è notevole, se solo si pensa che fino al 31 dicembre 2011 l’aliquota era del 12,50%. In poco più di due anni, quindi, si è assistito ad un raddoppio del prelievo, che è ben poco sistematico, atteso che oggi i redditi derivanti da una partecipazione non qualificata sono soggetti ad una imposizione molto più “salata” di quelli ottenibili da una partecipazione qualificata, senza che ciò abbia alcuna valida giustificazione.

Ad aggravare le cose c’è la considerazione che il prelievo in esame è definitivo, trattandosi di “ritenuta secca” per i dividendi e di imposta sostitutiva per i capital gain, per cui non vi è, in entrambi i casi, la possibilità di recuperare parte dell’importo attraverso lo scomputo in dichiarazione di oneri deducibili o detraibili.

 

La distribuzione anticipata

La conoscenza anticipata dell’incremento [3] ha permesso alle società intenzionate ad “accontentare” i soci non qualificati, di deliberare ed eseguire la distribuzione di riserve, nella vigenza della vecchia aliquota del 20%.

Tuttavia, la presenza di soci qualificati (come tali maggiormente “influenti” sulle decisioni assembleari) non ha favorito questi progetti, perché, in presenza di una sostanziale invarianza del carico tributario su questi soggetti, una distribuzione anticipa comunque la tassazione ed anche la tecnica di deliberare il riparto facendo incassare i dividendi ai soli soci non qualificati (lasciando a debito quelli relativi ai soci qualificati) produce un effetto negativo ai fini Ace [4] e, quindi, sull’Ires versata dalla società.

Ricordiamo che le somme o il valore normale dei beni ricevuti dai soci (persone fisiche non imprenditori) in caso di recesso, esclusione, riscatto, riduzione del capitale esuberante o liquidazione anche concorsuale delle società ed enti costituiscono utile per la parte che eccede il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate; anche in tal caso, quindi, come pure in caso di distribuzione di riserve di capitale in misura eccedente il costo fiscalmente riconosciuto dalla partecipazione, le società applicano dal primo luglio, ai soci non qualificati la ritenuta d’imposta nella misura del 26% (e non più del 20%), peraltro calcolandola sull’intero ammontare distribuito qualora il percettore non comunichi il valore fiscalmente riconosciuto della partecipazione.

Conveniente riunire le quote frammentate

Le nuove regole fiscali hanno reso conveniente evitare lo spezzettamento dei pacchetti partecipativi tra i vai componenti della famiglia, un’operazione abbastanza comune in passato al fine di far acquisire al maggior numero possibile di soci la più conveniente veste di titolari “non qualificati”.

Questo perché l’imposizione sui dividendi e sui capital gain provenienti da partecipazioni qualificate (a differenza di quelli provenienti da partecipazioni non qualificate) non è mutata. È, quindi, probabile che si assista a fenomeni contrari, tesi a consolidare la proprietà dei titoli su poche posizioni soggettive, in percentuali tali da superare il limite che contraddistingue un pacchetto “qualificato” di quote o azioni.

La distinzione tra partecipazioni qualificate e non qualificate assume un significato quando il titolo è posseduto al di fuori del regime d’impresa, mentre in caso contrario è importante discriminare tra partecipazione dotate dei requisiti “pex” [5] e partecipazioni “non pex”: mentre le prime, in sede di cessione, sono assoggettate ad imposizione solo per una quota modesta delle plusvalenze ottenute (con parallela indeducibilità delle minus), per le seconde plusvalenze e minusvalenze sono rilevanti per il loro intero ammontare.

La definizione

In base alla legge [6] costituisce cessione di partecipazioni qualificate la cessione di azioni, diverse dalle azioni di risparmio, e di ogni altra partecipazione al capitale od al patrimonio delle società [7], nonché la cessione di diritti o titoli attraverso cui possono essere acquisite le predette partecipazioni, qualora le partecipazioni, i diritti o titoli ceduti rappresentino, complessivamente, una percentuale di diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria superiore al 2 o al 20% ovvero una partecipazione al capitale od al patrimonio superiore al 5 o al 25%, secondo che si tratti di titoli negoziati in mercati regolamentati o di altre partecipazioni.

Nuda proprietà e usufrutto

Non così rara è la dissociazione tra nuda proprietà ed usufrutto del titolo, diritti che possono far capo a soggetti diversi. In tali casi, ai fini del calcolo della percentuale di capitale posseduta o ceduta (determinante per applicare il regime riservato alle partecipazioni “non qualificate” o, viceversa, alle “qualificate”), occorre aver riguardo alla parte del valore nominale corrispondente al rapporto tra il valore dell’usufrutto o della nuda proprietà [8] ed il valore della piena proprietà [9].

Va anche considerato che, salvo deroga espressa [10] il diritto di voto spetta all’usufruttuario.


note

[1] L’incremento è previsto dall’art. 3, comma 1, del Dl 66/2014, passato praticamente indenne dalla conversione in legge ed ha effetto anche per le partecipazioni detenute in società estere.

[2] Come confermato dalla circolare 19/E/2014.

[3] Dl 66 è entrato in vigore il 24 aprile scorso.

[4] Circolare 12/E/2014.

[5] Art. 87 Tuir.

[6] Art. 67, comma 1, lettera c), Tuir.

[7] di cui all’art. 5, escluse le associazioni di cui al comma 3, lettera c), e dei soggetti di cui all’art. 73, comma 1, lettere a), b) e d).

[8] Ricavato ricorrendo ai criteri di cui agli articoli 46 e 48 del Dpr 131/1986.

[9] Circolare 165/E/1998.

[10] Art. 2352 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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